Eduard Limonov.
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Librodell'acqua.
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Titolo originale: Kniga Vody. 2002
Traduzione di: Mario Caramitti.
2004. Alet Edizioni, PADOVA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Limonov - nome d'arte che evoca il suono della parola russa "granata" - ha attraversato cinquant'anni di storia europea: dalla fuga dall'URSS negli anni
Sessanta all'avvicinamento al KGB, dalla fondazione nel 1993 del Partito Nazional Bolscevico alla partecipazione alla guerra dei Balcani a fianco dei "fratelli
serbi". Incarcerato per tre anni per associazione a banda armata, nel 2002 raccoglie, in forma di inquietanti racconti autobiografici, ricordi sparsi tra
il Mar Nero e Venezia, tra un bagno turco di Mosca e una spiaggia di Nizza. Ricordi legati dall'acqua che li trascina e li unisce in un unico fiume della memoria. 
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Prefazione.
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Eduard Limonov,attore di se stesso. di Mario Caramitti.
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Le onde della vita.
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Una cella in mezzo alle onde. Uno scrittore detenuto, che ha per idoli Mussolini e le Brigate Rosse, scrive dell'acqua e lo fa dal carcere-fortezza di Lefortovo, di cui gi quarant'anni prima un altro illustre inquilino, Andrej Sinjavskij, aveva colto la fantasmagorica dimensione spaziale: L'enorme (rigonfia) cassa toracica del Paese, la sua carcassa e una nave (con i ponti, gli alberi, le sartie).
Ugualmente, nel libro di Limonov, la prigione di Lefortovo non imbriglia lo spazio ma lo fa esplodere, gonfiandolo di tutte le acque dell'universo, mirabolanti e putrescenti: e in una Russia che non sa riemergere dal suo passato, il primo scrittore dell'epoca postsovietica incarcerato per motivi d'opinione matura un libro singolare, affascinante e imbarazzante. Imbarazzante per l'apologia della violenza, del fascismo, della pedofilia, ma altrettanto imbarazzante per la neonata e sempre pi precaria democrazia russa.
Non si mettono, insomma, gli scrittori in galera.  anche controproducente: da l sanno fare pi male, mentre a loro la galera fa bene. In meno di ventisette mesi di detenzione, tra l'aprile 2001 e il giugno 2003, Eduard Limonov ha scritto otto libri. Alla fine gli  stata inflitta una condanna a quattro anni (poi in parte condonati), che suona come un'assoluzione visto che se ne chiedevano quindici. Anche se l'etichetta del martire si addice molto poco a Limonov, la sua vicenda  inquietante almeno quanto l'indifferenza da cui  stata circondata in Occidente.
Eppure gli ha giovato. Da questa come da ogni altra ondata, reale o metaforica, che l'ha travolto (si veda l'episodio Mar Nero-Koktebel'), Limonov ha tratto solo linfa vitale per costruire e decorare il suo spropositato io di narciso. Si presenta in veste di semidio, con il kalashnikov e gli occhiali. Bello, brizzolato, circondato da mitra e fiche. Eppure non tutti i conti tornano, lo scopatore smargiasso e sparatore  solo uno strato del libro e dell'acqua. Quel che tenta e avvince  l'amalgama di spazio e tempo in cui galleggiano frammenti d'esistenza. E quando Limonov si vanta di aver colto la prodigiosa attualit della biografia come genere letterario non si sta concedendo solo un'incidentale digressione metanarrativa, ma svela la punta a pelo d'acqua di una struttura concettuale ingente e articolata. Memorie sull'acqua. Memorie dell'acqua.
Un mosaico di testi eterogenei accorpati in base a una pi o meno forte unit tematica  idea forse non originalissima in se stessa, ma sicuramente suggestiva e senza dubbio studiata e ponderata con totale consapevolezza dei mezzi narrativi e retorici. Pu vantarsi quanto vuole delle sue gesta belliche ed erotiche ma, come dice Mauro Martini, Limonov rimane un uomo di letteratura fino al midollo pur cercando di sconfessare la letteratura in ogni momento della sua vita. E se a volte l'acqua pu apparire soltanto un pretesto per salpare verso ben altri lidi, la presenza dell'acqua  sempre avvertibile sulla pagina, lenisce e detta i ritmi, mitiga l'asprezza e la banalit dei temi, vezzeggia e stempera il monolite di un io onnipresente e smodato.
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Il personaggio Limonov.
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Da sempre Eduard Limonov sceneggia se stesso. Cerca nel canovaccio della sua esistenza scene letterariamente riproducibili o, meglio, le vive appositamente allo scopo di inserirle nei testi. Ci lavora su, a volte  soddisfatto della prima, altre volte rivede, approfondisce oppure fornisce nuove versioni. Cambia quadro, taglia, aggiusta, ingigantisce dettagli o li smentisce. Fin dal suo debutto a trentatr anni, non scrive che di s ininterrottamente, ritornando sulle stesse scene da diverse angolazioni, in cornici diverse e con diversi strumenti retorici. Condisce tutto immancabilmente di scandalo, a cominciare dall'iperattivit sessuale che segue l'abbandono da parte della seconda moglie Elena ed  gi il leit motiv del suo libro d'esordio, Edicka, ovvero io (Eto ja - Edicka), scritto nel 1976 subito dopo l'emigrazione negli Stati Uniti e che gli  valso un successo immediato con traduzioni in 15 lingue.
Nel consueto girotondo dei mestieri di sussistenza - il lavapiatti, il muratore, il cameriere - la scrittura di s continua a New York con La storia del suo servo (Istorija ego slugi, 1982), rendiconto dell'allegra e dissoluta vita da maggiordomo al servizio di un milionario americano e con Diario di un fallito (Dnevnik neudacnika, 1982, uscito in Italia per Odradek edizioni), l'opera pi dura verso la societ occidentale e americana in particolare. Trasferitosi a Parigi, torna a ricostruire la stagione della propria infanzia e giovinezza nella cittadina industriale di Char'kov con una trilogia che, con crudezza e qualche rimpianto, affonda nella quotidianit sovietica degli anni Cinquanta e Sessanta: La nostra era una grande epoca (U nas byla velikaja epocha, 1988), L'adolescente Savenko (Podrostok Savenko, 1983, dove indossa come una maschera il suo reale cognome) e Il giovane farabutto (Molodoj negodjaj, 1986). Ancora ambientato a New York  Il boia (Palac, 1986), il libro nel quale la cortina romanzesca si ispessisce maggiormente, con il ricorso a un alter ego, l'emigrato polacco Oskar, sul quale grava una massiccia dose di sesso sadico e ogni possibile perversione. Assai pi sobria, persino con qualche tratto romantico,  invece la burrascosa relazione con Nataa Medvedeva in Domare una tigre a Parigi (Ukrocenie tigra v Parie). Otto romanzi e almeno un migliaio di pagine di racconti sono tutti fondati sullo stesso meccanismo: l'io di Limonov incarna se stesso e riproduce, velandola in una parvenza di intreccio, l'esistenza sua e di chi gli sta intorno. Anche gli ingredienti non cambiano: passioni sfrenate, violenza, deboscia e il succo dolceamaro della riflessione sulla vocazione artistica. L'immagine stereotipata del Limonov personaggio, per quanto duttile al contesto narrativo,  certamente quella del ribelle, sempre eccentrico, piantagrane e controcorrente. A rimpolpare lo scandalo non pu mancare naturalmente l'aperta professione di bisessualit, cui si deve l'infelice titolo della versione italiana di Eto ja - Edicka (Il poeta russo preferisce i grandi negri); inclinazione sessuale che negli ultimi anni, Libro dell'acqua compreso,  non solo passata sotto silenzio, ma addirittura smentita a mezzo stampa (non si addice alle sue nuove compagnie politiche).
Nella prosa di Limonov c' tuttavia qualcosa di molto pi programmatico e maniacale del vezzo decadente di vivere la vita come un'opera d'arte e qualcosa di molto meno radicale rispetto all'autofiction di Cline, dei postmodernisti americani come Sukenick o Katz e soprattutto dei grandi maestri russi del secondo Novecento, da Sokolov a Venedikt Erofeev e Sinjavskij, che hanno fatto della trasformazione della vita in prosa l'obiettivo prioritario di un'esistenza svalutata e mistificata, cercando fisicamente rifugio tra le pagine del libro. Con loro l'affinit  molto pi superficiale di quanto sembri: manca in Limonov l'opzione prioritaria per la parola poetica e, entrando nelle proprie opere, Limonov non cessa mai per un istante di evocare e invocare l'attenzione del lettore: ammicca e chiama, vuole farsi vedere, si mette in mostra. Oltretutto nei romanzi della prima fase il mantenimento di una cornice finzionale attutiva l'effetto ontologicamente dirompente della coincidenza di autore, narratore e protagonista, che  alla base della poetica dell'autofiction. A partire dagli anni Novanta, Limonov comincia a inserire nei testi i suoi materiali biografici in forma grezza e apparentemente non rielaborata; non assegna pi ai comprimari della sua prodigiosa esistenza nomi di fantasia, ma cita anche loro con esattezza anagrafica. L'abbandono della forma romanzo e della finzione romanzesca  totale (almeno sulla carta). Si fa pi stretta la parentela con l'autofiction, ma si avverte l'eco della fattografia russa degli anni Venti, cui lo lega anche la comune fede bolscevica. Alla nuova tecnica si associa un significativo rinnovamento tematico. In Anatomia dell'eroe (Anatomija geroja, 1998), la passione politica si sposa con quella erotica, con L'assassinio della sentinella (Ubijstvo casovogo, 1996), entra in scena il semiserio ardore bellico mentre nel Libro dei morti (Kniga mrtvych, 2000), il destino personale dell'autore  proiettato su quello del secolo trascorso, con una raffinata silloge di ritratti di defunti, dal comandante serbo Arkan al ben poco amato Iosif Brodskij. Pur permanendo all'interno del genere memorialistico, sono tutti scritti contraddistinti dall'assenza di continuit narrativa e dalla parcellizzazione del testo in singoli episodi tra loro slegati.
Parallelamente, e in maniera ancor pi prolifica, Limonov sviluppa anche una seconda linea non finzionale con una lunga serie di saggi di vario argomento, tanto vistosamente militanti quanto stravaganti nell'impianto, e sempre incrociati con le sue esperienze di vita. Per restare ad alcuni di quelli composti in carcere, Colpo di grazia (Kontrol'nyj vystrel, 2003)  un quadro culturale  la Limonov della vecchia e nuova Russia, mentre nei Mostri sacri (Svjacennye monstry, 2003) si cimenta con l'essenza profonda del carisma, che Limonov nega a molti grandi del passato (tra cui un Pukin relegato a inerte gingillo di nobilotti di campagna) stabilendo intanto per s una precisa ascendenza, spesso direttamente estetica, che da Sade risale fino a Genet e Cline.
Di questa seconda fase della produzione di Limonov il Libro dell'acqua  certamente una delle realizzazioni esemplari e pi compiute, soprattutto perch sintetizza in un unico testo i primi otto romanzi pi altri tre lustri di esistenza dell'eroe, e conseguentemente scompone, quasi viviseziona la materia biografica, sparpagliandola con dilettoso caos sull'intero globo terracqueo. A tratti, la percezione della vecchiaia che incombe stende un velo di malinconia lievemente autoironico che tempera e umanizza l'enfasi autocelebrativa. Il personaggio Limonov che emerge dal Libro dell'acqua  certo ben diverso da quello degli esordi e sembra essersi perfettamente adeguato ai tempi e alle mode. Se adesso la bisessualit  dissimulata, Limonov ostenta sfacciatamente la pedofilia, ben pi adatta ormai a destare scandalo. Anche le apologie del nazismo e del fascismo appaiono ispirate dalla stessa volont di scioccare, perch Limonov ha sempre saputo associare all'istinto della provocazione un infallibile intuito mediatico, riconoscendo alla perfezione i punti di fragilit dell'immaginario collettivo che  meglio stuzzicare per attirare l'attenzione su di s. Di qui anche il trasporto per la follia adrenalinica delle raffiche di mitra e per l'impeto della rivoluzione, in un sistema di riferimenti molto mutato, che vede al primo posto Sten'ka Razin e Pugacv e fa del nostro globetrotter dei conflitti regionali un antigaribaldi un po' farsesco ma tremendamente attuale.
Il quadro geopolitico
Tra i meriti del Libro dell'acqua c' dunque quello di offrire una testimonianza viva e in presa diretta dell'universo postsovietico. Universo oscuro, e ancor pi oscuro a noi che, dopo l'era gorbacioviana, siamo da oltre dieci anni oggetto di una trasparente strategia di sordina mediatica che ha accompagnato la Russia nella bambagia di una dittatura soft, ormai definitivamente sancita dall'inverosimile rielezione plebiscitaria di Putin, passata dalle nostre parti quasi sotto silenzio. E ancor meno, a essere sinceri, sappiamo del secondo e terzo mandato che i presidenti patriarchi del Kazakhstan, dell'Uzbekistan, del Turkmenistan (tutti ex comunisti) si aggiudicano con percentuali tra il delirante e il tragicomico: il 99,6% di Karimov in Uzbekistan, per esempio. Al posto dell'URSS ci sono oggi una pseudodemocrazia e una serie di esplicite dittature.
La Russia, come suggerisce in diverse occasioni anche Limonov, appare la palestra di un nuovo esperimento di cattura del consenso, con totale asservimento dei mezzi di comunicazione di massa e degli elettori ai mezzi di comunicazione di massa, meccanismo esportabile in tempi anche stretti alle democrazie occidentali e frutto del matrimonio tra il capillare controllo del tessuto sociale storicamente esercitato dai Servizi segreti (pre e post KGB) e il Grande Fratello, orwelliano e televisivo (nella terra di Zamjatin). Di questa Russia, Limonov presenta un ritratto articolato e tagliente in cui tutto  sfasato, sottosopra, in perenne sommovimento. Sorprende la comprensione o, meglio, l'esplicita ammirazione per la mafia e i poteri criminali, ormai condivisa da una vasta parte della societ e che va di pari passo con la sempre pi radicata corruzione delle forze dell'ordine. Sorprende la contaminazione degli estremismi di destra e di sinistra che, oltre a Limonov e al suo Partito nazionalbolscevico, coinvolge un'intera galassia rosso-bruna, al contempo antisemita, sciovinista, xenofoba e stalinista, in un cocktail aberrante, ma tutt'altro che accidentale.
Un ritratto, certo, unilaterale e di parte, in cui sono soprattutto le proporzioni a risultare alterate. Il Partito nazionalbolscevico  meno di un moscerino sull'enorme pachiderma burocratico dello Stato putiniano e appare pi che altro una proiezione istrionica del suo fondatore. Ha una chiara vocazione semiseria e le sue armi eversive sono pomodori e torte in faccia, a met tra happening goliardici e reminiscenze delle avanguardie storiche. Limonov descrive la sua creaturina con grandissime attenzioni e sfoggio di patetici ardori, ma in fondo non fa mai mistero di avere intorno una piccola truppa di esagitati, un manipolo di ragazzotti, spesso punk anarcoidi, attratti in un primo tempo anche dal cantante Egor Letov, uscito poi dal partito. In ogni caso i nazionalbolscevichi sfruttano a dovere l'intuito mediatico di Limonov e sanno fare notizia. Tra i gesti pi clamorosi c' l'esposizione della bandiera rossa sulla cupola della cattedrale di San Pietro a Riga, per protestare contro le (innegabili e ignobili) discriminazioni della minoranza russa in Estonia e Lettonia; oppure, di recente, l'assalto con striscioni e uova marce al teatro Bol'oj, che ha preso contemporaneamente di mira Putin e James Bond (una coppia non cos strana, a pensarci bene). Insomma, un partitello che, se si escludono alcune infelici sortite del suo duce nell'uninominale, non si  mai presentato alle elezioni, ma ha comunque il merito di far sentire una voce fuori dal coro in mezzo al consenso generalizzato; non a caso l'esplosivo giornale dei nazionalbolscevichi  stato battezzato Limonka, nome colloquiale di una granata oltre che, ovviamente, ennesima ipostasi del capo indiscusso.
Ma in Limonov l'attivit di organizzatore politico si interseca direttamente con quella di internazionalista-sciovinista e, ogni volta, i fedelissimi del partito sono pronti a trasformarsi in un plotoncino di volontari scalmanati che il loro condottiero porta in giro per il mondo in una sorta di turismo di guerra, ospiti di belligeranti sempre piuttosto perplessi per quell'aiuto inatteso.
I nuclei dell'avventura, costruita come al solito a tavolino, sono quattro, tutti riconducibili a scossoni d'assestamento successivi alla caduta dell'impero sovietico. Si comincia da vicino, con la Repubblica del Transdenstr, enclave russa in territorio moldavo, impegnata in una cruenta lotta con l'esercito della neonata Moldavia nella prima met del 1992 e da allora immersa in un prodigioso limbo temporale: a Tiraspol e nelle zone limitrofe sembra di vivere ancora nell'Unione Sovietica. La pacificazione  stata gestita dal generale Lebed', allora astro nascente della politica, finito poi in disgrazia e morto in circostanze misteriose, al quale Limonov allude in termini tutt'altro che lusinghieri.
Nell'estate dello stesso anno si accende il conflitto tra l'Abchazia, ex Repubblica autonoma Sovietica e la Georgia, del cui territorio la prima si  trovata a far parte. Anche in questo caso, grazie all'appoggio determinante dei russi, gli abchazi sono riusciti a imporre con le armi tutte le loro rivendicazioni nei confronti del governo di Tbilisi.
Poco noto  in Occidente il sentimento panslavo di fermissima opposizione alle guerre della NATO nei Balcani che ha contraddistinto tutta l'opinione pubblica russa. Un clima in cui appare naturalissima la terza sortita internazionale di Limonov, verosimilmente poco pi che simbolica, a sostegno della Repubblica Serbo-Bosniaca della Krajna di Knin nel 1993.
Quattro anni dopo, Limonov  protagonista di una personalissima campagna d'Asia, il cui obiettivo principale  il Tagikistan, l'unica Repubblica ex Sovietica dove i russi hanno esercitato a lungo una sorta di protettorato, appoggiando il governo locale contro i guerriglieri musulmani. Da allora la situazione si  per modificata, e negli ultimi tempi anche il Tagikistan sembra particolarmente sensibile all'influenza geopolitica degli Stati Uniti, ormai molto rilevante in Asia centrale insieme a quella della Turchia.
Asiatico e remotissimo  anche un quinto nucleo d'avventura, non apertamente bellico, ma ricco di fascinosi scenari naturali e di ambiguit. Sono i soggiorni di Limonov nel 2000 e 2001 sulle magnifiche e sperdute montagne dell'Altaj, subito a nord della Mongolia: in questi viaggi i Servizi russi hanno voluto leggere il tentativo di organizzare un intervento armato in Kazakhstan per favorire l'annessione di una regione a maggioranza russa o per fini di destabilizzazione globale ancora pi cervellotici. Fatto sta che l'unica accusa non fondata solo sui deliri fantapolitici assolutamente pubblici della Limonka era l'acquisto di alcune armi che sarebbe stato effettuato da membri del Partito nazionalbolscevico a Saratov, ossia a duemila chilometri di distanza dall'Altaj, dove Limonov  stato arrestato il 7 aprile 2001. E per quelle armi, dopo ventiquattro mesi di detenzione preventiva, Limonov  stato condannato a quattro anni di reclusione. Quasi subito gli sono stati concessi i benefici della condizionale, e il 30 giugno 2003  stato rimesso in libert.
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Percorsi di lettura.
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La sintesi, l'essenzialit, la fluidit: i segreti di un'armonia che non ti aspetti, non da un tale scalmanato. Eppure il meccanismo funziona, l'idea  vincente. La sintesi, innanzitutto, sintesi di un mare di pagine pregresse, di cinquant'anni e di migliaia di avventure pi o meno eclatanti. La sintesi di una vita (che  tutta un testo)  una complessa (sottile) operazione letteraria. Il Libro dell'acqua  il pi letterario tra i libri di Limonov.
Due le questioni di base che l'autore si  dovuto porre: la selezione delle informazioni e la distribuzione. La selezione non  affatto casuale come sembra e corrisponde, in sostanza, a un intreccio, o almeno agli indizi per un intreccio. Ricomporli  compito del lettore, cos che ne emerger, tra i tanti possibili, proprio quel personaggio Limonov che a Limonov fa comodo in questo momento. La storia dell'autore attraverso il tempo e i flutti  insomma un ipertesto: infiniti percorsi possibili, mille dettagli osservati con gusto o distrattamente, facce e gesti di innumerevoli comparse, schegge di storia e cultura personalizzate in digressioni filosofeggianti a volte meschine, a volte non prive di ingegno. Ed  curioso anche osservare, tra tanti, tanto disordinati e strabilianti intrecci di vita, come tutto in sostanza rimanga marginale, plausibile, quasi quotidiano: guerrieri senza battaglie e iperboli solo verbali.
Non meno significativa  la distribuzione delle informazioni, prima suddivise in otto sezioni non omogenee e in cinquantotto parti, poi avviluppate l'una con l'altra, di testo in testo, di luogo in luogo, di Limonov in Limonov che cambia continuamente e prova senza successo a uniformarsi. Le frasi introduttive, se non servono a collocare nel tempo, di solito depistano, conducono su false tracce, creano attese illusorie. Poi si entra o ci si avvicina al nocciolo tematico, ma l'esposizione  tutto fuorch organica. Prendiamo per esempio il testo sul Volga: si inizia dall'ineluttabilit della morte e da un certo Vasja il fesso che fa una brutta fine. Finito lui, si passa al cofondatore del Partito nazionalbolscevico, alla sua cittadina di provincia, Kimry e ai suoi genitori e da l all'antisemitismo (che naturalmente convive in Limonov con l'ammirazione per la genialit ebraica) e all'amante ebrea Liza, ai suoi talenti e vizi e vezzi e a un trattatello d'estetica. Poi si torna a Kimry, si ha modo di conoscere i giovani banditi locali quindi tutti a mollo nel Volga. Anzi no, prima un salto in giro per il mondo a vantarsi delle frequentazioni con l'internazionale del terrore e infine il fiume pu assumere il suo tradizionale ruolo di matuka, feconda genitrice. Non senza l'ultimo colpo di scena, quasi d'obbligo in tutti i brani, con l'acqua che muta nell'urina di Liza, tornata, come non molte righe prima, a fare la gatta.
Domina la paratassi, l'illusorio equilibrio di un ritmo sobrio e disteso, in realt molto dinamico, con trasmigrazione continua e a ritroso del lettore, un saliscendi nell'acqua, nel tempo e nello spazio. Grande  la vitalit e la variet dei registri, orientati comunque verso il basso, in un impasto ponderato, virtuoso ma non virtuosistico che simula immediatezza e nasconde i procedimenti. Cos risulta difficile, a un certo punto, dare conto delle sbruffonate, delle porcate, dei proclami, che si spiegano solo come gioco di contrasti ed equilibrio dell'inconciliabile: da qui il laconismo tronfio, l'enfasi pecoreccia e tutti gli ossimori letterali, retorici e di poetica che determinano la bellezza e i limiti di quest'opera.
Per ammissione dello stesso autore, l'ordine da seguire nella lettura pu essere completamente casuale, ed  forse quello che pi giova al libro. Ma, trattandosi di un ipertesto, ogni altro criterio  percorribile, a cominciare da quello della contiguit spaziale, che passa per acque russe, francesi, americane, acque siberiane o decisamente asiatiche e anche per le piuttosto malviste acque italiane; in alcuni casi le acque sono le stesse, ben diverse con lo scorrere del tempo. Ed  poi ricostruibile e altrettanto legittimo un ordine cronologico, che dovrebbe essere, sostanzialmente, il seguente:
Stagno di Tjuren'ka - Char'kov fine anni Cinquanta; Mar Nero - Tuapse 1960-1; Fiume Char'kov 1963; Mar d'Azov 1965; Fontana a specchio- Charkov circa 1965; Bagno turco sulla via Maa Poryvaeva - Mosca 1965; Mar Nero - Koktebel' maggio 1970; Mar Nero - Soci 1974; Danubio ottobre 1974; Mar Mediterraneo - Ostia fine 1974; Fontana di Trevi - Roma 1974-75; Tevere-Roma 1974-75; Oceano Atlantico - New York febbraio 1976; Fontana di Washington Square - New York estate 1976; Fontana sulla Quinta Avenue - New York estate 1976; Hudson 1979-80; Oceano Pacifico - Venice Beach febbraio 1980; Tamigi - Isola dei cani 1980; Oceano Pacifico - Pacific Groves estate 1981; Mar Adriatico - Venezia 1982; Jacuzzi - California autunno-inverno 1982; Senna 1980-1994; Fontana nel Giardino di Lussemburgo - Parigi 1980-1994; Fontana alle Tuileries 1980-1994; Due fontane: la Fontana degli Innocenti e la fontana del Beaubourg-Parigi 1986; Oceano Atlantico - Bretagna fine anni Ottanta; Mar Mediterraneo - Nizza 1990; Mare del Nord - Amsterdam dicembre 1990; Sauna a Lesosibirsk febbraio 1992; Dnestr 1992; Paludi del delta del Dnestr 1992; Mar Nero - Odessa 1992; Kuban' estate 1992; Mar Nero - Gudauty autunno 1992; Mar Adriatico - Foce della Karinica 1993; Don autunno 1994; Fontana della Turandot presso il teatro Vachtangov - Mosca anni Novanta; Mar Bianco - Severodvinsk 1996; Volga estate 1996; Bagno turco - Alma-Ata maggio 1997; Lago nella riserva Tigrovaja Balka - Tagikistan maggio 1997; Pangi maggio 1997; Piscina - Duanb maggio 1997; Aryk-Tagikistan - Kolchoz Capaev presso Duanb maggio 1997; Lago nei pressi di Georgievsk settembre 1997; Moscova settembre 1997; Neva novembre 1997; Mosca - Pioggia 1997-98; Fontana dei Cavalli nella piazza del Maneggio - Mosca primavera-estate 1998; Uragano 20 giugno 1998 - Mosca-Nastja; Minuscolo laghetto a Pietroburgo maggio 1999; Ob' primavera-estate 2000; Bagno turco della tenuta di Pirogov - Montagne dell'Altaj estate 2000; Koksa estate-autunno 2000; Enisej fine 2000; Bagno turco - Rostovna-Donu marzo 2001; Bagno turco della fortezza di Lefortovo 2001-2002.
Seguendo questo schema,  facile individuare anche il pi appariscente tra i nuclei tematici, quello delle compagne di strada e di letto. La matronale e taciturna Anna Rubinstein (1965-70), l'unica che non si merita neppure una parola di passione (n di compassione, visto che, anni dopo, finisce suicida), cui segue (1972-76) la belle femme sans merci, dea e musa, Elena capova, sulla quale Limonov si prende tardive rivincite secondo il classico stereotipo del poeta e della rosa sfiorita. Oppure la tigre Nataa Medvedeva (1982-90), qui molto pi mansueta che in altre opere e parecchio meno bistrattata; quindi Liza (1996-97), patologicamente infedele (come tutte, no?) e un'altra Nataa, decisamente episodica (1997-98), fino al grande amore in corso d'opera, lo scricciolo Nastja. Per s Limonov ha ritagliato una parte piuttosto curiosa, quella di vittima e remissivo malato d'amore, perseguitato dalle crudeli e infedeli, cui invece lui, negli intervalli coniugali, non fa mai mancare la pi assoluta devozione: il ruolo, quasi la maschera, del Casanova cornuto, che lo accompagna in realt fin dagli esordi.
A caratterizzare un altro possibile Limonov, il miles gloriosus perso nelle sue fantasie, concorrono perfettamente le costanti imprecisioni e gli errori fattuali, ai quali stavolta viene in soccorso anche l'alibi della prigione (dove controllare i ricordi?), come pure i frequentissimi errori nelle citazioni straniere a dispetto del ventennio trascorso all'estero. Spesso il personaggio Limonov sembra troppo concentrato su se stesso per prestare attenzione al mondo che lo circonda perch, pi di ogni altra cosa,  la propria presenza scenica a interessarlo. Eppure, in queste pagine, non c' nessuna immediatezza e improvvisazione, ma l'arte rodata di uno scrittore autenticamente professionista, cui fa gioco anche apparire trasandato e che anzi, come procedimento cardine della propria scrittura, sceglie di fingere la chiacchierata a braccio, in un vortice di acque che si confondono, non si possono arrestare e, inevitabilmente, sono destinate a trascinare il lettore con s in una nuova, fatidica recita dell'attore Limonov: ancora lui, sempre lui, il perenne attore di se stesso.
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Mario Caramitti.
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Libro dell'acqua.
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Premessa.
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Tutto quanto  racchiuso sotto questa copertina  intitolato Libro dell'acqua. Lo si sarebbe potuto chiamare anche Libro del tempo. Infatti parla del tempo. Ma ho preferito l'acqua. L'acqua trasporta, cancella e non ci si pu bagnare due volte nella stessa acqua. Ne  venuta fuori una strana opera, in cui si sono affacciati ricordi geografici e coincidenze fatali. Cos, dopo essere stato a Venezia in ben insolita compagnia nel 1982, undici anni dopo mi sarei trovato sulla riva opposta dell'Adriatico, quella dalmata, con il mitra, in una pattuglia della polizia militare dell'ormai scomparsa Repubblica Serba di Krajna. Nell'estate del 1974 sono passato per Gagry, diretto a Gudauty, nella macchina sportiva di un francese e in compagnia di belle donne, mentre nel 1992 andavo vagando per la spiaggia di Gudauty invasa dalle sterpaglie, avventuriero accorso in aiuto della Repubblica di Abchazia.
Ho anche scoperto di aver colto nell'oceano del tempo gli elementi pi essenziali: e cos, lette le prime quaranta pagine del manoscritto, non vi ho trovato che guerra e donne. Mitra e sperma dentro i buchi delle femmine amate, ecco a cosa ammonta la mia ordinaria esistenza. In parte, tale scelta va messa in conto al luogo in cui il libro  stato scritto: un carcere militare per i nemici dello Stato. Ma c' ben altro!
Alcuni episodi di questo libro sono gi apparsi di sfuggita in altre mie opere, ma presentati in un contesto diverso non erano che schizzi senza risalto n profondit. Adesso, scritti compiutamente, hanno acquistato una fisionomia autonoma. Il Libro dell'acqua tratta dei flutti della vita, e per questo i diversi episodi sono intenzionalmente mescolati, come nella memoria si mescolano i ricordi o gli oggetti nell'acqua. Sei davanti, lettore, a un insolito libro di memorie. E siccome le mie inclinazioni sono sempre state duplici e ambigue, e sin da quando ero giovane mi sono comportato da Casanova o don Giovanni, inseguendo al tempo stesso un futuro da soldato e rivoluzionario (i miei modelli erano Bakunin e Che Guevara), il risultato  stato non meno duplice e ambiguo: stai per leggere un ibrido tra il Diario di Bolivia e le Memorie di Casanova.

Mari. Mar Mediterraneo - Nizza.

Nataa era una ragazza alta e forte, con un corpo da nuotatrice. Per lei nuotare era una cosa seria. Indossava la cuffia con molta cura, entrava in mare con aria pensosa e solo all'ultimo istante si concedeva un gridolino, proprio sul punto di stendersi sull'acqua, ormai gi abbastanza profonda, e cominciare a nuotare.
Dopo di che si dedicava con seriet a quell'occupazione e non amava che altri, sguazzandole vicino, la schizzassero. La guardavo dalla spiaggia e mi dicevo: Ecco mia moglie che nuota. Sulla spiaggia di Nizza avrebbero potuto rubarci tutto senza problemi, per questo non nuotavamo mai insieme. Quando lei usciva dall'acqua io ci entravo, eravamo sempre solo noi due. Il mare era spettacolare. Come nei dpliant delle agenzie turistiche, color acquamarina. A rovinarlo c'era solo lo schiamazzo incessante delle macchine sulla promenade des Anglais. La strada correva parallela alla spiaggia, in alto, e i gas di scarico, l'asfalto bollente, i corpi incandescenti di molte migliaia di automobili si avvertivano anche in basso, sulla riva del mare. L'acqua era fresca come latte appena munto. Nataa ce l'aveva con me perch stavamo sempre da soli. A Nizza ci eravamo arrivati da Bziers, percorrendo tutto il litorale. Alla stazione di Bziers ci aveva accompagnato Michel Bidot, in sandali. Magro e ironico. Di Nataa aveva paura. Dopo tre settimane da lui, nel villaggio di Camprafault, ci eravamo inselvatichiti. In estate Camprafault contava undici abitanti, compresi noi. In inverno otto. Il treno era passato per Tolone, Marsiglia, Cannes. I finestrini erano aperti e la gente stava in piedi, come sui trenini della periferia russa. Era gente semplice: arabi allegri, marinai con il berretto a pompon. C'erano molti ubriachi. Sfrecciavamo fischiando accanto a banchine con le palme. Su quel treno Nataa si sentiva molto meglio che a Camprafault, perch c'erano gli arabi e i marinai che la guardavano con approvazione. Lei  sempre piaciuta agli uomini semplici, senza pretese, con inclinazioni criminali. A Camprafault non c'era nessuno che la potesse guardare. Degli otto abitanti del villaggio due erano una famiglia felice di omosessuali, che allevavano capre, con il latte di capra facevano del formaggio biologico e lo vendevano nella vicina cittadina di Saint-Chinian. Gli altri sei erano bambini, ragazze e vecchi.
A Nizza stavamo da un'amica di Nataa, in un palazzo con appartamenti numerati come camere d'albergo. C'era un balcone, un letto scomodo, simile ai giacigli sui quali si dorme in Russia sopra le stufe. Esasperavo Nataa con le mie voglie, lei si ritraeva irritata. O indignata diceva avanti, avanti e se ne stava l sdraiata come morta. La sera andavamo al ristorante. Nataa era bella: le gambe abbronzate, la gonna rossa, una camicetta nera a pois bianchi, la voce roca, il volto cupo e sprezzante. Ma neppure i ristoranti erano di suo gradimento sebbene li scegliessi cari, quell'anno guadagnavo bene.  stato il mio ultimo anno di pace: il 1990.
Nei ristoranti di Nizza lei si annoiava. A Parigi non mangiavamo mai al ristorante, perch in un ristorante Nataa aveva lavorato per molti anni, prima nel lussuoso Rasputin, poi nel pi abbordabile Balalajka. Io sono sempre stato molto perspicace al punto da darmi sui nervi da solo. Anche in quell'occasione la mia diagnosi era ineccepibile. Se a Camprafault non c'erano uomini, e quindi nessuno che potesse guardare Nataa, dilettarsene, farle complimenti (il nostro amico Michel Bidot cos biondiccio, alto e allampanato, con il fisico da adolescente e un'eterna puzza di tabacco addosso era un flirt improponibile), a Nizza di uomini ce n'erano in abbondanza, la met dei camerieri assomigliava ad Alain Delon. C'era tuttavia un fattore insormontabile che s'interponeva tra Nataa e i Delon: io. Nataa mi amava, ma con la stessa forza amava anche la vita. L'avrebbe soddisfatta, io credo, persino un'avventuretta passeggera, ma noi non frequentavamo proprio nessuno. Insomma, le conseguenze di un mese di ascetismo erano palpabili. E Nataa nuotava sempre pi seria.
Analizzavo i sassolini corrosi che mi si attaccavano ai piedi. C'era anche della morchia: forse madames e messieurs coinvolti in un qualche incidente stradale scendevano la sera al mare a lavare i pezzi delle macchine inzaccherando la spiaggia a suon di carburatori e ammortizzatori. Mi sono alzato, tastando con lo sguardo la superficie dell'acqua in lontananza, sull'orlo delle boe rosse, fino a individuare la testa di Nataa. Mi sono girato verso la citt. Sui balconi degli hotel di lusso erano tese tende multicolori. Su Nizza tremolava un velo quasi palpabile di calura. Erano giorni assolutamente felici di noia e incomprensione.
Siamo andati a visitare la chiesa russa e alla stazione abbiamo litigato furiosamente. Nataa mi ha urlato contro tutto quello che non le piaceva di me, quello che le sembrava sbagliato e ripugnante. Allora quelle accuse cos ingiuste mi avevano sconvolto, oggi non ricordo pi neanche una parola. Poi abbiamo fatto la pace, siamo saliti sul TGV che ci ha riportati in un batter d'occhio a Parigi. Mi sono scolato due latte da un litro di birra ghiacciata e, arrivato al nostro appartamento in rue Turenne, mi  mancato il respiro, da morirne. Presto avrei scoperto che erano i primi attacchi dell'asma.

Mar Nero - Odessa.
A Odessa ci avevano accompagnato alcuni ragazzi dei Servizi segreti della Repubblica del Dnestr. La loro macchina, comoda e moderna, odorava di pelle. A Tiraspol, prima di partire, quei ragazzi avevano infilato tra i sedili e dentro di essi varie cosette il cui trasporto  proibito dal codice penale dell'Ucraina. Ce ne siamo ricordati proprio all'ultimo momento e allora i ragazzi, prima di portarci in stazione, si sono fermati in una tranquilla stradina di Odessa e hanno trasferito tutto quello che non  consentito trasportare nel borsone mio e in quello di Vlad. Arrivati davanti alla stazione, siamo scesi tutti e ci siamo abbracciati. Loro erano in due, uno non l'ho pi incontrato, l'altro, l'ufficiale Sergej Kiricenko, l'ho rivisto due anni dopo a Mosca, dove era venuto per i funerali del padre. Unico erede di un appartamento sulla via Lesnaja, quell'appartamento Sergej avrebbe dovuto affittarlo a me nell'autunno del 1994, ma in ottobre  morto. Pulendo la pistola si sarebbe piantato inavvertitamente una pallottola in testa, dicono.  successo al pianterreno, con la finestra aperta, perch all'inizio di ottobre a Tiraspol fa ancora caldo. Ma per questo bisogna aspettare ancora due anni. Quella volta, insomma, eravamo davanti alla stazione di Odessa, sull'asfalto infuocato: un grande abbraccio, tra tutti e quattro. Tutti e quattro sani e giovani: io, Vlad urygin, capitano e giornalista del Den, Sergej e il quarto tizio.
Finiti gli abbracci, io e Vlad siamo entrati in stazione. Tornavamo a Mosca dalla guerra, dalla guerra nella Repubblica del Dnestr. Biglietti alle casse normali non ce n'erano. Neppure in nero. Siamo saliti al primo piano e ci siamo messi in coda alla cassa per i militari. Dopo averci riflettuto un attimo, ho lasciato Vlad in fila e mi sono allontanato per telefonare. Nel viaggio d'andata, sul treno Mosca-Odessa che mi conduceva in guerra, ero stato riconosciuto dal proprietario del videobar, come era stato fantasiosamente ribattezzato il vecchio vagone ristorante acquistato da quell'intraprendente ebreo. L'ebreo mi aveva riconosciuto, aveva letto i miei libri, per cui tutto il viaggio fino a Odessa era stato una pacchia: avevo bevuto dello spumante di buona qualit e mangiato pollo arrosto guardando un film d'azione. Ricordatomi che quell'ammiratore odessita vantava agganci spaventosi (aveva detto proprio cos: Ho agganci spaventosi) nelle ferrovie, ho tirato fuori il pezzetto di giornale con il suo numero e ho cominciato a comporlo. Non prendeva la linea. Nella sala d'attesa c'era la stessa puzza di tutte le sale d'attesa dell'Unione Sovietica, sebbene quest'ultima avesse smesso di esistere. Puzza di vestiti sporchi, di cibo cattivo, di marcio, di rancido, del piscio dei barboni e del sudore aspro delle donne del Sud. Con la coda dell'occhio ho visto che un capitano della polizia ucraina in fila dietro urygin aveva attaccato discorso con lui e gli indicava il bicipite destro. Il mio capitano, tormentandosi i baffetti e pestando i piedi nervosamente, gli rispondeva qualcosa di sprezzante e scostante. Lo si capiva dall'espressione del volto che ormai conoscevo a memoria. Quando il mio amico sta girato cos di fianco e parla da sopra la spalla  un segno sicuro di lite. Il capitano della polizia pianta un dito sul bicipite di urygin e lui glielo allontana. Avevo smesso gi da un pezzo di fare il numero dell'odessita, tenevo la cornetta in mano e finalmente riuscivo a fare mente locale. Sulla giubba scolorita del capitano urygin era cucito un enorme stemma dell'URSS con la bandiera rossa, un regalo, se non s' inventato tutto, dei commilitoni astronauti. In aggiunta alle considerevoli dimensioni, una decina di centimetri in lunghezza, lo stemma sfoggiava la scritta URSS a grandi lettere. Per certo lo sbirro ucraino stava chiedendo a urygin che cosa ci facesse lui qui, nell'Ucraina libera e indipendente, con lo stemma di un Paese che non esisteva pi. Faceva caldo, lo sbirro ucraino era magro, calvo, repellente, un diverbio con lui non prometteva niente di buono. Un isterico... E a questo punto ho realizzato che, se per quello stemma sul bicipite io e urygin finivamo al commissariato, avrebbero scoperto che cosa contenevano le nostre borse e allora ci sarebbe toccato vedere per un bel po' il sole a strisce.
Abbandonando la cornetta nelle mani di qualcuno mi sono immediatamente precipitato da Vlad, l'ho staccato da terra e me lo sono trascinato dietro.
Sei diventato scemo? Non ti ricordi pi?
Lo sbirro ucraino ci seguiva interdetto con lo sguardo. Ma non si muoveva dal posto.
E che mi pu fare quel cretino! Vlad si  girato cercando di tornare dal suo avversario.
Ma che ti sei dimenticato cosa abbiamo nelle borse? gli ho sibilato in un orecchio.
Oh cacchio! ha rantolato urygin. E subito ha cominciato a tirare per strapparsi dalla manica lo stemma. Tutta la stazione ci stava guardando. Ma quello non voleva saperne di staccarsi.
Togliti il giubbotto, cretino gli ho suggerito.
Se l' tolto; io, guardando affabilmente lo sbirro ucraino, ho ripiegato il giubbotto e l'ho infilato nella mia borsa blu, che gi avevo pronta in mano, guarda caso. Vlad  rimasto con una maglietta senza maniche, e aveva l'aspetto di un grasso, enorme e rabbioso bulldog. Ho preso per un braccio il mio compagno e l'ho portato in strada. L abbiamo trovato una cabina, siamo riusciti a telefonare all'ebreo, che  subito venuto a prenderci con un'enorme e vecchia macchina americana rosa, assieme alla moglie e ai parenti, tutto sorrisi. Si rallegrava infinitamente, quel bravissimo uomo, che il suo scrittore preferito di ritorno dalla guerra fosse rimasto bloccato l. Mi riferisco a lui semplicemente come ebreo per non nuocere a uno dei migliori rappresentanti del genere umano. Se adesso si trova in Ucraina, difficilmente potrebbe tornargli utile rivelare della nostra amicizia, visto che nel 1996 la Procura Generale di quel Paese ha aperto un procedimento penale nei miei confronti. E se invece vivesse in Russia avrebbe comunque dei problemi dato che... sono qua in prigione.
A Odessa l'asfalto ti si scioglieva sotto i piedi, il sole bruciava in maniera insopportabile. E su Odessa il cielo era cos alto, possente, rigurgitante fuoco che, non so come, mi sono venute in mente due persone: il comandante di brigata Kotovskij, assassino e galeotto, e il generale Slacov, cocainomane nicciano, che avevano entrambi conquistato quella citt. Ci siamo addentrati nel cuore di Odessa, dove in un cortile ebreo, come in un villaggio, viveva una folla di ebrei, tutti parenti del nostro. Abbiamo mangiato acciughe e bevuto vodka, poi abbiamo preso secchi, lattine, ciliegie, vodka, acciughe, ravioli, lenzuola e bambini e siamo andati sulla spiaggia, dove si festeggiava la giornata del pescatore e l'ebreo aveva un capanno in mezzo a tanti altri capanni. Le nostre borse dal pericoloso ripieno le avevamo portate con noi e se ne stavano pacificamente mischiate alle suppellettili dei nostri amici.
Ho bevuto vino e vodka. Mi sono mangiato tutte le acciughe di Odessa. Mi sono fotografato sullo sfondo della spiaggia con tutte le ragazze ebree. Non ero ubriaco, ero felice. Il Mar Nero era magnifico, accecante, salato come un barile di aringhe. Vlad parlava con gli ebrei dei massimi sistemi, cio di irinovskij. Alle borse nessuno faceva caso. La sera stessa siamo partiti per Mosca ospitati nello scompartimento di servizio del fratello del nostro ebreo, capotreno. Siamo arrivati a destinazione senza intoppi.
La cosa pi incredibile  che per uno scherzo del destino quella borsa blu adesso ce l'ho sotto la panca sulla quale sto seduto, in una cella d'isolamento del carcere di Lefortovo.

Mar Adriatico - Foce della Karinica.
Ci sono arrivato assieme a una pattuglia della polizia militare, scendendo dagli altopiani rocciosi sui quali i serbi tenevano le posizioni. Era la primavera del 1993. Siamo sbucati in un punto dal quale erano appena andati via i francesi. C'ero finito, da quelle parti, per via della TV. Ero tornato a Parigi da Mosca e me ne stavo chiuso in casa a bere vino e a ingoiare il boccone amaro. In gennaio si era dissolto il Partito nazionalradicale, fondato il 22 novembre 1992 nella dacia di La Mitrofanov. Il comportamento dei membri del partito era stato assurdo.
Me ne stavo perci a casa a mandare maledizioni ad Archipov e arikov. Un po' meno ne indirizzavo a Mitrofanov e Vengerskij, ancora meno a Kurskij e Buzov... l'intero glorioso ex governo ombra. Con loro era svanito anche il partito.
In TV a Parigi facevano vedere la Croazia: il ponte di barche che i signori croati avevano piazzato attraverso lo drelo di Novigrad, cos mi sembra chiamassero quella striscia di mare. Ad ogni modo mi riferisco alla baia di Novigrad, un'insenatura in cui l'Adriatico si ingolfa completamente nella terraferma. Avevano fatto vedere un tenente colonnello d'artiglieria serbo, di nome Uzelac. Raccontava divertito come avevano aspettato che i croati finissero di costruire il ponte, per cominciare subito a bombardarglielo. Il tenente colonnello aveva comandato: Fuoco! e s'era visto il proiettile abbattersi con precisione al centro della struttura. La sera avevano replicato il servizio e questa volta avevo distinto chiaramente come del ponte non fossero rimasti che dei monconi all'una e all'altra estremit. Ecco un posto dove le cose sono concrete e non assurde, mi ero detto. Avevo preparato la borsa, mi ero messo i soldi in tasca ed ero corso all'aeroporto dove ho comprato un biglietto dell'Air France Parigi-Budapest. A Budapest mi aspettavano i serbi. Tempo alcuni giorni e stavo al loro posto di vedetta, sotto una massiccia tettoia di travi, a guardare con il periscopio da trincea la baia di Novigrad e lo drelo (che dovrebbe significare pi o meno gola, credo), e al mio fianco c'era il colonnello Uzelac che mi spiegava come i croati avessero cominciato a costruire un altro ponte. Ma noi non abbiamo fretta, lascia che costruiscano. Il colonnello indossava l'elmetto.
Avessimo fatto, io e il colonnello, ancora qualche passo, saremmo giunti alla baia di Novigrad, cio sull'Adriatico profondamente insinuato in quell'antica terra, e se avessimo preso un motoscafo o una barca saremmo potuti giungere in mare aperto. Con una traversata di non pi di duecento chilometri, saremmo arrivati in Italia. Direttamente alla cittadina di Rimini, curvando a Venezia. Dieci anni prima, nel 1982, ero stato a Venezia, in ben strana compagnia, di ci  rimasta traccia nel mio libro La morte degli eroi contemporanei. Ma per me e il colonnello quella strada era preclusa, proprio vicino al golfo c'erano i croati. Per spazzarli via avremmo avuto forze sufficienti, ma ci limitavamo a difendere i rocciosi altopiani sovrastanti l'Adriatico.
Sono sceso al mare in un altro punto, dove il piccolo fiume Karinica sfocia nell'Adriatico. Prima di noi c'era stato un campo dei Caschi blu, del battaglione francese dell'UNPROFOR (sigla che non saprei pi decifrare). Era gente che se ne andava in giro su blindati bianchi con scritte blu, indossava caschi blu e dormiva in casupole prefabbricate bianche. Le pareti erano di una plastica leggera che per proteggeva dal freddo e per questo, pi di una volta, mi  capitato di vedere come i serbi piantassero queste baracche nel terreno, facendone dei ricoveri per la notte. L'acqua della Karinica era tutta verde, non saprei perch. Accanto alle baracche rotte e abbandonate erano rimasti cumuli di spazzatura: rovistando un po', ho trovato una gran quantit di romanzacci d'azione francesi. In copertina Rambo muscolosi con i berretti militari imbracciavano enormi mitra.
I libri erano rigonfi d'acqua. La categoria d'immondizia pi diffusa erano per le bottiglie vuote di vino francese e i barattoli di conserva: le mie care conserve francesi! ***L'Adriatico, molto basso in quel punto, iniziava con la stessa acqua verde della Karinica; proseguendo in barca, davvero si sarebbe potuti arrivare a Venezia in un batter d'occhio. Ma io e i ragazzi della polizia militare della Repubblica Serba di Krajna di Knin avevamo altro a cui pensare. I francesi dell'UNPROFOR pi di una volta avevano venduto i serbi ai croati. Il problema  che, sebbene il battaglione si definisse francese, ne facevano parte soprattutto soldati della Legione straniera, tra i quali parecchi erano di origine croata, inclusi alcuni ufficiali. I francesi erano tutt'altro che imparziali. Una volta avevano addirittura dato uno dei loro blindati bianchi ai croati che, infilatisi senza problemi tra le postazioni dei serbi, avevano aperto il fuoco all'improvviso. La polizia militare avrebbe volentieri fatto saltare le palle ad alcuni miei connazionali (avevo in tasca il passaporto francese). Ed era forse proprio quello che stavamo per fare alla foce del fiume Karinica, ma i francesi si erano dileguati in mezzo al verde. Pi avanti lungo la costa si stendevano le ville dei ricchi abitanti di Zagabria, la capitale croata, ma anche di Belgrado, visto che fino a un paio d'anni prima esisteva una sola Nazione. Adesso le ville erano deserte e molte, nonostante le minacce dei comandi militari, erano state saccheggiate. I pavimenti di parquet divelti.
Per fare il bagno era troppo freddo. Perci mi sono tolto le scarpe, mi sono arrotolato i pantaloni fino alle ginocchia e cos com'ero, con il mitra e la pistola alla cintola, con il cappotto militare dalla fodera staccabile sono entrato nell'Adriatico fino alle ginocchia, sposandomici alla maniera di un doge veneziano. I soldati che non capivano cosa facessi, sorridevano. Ma io gi nel 1972 avevo giurato di bagnarmi in tutte le acque che mi sarei trovato davanti. Cos rispettavo la mia promessa.
Poi abbiamo cominciato a risalire verso il severo altopiano roccioso, sul quale molte generazioni di serbi avevano strappato con tutte le loro forze minuscoli campi alle pietre. Pi salivamo e pi le acque dell'Adriatico, che occhieggiavano in basso tra le rocce e le cime dei pini, cessavano di essere verdi, facendosi blu, quindi d'acciaio.

Mar Bianco - Severodvinsk
La cosa idiota era che dovevamo starcene l nascosti a scrutare con il cannocchiale le fabbriche tanto care ai nostri ragazzi: la Zvzdocka dove lavorava Volodja, e la Sevma, di Dima. Ci nascondevamo dalle sentinelle che avrebbero potuto vederci strisciare nell'acqua bassa e putrida, tra le erbe di palude rinsecchite e semipolverizzate, e allarmarsi.
Ci manca pure che ci sparino addosso! si infervorava il piccolo ingegnere della Zvzdocka Volodja Paderin, il responsabile del nostro partito a Severodvinsk.
Tra improperi e maledizioni, stavamo nascosti dietro le condutture del gas; Paderin, strappandomi di mano il cannocchiale, mi mostrava con orgoglio, a debita distanza, la sua fabbrica.
Il leader di un partito nazionalista costretto a guardare una fabbrica russa come una spia si affliggeva l a fianco Dima ilo, con la testa rasata a zero.
Quando invece quel fottutissimo americano, il ministro della Difesa, l'hanno appena accolto con le fanfare gli ha fatto eco Paderin.
Il ministro della Difesa degli Stati Uniti era venuto ad assistere allo smantellamento dell'ennesimo sommergibile russo. Che era stato sezionato, privato del reattore nucleare e mandato a rottamare. Una delizia per gli occhi del ministro della Difesa americano. Non solo gli avevano consentito l'accesso in fabbrica, gli avevano anche preparato striscioni di benvenuto. Anche se qualcuno, per la verit, era riuscito nottetempo a scrivere sul sommergibile yankee go home!
Ha cominciato a piovigginare.
Un po' troppo artistico come guardia del corpo, quello spilungone di Lka Razukov, ex sbirro, si  messo a fotografarci sullo sfondo delle fabbriche lontane e dei capannoni dei cantieri navali. Facevamo tutto il possibile, insomma, per beccarci un'accusa di spionaggio. L'ho detto ai miei compagni e siamo scoppiati tutti a ridere, avviandoci verso la strada. Quella strada collegava l'isola alla terraferma, alla citt. Sull'isola si trovavano alcuni quartieri operai e proprio dalla nostra parte si aprivano i varchi d'accesso alla fabbrica. Arrivati sulla strada, ci siamo messi in posa con alle spalle il Mar Bianco, malinconico nella bassa marea, dal lato dove non c'erano cantieri navali. Sulla foto sono rimaste le macchie degli schizzi d'acqua sull'obiettivo di Razukov. Stiamo immobili, tra le gambe ci spuntano alte erbe nere, il paesaggio  cos desolato che quella fotografia l'ho chiamata L'eterno riposo. Era l'autunno del 1996, gi inoltrato, ma senza neve, un lento autunno ovattato. Da non molto ero stato aggredito a calci in faccia da sconosciuti e Lka Razukov era la mia prima guardia del corpo. Quell'aggressione mi era valsa un trauma a entrambi i bulbi oculari e non mi sentivo tranquillo, c'era pericolo di un distacco della retina. Per questo anche il Mar Bianco lo guardavo sospettoso della mia vista, incerto se a lacrimare fosse il mare o il leader del Partito nazionalbolscevico.
Abbiamo proseguito. Il caldo, putrido vento industriale del Mar Bianco odorava di acido solforico. Plaghe molli, vapori, macchie umide, alberi bassi senza foglie e steppose distese nere di erbe grigie, alte e marce. Mi ha assalito un desiderio di ascetismo profondo, di gelido, apostolico rigore morale e sono rimasto indietro rispetto ai miei compagni. In posti del genere non si dovrebbe fare altro che scavare un rifugio sotto terra e andarsene con una vecchia rete a strascico lungo le sponde a vagare in quella grigia soluzione marina prima di deporre la rete. Poi tornarsene al rifugio ad affumicare il pesce sulla legna umida, pensando all'eternit e a Dio, immaginandolo nelle vesti di un uomo pallido e smunto. Avete l'anima tarlata scriveva il protopope Avvakum. Stavamo andando da Anatolij, il padre di Volodja. Pittore dilettante e intagliatore, Anatolij Paderin era in pensione e la pensione la riceveva dopo aver rettificato a mano per decenni le ancore dei sommergibili. Quindi Volodja  un costruttore di navi ereditario. Finita la facolt di Ingegneria navale a Pietroburgo,  tornato a lavorare nella fabbrica avita.
I genitori di Volodja ci hanno accolto con grande affetto, ci hanno offerto da mangiare e da bere. Quando ha fatto buio, li abbiamo salutati e siamo andati sulla riva del Mar Bianco, che si scorgeva a stento. Razukov, con i suoi stivali da testa di cuoio, ha acceso una torcia ed  entrato in mare. Il Mar Bianco era basso, caldo e calmo. Non lo si sentiva. Se non fosse stato per Razukov e la sua torcia, non lo si sarebbe proprio visto. Solamente se ne avvertiva nell'aria l'umidit appiccicosa.
Tornati dal viaggio nel nord, Razukov ha sviluppato le fotografie. Sullo sfondo dell'Eterno riposo abbiamo tutti quanti un aspetto strano. Con facce da bonaccioni. Con il cappello nero e il giubbotto da marinaio io assomiglio a un sommozzatore in pensione. ilo e Paderin sembrano due monaci del popolino senza un centesimo. Persino Lka Razukov ha un aspetto tutt'altro che esuberante, impassibile come un ciocco di legno. La natura del Mar Bianco aveva fatto scempio di noi. Sembrava che fossimo sul punto di tramutarci in finlandesi. Si  soliti sottovalutarla, la Natura, invece ha una forza immensa.  capace di sottomettersi chiunque.

Mare del Nord - Amsterdam
Quando vai in treno dalla Francia all'Olanda smetti di provare qualunque ammirazione per le imprese della Wehrmacht, che aveva occupato mezza Europa in pochi giorni o settimane.  tutto cos vicino, cos piccolo. Avevo appena fatto in tempo ad aprirmi una birra e gi il Belgio tutto dipinto a nuovo e repellente si affacciava con le sue stazioni dal nome francese. Ciufciuf, una qualche Halle, ciuf-ciuf Bruxelles. Riesci solo a renderti conto che ci sono le stesse rclame delle stesse multinazionali che ci sono in Francia.
Il Belgio  un nonsense geografico, met delle province parla francese, l'altra fiammingo, che dovrebbe essere un dialetto olandese. Il Regno del Belgio l'hanno creato i francesi, quasi alle porte del XX secolo. Sulla Senna, vicino a place de la Concorde, c' un monumento al re del Belgio Alberto I con un lungo mantello francese. Passato il Belgio, faccio appena in tempo ad aprirmi una seconda bottiglia di birra e gi mi scorrono davanti le banchine olandesi. L'Olanda  in realt una diga di cemento che collega la Francia alla Germania. Lungo la diga vivono venti milioni di uomini ascetici e allampanati come compassi e di donne con grandi sederi e pelle bianca. Gli olandesi hanno parole lunghe come quelle degli estoni e dei finlandesi. La casa editrice del mio editore (Joos Kat) era la Wereldbibliotheek, o qualcosa del genere, mi ricordo che di doppie ce n'erano almeno due o tre. Il treno per Amsterdam viaggia tra case piatte e tristi, tutte uguali, parcheggi, villaggetti e parvenze di campi e monticelli. Questa  l'Olanda, la terra vuota.
Spesso le stazioni portano nomi familiari, scritti a caratteri blu su insegne bianche che fuggono via, tipo Haarlem, o la stessa Amsterdam. Infatti, New York ai suoi albori si chiamava Nuova Amsterdam.
Le stazioni scorrono una dopo l'altra. I passeggeri: una ragazzotta perversa si lecca tutto il tempo le labbra, uno sfrontato pellerossa indonesiano mastica con accanimento la sua gomma americana e fissa l'olandese foruncolosa proprio l dove la gonna le si stende sulle parti pi intime. Accanto al pellerossa un insulso stampellone guarda nella stessa direzione, ma biasima sia la ragazza sia l'indonesiano per il loro tacito coito. Io sto andando dal mio editore.
Gli alberi sono potati come lunghe pertiche nude, a imitazione della complessione dell'olandese medio. Il tempo di fare tutte queste osservazioni e riflessioni e sono arrivato. La stazione di Amsterdam  disgustosa. Zingari, ragazzini, vento, polvere, bicchieri di carta del McDonald's, lattine vuote, perch tanta zozzeria?! Le persone per bene arrivano solo all'aeroporto? Su tutto fumavano i consolanti manifesti della retrospettiva di Van Gogh, Vincent con l'orecchio mozzato.
Al mio secondo viaggio ad Amsterdam, il 6 dicembre 1990, sono andato a cercare il porto.
Qui non c' nessun porto! mi aveva annunciato tristemente Joos Kat.
Non gli avevo creduto. C' una canzone di Brel: Nel porto di Amsterdam! Nel porto di Amsterdam! che parla di un povero marinaio abbandonato, un'ottima canzone, insomma, tanto pi che anch'io allora mi sentivo un povero marinaio abbandonato, perch portavo il giubbotto da marinaio: andava di moda in quegli anni. E abbandonato mi sentivo perch lentamente, tra i tormenti, con un languido e sordido compiacimento stava morendo la mia storia d'amore con Nataa. Ero stato io ad andarmene, per fiondarmi nei buchi neri delle guerre e delle rivoluzioni. Non potevo resistervi, tanta era l'attrazione, tale la seduzione. Io ero nato per le guerre e le rivoluzioni, ma non ce n'erano, e solo all'et di quarantotto anni mi sono lanciato a precipizio, con un sorriso di gioia, nel loro vortice ardente e di morte.
Nataa invece non aveva che il buco delle femmine. E il massimo che sapeva fare era concederne l'uso a destra e a manca. Il che avveniva di frequente. Cos io ritornavo dalle guerre e mi immaginavo di essere quel marinaio infelice e tutte le trombe, i flauti, i tamburi di Brel mi risuonavano nelle orecchie mentre, al mattino dopo, gi bello ciucco, stavo uscendo dal mio lindo alberghetto in cerca del porto di Amsterdam.
Dans le port d'Amsterdam... Dans le port d'Amsterdam... Mi  toccato far rotta sulla stazione e sfoggiare il mio speech, chiedendo in accurato inglese How can I find a seaport? a una coppia di adolescenti. Senza esitare quelli mi hanno indicato a destra. Era freddo. Era molto freddo e umido e sebbene nessun Mare del Nord fosse in vista, solo recinzioni e capannoni industriali dietro le recinzioni, quello, il Mare del Nord, mi stava appeso intorno, umido, mi si appiccicava ai capelli, alle guance, alle orecchie e alla fronte.
Troia, puttana masticavo insulti tra i denti. E ricordavo come appena il giorno prima (o due giorni prima?), di ritorno dall'America, non avevo trovato mia moglie a casa (lo so, lo so che ne ho gi scritto, ma voglio farlo ancora, ancora!). Sul tavolo di cucina erano ammucchiati piatti, posate, tovaglioli. Sigarette nel posacenere. I piatti erano due, due i bicchieri. E perch poi ero cos convinto che ci fosse stato un uomo? Comunque non l'avevo neanche vista, non s'era fatta viva. Mi ero infilato ancora vestito nel letto sporco, mi ero scolato la bottiglia di vino che avevo portato, sprofondando in un sonno agitato. Avevo sognato quel buco della nostra cucina, le stoviglie, i mozziconi nel posacenere, lei e lui...
Il mattino dopo mi ero alzato presto, ero andato alla stazione e avevo preso il treno per Amsterdam. Come avevo concordato con l'editore, ancor prima di partire per gli Stati Uniti il biglietto era gi sulla mia scrivania. Avevo molti impegni, molti editori... Troia! Vacca! Schifosa! Lei sapeva che sarei ripartito subito per Amsterdam. Alla fine l'ho visto, il Mare del Nord. Acqua grigia nelle pieghe intricate della coperta di cemento. Lungo il molo c'era una nave in costruzione. Sul ponte stavano segando un tronco. Sotto una delle pieghe della coperta di cemento c'erano dei clochards avvolti nelle coperte, comprese due bagasce sdrucite e un pellerossa indonesiano che bevevano da due bottiglie.
Quando ho incrociato un tizio, non so se un marinaio o un operaio, con il petto in fuori e i capelli bianchi, quello fregandosi le mani (il vento rinforzava), mi ha spiegato che l'Olanda  tutta un porto, da Rotterdam ad Amsterdam.
Polish? mi ha chiesto.
Yes, Polish gli ho risposto indifferente.
Accanto a un enorme ristorante cinese galleggiante c'era un parcheggio con due sole macchine. Me ne sono tornato ad Amsterdam. Yes, Polish.

Mar d'Azov
All'epoca portavo un maglione verde di lana, di gran moda, che mi arrivava fin quasi alle ginocchia e pantaloni a campana che mi ero cucito da solo. Abitavo in piazza Tevelev 19 con mia moglie Anna, di ventotto anni, e sua madre, di sessanta, in un appartamento di due camere, proprio al centro di Char'kov. Scrivevo versi, andavo a bere caff e vermut in un posto alla moda, la caffetteria con distributore automatico sulla Sumskaja. A quell'epoca c'era addirittura un portiere e mi chiamava poeta. Insomma, ero un ragazzetto del centro tremendamente alla moda. Avevo ventidue anni, nessuno avrebbe potuto immaginare che ancora due anni prima lavoravo come fonditore alla fabbrica Serp i Molot. Anna Rubinstein e la vita da bohmien mi avevano plasmato per benino.
 stata proprio Anna ad appiopparmi a Saka Cerevcenko, giovane poeta e giornalista, collaboratore del giornale Leninska Zmina quando quello si accingeva a partire sulla rotta Berdjansk-Feodosija-Aluta-Sebastopoli per scrivere un articolo sui ghiozzi del Mar Nero.
Saka, prendi Eda con te! Qui non fa altro che ubriacarsi con il suo Genocka aveva piagnucolato Anna. Si riferiva al playboy di Char'kov, Genka Goncarenko.
 curioso: tutti quelli che prevedevano che sarei diventato un ubriacone, o sono diventati ubriaconi loro, o hanno trovato altre forme di autodistruzione. Il collegamento tra Saka e Anna era Valja, una cavallona ucraina, commessa, come Anna, nel negozio Poezija: tra Saka e Valja c'era del tenero. Riccioluto, alto, ex marinaio e cadetto, Saka ha accondisceso alle preghiere e mi ha portato dietro, anche se comunque i miei versi gli piacevano. Nei suoi documenti ufficiali di viaggio io risultavo come fotografo, e per farmici assomigliare mi avevano dato un bauletto con una cinghia dove non c'era l'ombra di macchine fotografiche, che comunque non avrei saputo usare e che ho riempito con la biancheria di ricambio.
Saka Cerevcenko adesso vive a Riga,  il direttore di un giornale in lingua russa, a quanto mi risulta il pi grande giornale russo della Lettonia. Dopo che sull'arena della vita politica lettone  sceso nel marzo 1998 il Partito nazionalbolscevico, e lui ha saputo che il presidente del partito ero io, Saka mi ha fatto avere attraverso amici di passaggio a Mosca il suo pi caloroso saluto di marinaio dell'Armata Rossa. Il suo giornale scrive spesso di noi. Se in Russia ci dedicassero la stessa attenzione che in Lettonia, il Partito nazionalbolscevico sarebbe gi da un pezzo rappresentato alla Duma.
Siamo partiti per il sud in treno, di mattina presto. E gi verso sera eravamo a Berdjansk, un porto sul Mar d'Azov, dove ci siamo diretti al comitato cittadino del partito. Qui il segretario del comitato ci ha ricevuti: noi, due giovani poeti, subito dopo che dal suo ufficio era uscito un generale a tre stelle. La mia autostima e quella nei confronti di Saka hanno fatto un balzo immediato. Nell'ufficio con le sedie imbottite di velluto rosso si  parlato di ghiozzi. Il numero complessivo dei ghiozzi pescati nel Mar d'Azov stava diminuendo in modo inarrestabile. Abbiamo anche saputo che proprio nel Mar d'Azov, in virt della sua scarsa estensione e profondit, si verificano le tempeste pi furibonde che si possano immaginare. Saka annotava tutto quello che diceva il segretario, ma io non fotografavo. Camminando sulle guide rosse siamo usciti dal palazzo del comitato del partito e siamo andati al porto. Abbiamo parlato con i pescatori o con chi ci sembrava un pescatore. Con tenerezza e commozione tutti quanti incensavano i ghiozzi. E dimostravano cordoglio per la loro scomparsa. Tutti quanti, sia i pescatori sia i funzionari di partito, assomigliavano loro stessi a dei ghiozzi: la ruvida pelle abbronzata della gente del Sud, le fronti larghe, lunghi pantaloni impolverati che gli coprivano per intero le scarpe e li trasformavano in sirene di sesso maschile. Era come se spuntassero dalla polvere di Berdjansk, le loro code cominciavano direttamente dal cemento del porto. Ghiozzi ambulanti.
Impegnato nella mia prima trasferta di lavoro, mi aspettavo, come Jonathan Swift o Erodoto, di vedere personaggi straordinari, esseri strabilianti, ma ho trovato solo gli stessi farlocchi che c'erano nella lontana, continentale Char'kov. Cominciavo ad annoiarmi. Grazie a Dio abbiamo subito comprato i biglietti del battello per Feodosija.
Appena saliti a bordo, Saka Cerevcenko  stato catturato dal capitano istruttore. Si  scoperto che entrambi erano stati imbarcati sulla stessa nave scuola, l'incrociatore Dzerinskij, solo in momenti diversi. Il povero Saka era stato esonerato dal servizio sul Dzerinskij per inidoneit fisica e l si  conclusa la sua carriera di marinaio. Anche se si era gi diplomato all'Istituto della Marina Militare di Sebastopoli. Il capitano istruttore  andato a controllare come si comportava il capitano normale, il comandante della nave. Sinceratosi che tutto fosse a posto,  tornato e ci ha invitati nella sua cabina. L tutto effettivamente corrispondeva alle mie aspettative. Il rame e il bronzo erano lucidati fino a scintillare, tutto quel che era bianco appariva di un bianco accecante e solo in casi estremi di un bianco impeccabile. Chi sia stato responsabile della comparsa della bottiglia di cognac l'ho dimenticato da un pezzo. Immagino il giovane spilungone riccioluto Saka, insignito del premio letterario della Giovent comunista, considerato la stella nascente della poesia di Char'kov, e contraddistinto da un particolare alone di mondanit. Mentre bevevamo cognac georgiano con il limone, il capitano snocciolava con disinvoltura i nomi magici dei porti di tutti gli oceani: Port-Said, ricordo, aleggiava costantemente sullo spazio etereo del nostro tavolo. Ero molto orgoglioso di sedere tra due lupi di mare e me la godevo. Parlavo poco, ma coglievo molte cose.
Nel frattempo la nostra bagnarola aveva cominciato a dondolare piuttosto forte. E noi, preceduti dal surriscaldato capitano, ci siamo diretti in cabina di pilotaggio. Dove non eravamo attesi, ma ci hanno comunque accolto con entusiasmo. Il timoniere stava sudando per la tensione, il mare era gi a forza quattro. Dopo un quarto d'ora la tempesta ha raggiunto forza cinque. Di tanto in tanto onde di un marrone luminoso si abbattevano sulle pareti della cabina di pilotaggio. La superficie del Mar d'Azov si mostrava in obliquo dal finestrino, in sempre diverse inclinazioni. Una volta anche a 90, ve lo giuro! Cio, il battello oscillava e anche il mare oscillava, e sembrava che andassimo in verticale dritti sul fondo. Ma non ci siamo andati, il terrore  durato un istante. Era la prima tempesta della mia vita. Mi ha rivelato tre cose. Primo: che non soffro il mal di mare. Secondo: mi aspettavo da un momento all'altro che contro il finestrino si abbattesse un calamaro o una piovra, cosa che non  successa. Terzo: il mare durante e dopo una tempesta odora come una botte di cetrioli.
Il battello  arrivato a Feodosija attonito e un po' malconcio. Il mare si era portato via la scialuppa di salvataggio. Il capitano istruttore aveva altro a cui pensare, ma ci ha comunque stretto la mano con calore quando siamo scesi per la passerella. Lo attendevano noiose pratiche amministrative: stendere il rapporto per la perdita della scialuppa e altro ancora. Ci ha salutati la torre genovese (secondo me era grigia). Feodosija infatti, com' noto, l'hanno costruita i genovesi.

Mar Nero - Tuapse
A un tratto da un qualche remoto buco nero della memoria sono emersi ricordi intermittenti, antichi come la Grecia o la Persia. 1960 o '61. Sto andando a Tuapse su un vecchio autobus sgangherato. A che fare non lo ricordo. Ricordo che avevo una piccola valigia ereditata da mio padre, con la quale Veniamin Ivanovic era solito partire per le trasferte di lavoro. Quella valigia era tutta piena di adesivi. Quali fossero, impiccatemi pure, non me lo ricordo.  chiaro, non potevano esserci adesivi di New York o di Amsterdam, ma  assai verosimile che ci fossero incollate anche etichette di sigarette straniere. La valigia  semivuota, dentro c' un filone di pane. Indosso i pantaloni di una tuta e una giacca boucl che non mi entra pi, la portavo gi in ottava classe, e nel frattempo ho finito la scuola superiore, ho diciassette anni.
L'autobus sobbalza, ha gomme malandate, in Russia c' sempre qualcosa che non va con le gomme degli autobus, in compenso per  uno spasso. C' poca gente,  la primavera del Sud, i finestrini sono aperti, il caldo, la polvere, la strada ripida. Pi tardi ho verificato che quel tratto di strada sul mare l'avevano percorso i protagonisti del romanzo di Serafimovic La corrente di ferro (un paio di anni fa l'ho ripreso in mano con piacere, ricorda l'epica di Taras Bul'ba e non  per nulla inferiore alla Guardia bianca di Bulgakov). Di tanto in tanto tiro fuori dalla valigia il mio filone, ne spezzo un poco e lo mangio. Un ometto in l con gli anni, ossuto, al quale spunta da sotto la camicia il triangolo della canotta da marinaio, dopo avermi dato un paio di occhiate dalla fila opposta di sedili, mi offre un pezzo di pollo. Lo prendo. L'ometto si chiama Kostja. Mi presento come un giovane di Leningrado in viaggio verso la casa della zia a Tuapse. Perch di Leningrado? Oh, ero molto esigente. Char'kov mi andava stretta, ritenevo di avere uno spessore che non poteva sprecarsi a Char'kov. Ohi, ragazzetto, perch mangi solo pane? Una donna ucraina mi d un pezzo di pesce. Lo prendo.
Naturalmente non ho nessuno a Tuapse. Nessuna zia, nessuno cui rivolgermi. Sono un ragazzetto colto, un poeta adolescente, vado ad ampliare i miei orizzonti, a ricercare belle ragazze, mostri, mulini a vento o di ferro che ti tagliano le mani.
Per un adolescente che guarda le stampe la notte
dietro ogni orizzonte c' un orizzonte,
dietro ogni onda un'altra onda,
quant' grande il mondo nel cono della lampada,
quant' impietosamente piccolo per la memoria degli occhi.
Ecco, mi ero fatto una scorpacciata di stampe la notte ed ero partito come Rimbaud, una fuga verso il nulla. Ero in preda al languore poetico. Mi aveva invaso la nostalgia per lo spazio.
Bisogna viaggiare da soli. Cos la vista si fa acuta e penetrante. Purtroppo non sempre viaggiare da soli  possibile.
A Tuapse scendo e cerco di battermela il pi in fretta possibile dal marinaio Kostja. Non voglio che scopra la mia bugia. Mi aveva offerto il pollo, mi aveva raccontato la storia della sua vita, mi aveva anche versato mezzo bicchiere di vodka. Quando mi aveva chiesto in che via vivesse mia zia, avevo borbottato via Lenin. Il marinaio era rimasto sorpreso, non avevo capito perch, forse era una via troppo centrale dove c'erano solo la sede del partito e i grandi magazzini, o per qualche altro motivo. Ma in qualsiasi citt dell'URSS ci doveva essere una via Lenin.
Quel brav'uomo ha voluto accompagnarmi all'indirizzo che gli avevo comunicato. Arrivati sotto al palazzo ho ammesso di averlo ingannato, che l non conoscevo proprio nessuno, che mia zia abitava a Soci, ma che per Soci non mi bastavano i soldi per il biglietto. Lui mi ha chiesto perch non gliel'avessi detto prima e mi ha trascinato a casa sua. Sua moglie non ci ha accolti a braccia aperte. Doveva riportare qualcosa da Novorossijsk questo Kostja, era quello il motivo del suo viaggio, ma non l'aveva portato. Abitava in una minuscola camera in una baracca di legno vicino al porto. Nel corridoio in comune ho contato cinque o sei porte. Nella camera, oltre a Kostja e alla moglie, c'erano una bambina di sei anni e un neonato. La moglie del marinaio, forte di petto e di fianchi, era considerevolmente pi giovane di lui. Ha borbottato, ma ci ha servito pesce fritto con patate. Mi ha preparato un giaciglio per terra, proprio davanti alla porta. Tutta la notte il bambino ha pianto e Kostja ha tossito. La mattina presto me ne sono andato quando ancora dormiva, e la sua giovane consorte stava lavando il bambino in un bacile.
Te ne vai gi? mi ha chiesto.
S, - ho detto - molte grazie per l'ospitalit.
 lui che devi ringraziare. Ha fatto un cenno verso il letto.  una brava persona. Porta sempre qualcuno a casa, la volta scorsa  venuto con un gattino con la zampa rotta ed  tornata dal suo bambino.
Io sono uscito e mi sono incamminato lungo il muro del porto. Di fianco correvano le rotaie. Andavo spedito, ma la strada era molta e soltanto dopo un paio di chilometri ho incontrato alcuni operai.
Come si arriva al mare?
Quelli non si sono sorpresi.
Prendi gi di l.
Ho girato dove hanno detto. Anche quello stretto pertugio tra due pareti, a giudicare dal gran numero di gru che sotto diverse inclinazioni comparivano da entrambi i lati, doveva far parte del porto. E dritto davanti a me gi si vedeva. Sciabattante, zuppo, una distesa di verde e sale, il mare. Le tempeste invernali avevano disseminato la piccola spiaggia di ghiaia di massi. Molto grandi, alcuni delle dimensioni di una bella botte. C'era la bassa marea, un sonnolento tanfo d'idrogeno saliva da ogni sorta di alghe nere. In lontananza si vedevano le navi in attesa di poter entrare in porto con il loro carico.
Il golfo di Tuapse era fresco e magnificamente azzurro, come il mare nei romanzi d'avventura di Stevenson. Sopra la mia spiaggia deserta si innalzava una roccia. Ho sistemato la valigia sotto la roccia e mi sono spogliato; dopo un attimo d'indecisione mi sono tolto anche le mutande. Faceva freddo, ma il sole era gi abbastanza alto sull'orizzonte e cominciava a farsi largo in mezzo alla nebbia del mattino. In equilibrio incerto sulle pietre taglienti, sono entrato in acqua. Poi sono scivolato e sono caduto di peso. Ho cominciato a nuotare. Il compagno Arthur Rimbaud  uscito piuttosto presto.
Il freddo mi faceva rattrappire la pelle. Mi sono asciugato con un telo e mi sono vestito. Seduto sulla valigia, ho cominciato a mangiare il pane, guardando il mare.
Molto pi tardi ho scritto una poesia nella quale ci sono alcuni versi riferiti a questo episodio.
Un barcone rovesciato. Una cima tesa.
Due perline di schiuma sulla corda.
Un albero fradicio ammonticchiato.
Dal mare salgono nuvole di tela.
Indossato qualcosa di giallo, intristito,
il vagabondo lascia il golfo di Tuapse.
S'avvia alla stazione lungo il muro
e sogna alla stazione sogni stagnanti.
E cos  stato. Arthur Rimbaud con il sale sulla pelle si  diretto alla stazione. L ha fatto la conoscenza di un piccolo teppista di dodici anni. Insieme hanno fregato qualcosa e sono andati a venderlo in un villaggio di pescatori. Dove sono entrati nella capanna di un grasso ragazzotto di diciannove anni, con indosso un giubbotto che puzzava di pesce. In giro era tutto pieno di catini con pesce messo a essiccare. Tirati fuori un paio di pesci da un catino, i ragazzi si sono spazzolati il restante pane di Arthur Rimbaud e si sono messi a dormire come capitava. Il mattino presto, ancora buio, il dodicenne e il diciannovenne hanno accompagnato il ragazzo di Leningrado all'area di parcheggio. Un'ora dopo il poeta partiva sul cassone di un autocarro alla volta di Soci. E una settimana dopo lavoravo in un sovchoz sulle montagne, nei pressi delle spiagge di Dagomys. Nei pressi significa una cinquantina di chilometri di strade di montagna. Il poeta sradicava ceppi per far posto alle piantagioni di t. Ricordatevene quando aprite una confezione di t georgiano.

Mar Adriatico - Venezia
L'inglese si chiamava Maggy. Abitava a Montmartre, in rue Lepic. In quella stessa rue Lepic cent'anni prima c'era stato l'atelier di Van Gogh. Era la sancta simplicitas che accomunava Maggy a Van Gogh, in quanto quest'ultimo, se stiamo alle sue lettere e alle testimonianze dei contemporanei, era un santo. Maggy sorrideva sempre, era oltremodo mansueta, allegra e sicura di s, parlava un francese cos superbo che tutti i franaises involontariamente la rispettavano in quanto parlavano peggio di lei. Dieci anni prima che la conoscessi Maggy doveva essere stata una strafica. Quando me l'ha presentata Ludwig, un polacco dalla lingua inviperita, ubriacone e cinico, era ormai una donna fuori di testa con un baschetto di lana alla turca sulle ventitr e la fronte e le guance piene di eczemi.
A Parigi le mie prime relazioni sono state piuttosto marasmatiche. Solo dopo ho cominciato a fare pulizia intorno a me, ma nei primi quattro anni mi circondavano persone molto eterogenee. Bohmien, anarchici, alcolisti, omosessuali, lesbiche, spacciatori di droga, madri di famiglia e prostitute. Andavo a letto nello stesso tempo con Anne Angeni, direttrice di una rivista porno, e con la sua vice Carole: con tutte e due insieme, s'intende. Non c'era nessuno che mi controllasse. Dal febbraio del 1976 vivevo da solo. E nel 1982 avevo fatto in tempo a perdere ogni freno morale, con mia grande gioia. Pi tardi sono ricomparsi e me ne dispiaccio.
Maggy aveva un'eleganza innata. Proveniva da una famiglia della pi alta societ inglese. Non ne parlava mai, tuttavia il suo impeccabile francese e il suo inglese aristocratico ne davano prova evidente. Nel complesso era davvero una persona molto particolare. Solamente nel febbraio del 1982 mi sono reso conto che la sua agiatezza, considerevole per gli standard parigini, non traeva origine dai ricchi genitori in Gran Bretagna, ma in Colombia, da rapporti immaginate voi con chi... Per le sue mani passava la cocaina. E a quelle mani restava attaccato money a volont.
La morale da bohmien lascia in genere a desiderare. Se Herr Hitler nella fortezza di Landsberg non avesse dettato il suo libro agli occhi adoranti del fedele camerata Hesse, ma l'avesse scritto di suo pugno... beh, penso che oggi avremmo una gran quantit di dettagli della vita da bohmien del giovane Adolf, nello spirito dei miei Edicka, ovvero io e Diario di un fallito. Da allora la morale dei bohmien non  cambiata, n per quel che mi riguarda ho alcunch da rimpiangere in proposito. Miss Maggy  venuta alla mia festa di compleanno del 22 febbraio 1982 assieme al colombiano Victor, e la sera del giorno dopo ero in viaggio alla volta di Venezia con i miei nuovi amici e un passaporto falso. Prima di arrivare, eravamo gi diventati amanti tutti e tre.
Si viaggia per il mondo per meditare, osservare, confrontare. In Italia il cibo  puzzolente e piccante e fa un freddo cane: queste verit le avevo assodate nell'inverno trascorso in Italia a cavallo tra il 1974 e il 1975. A distanza di sette anni il risultato delle mie indagini empiriche ha trovato un'ulteriore riprova: Venezia era coperta di neve! Per di pi si era appena ritirata l'acqua alta, e la sporcizia e il fango erano ancora stesi come una lacca davanti alle colonne di San Teodoro. L'Adriatico, cio il mare vero e proprio, era del colore dell'acqua sudicia che scarica da una lavatrice. Maggy dava a me e a Victor tanta di quella droga che Venezia e l'Adriatico in certi punti si restringevano, in altri si dilatavano, assumendo proporzioni innaturali, come in una macchina fotografica che abbia per obiettivo un fisheye o nei quadri dell'olandese Escher (mi sembra che sia Escher). Ho scritto sulla base di questo strano viaggio uno strano romanzo estetizzante, Morte degli eroi contemporanei, nel quale, vi prego di credermi, non c' una riga inventata.
Miss Evans e Victor alla fine hanno persino giustificato le speranze riposte in loro dall'autore e sono defunti. Questo romanzo in Russia non  stato capito, sono di gusti rozzi. Spero che se ne dilettino i lettori delle prossime generazioni che saranno diventati degli intenditori in fatto di sensualit.
L'Adriatico in quei giorni puzzava della piazza inacidita di San Marco, della saliva di Maggy, dell'acqua di Colonia di Victor. E ci seguivano davvero agenti degli Stati Uniti d'America. E dormivamo all'hotel Concordia.
Maggy era tenera come Charles Manson. Nel 1981 mi ero lacerato un tendine della gamba sinistra e dopo l'operazione la cicatrice aveva impiegato molto a rimarginarsi; la gamba sembrava pi sottile dell'altra. Vedendo che me ne vergognavo, Maggy mi diceva con tenerezza:
You have the nicest leg in the world, Eduard!
Era convinta che agli altri si dovesse fare piacere, era capace di telefonarmi per dire: Sai Eduard, ho appena trovato nel tuo libro qualcosa di wonderful, anche se l'ho letto gi pi volte, il tuo libro.
Quella malelingua di Ludwig diceva di lei che Maggy non si lascia scappare nemmeno un uccello, mentre io vedevo in questa non pi freschissima ragazzotta inglese tratti di santit. To make love, le piaceva farlo e lo faceva accompagnandosi con i suoni pi impensabili: godere nel fare l'amore non  forse una manifestazione di santit? Questo Cristo in gonnella si metteva la gonna, un impermeabile folle e correvamo sulla sporcizia sotto il cielo feroce di Venezia, lei appesa a noi, le gambe ripiegate, e cos fino all'Adriatico. I turisti tedeschi accoglievano il suo richiamo quando strillava:
Viva Venezia! Viva Italia!
Tutti gli uomini vivono nell'attesa che accada loro un miracolo, qualcosa di meraviglioso. A qualcuno pu capitare, ma poi si tira indietro, spaventato. Per quanto mi riguarda, io non mi sono mai lasciato scappare niente di meraviglioso.
Mentre correvamo all'Adriatico con Maggy attaccata alle braccia, come potevo immaginare che undici anni dopo avrei marciato per la riva opposta dell'Adriatico, con l'uniforme della polizia militare della Repubblica Serba di Krajna, il mitra a tracolla, la pistola nella cintura e una pattuglia dei miei fedeli amici serbi attorno? Ma sono stato bene su entrambe le sponde del tempo, nel 1982 e nel 1993. Solo, per ogni cosa c' il suo tempo. Per le tette e le cosce di santa Maggy, regina della cocaina e per il kalashnikov prodotto in Serbia con il marchio Crvena Zvezda.
In sostanza l'obiettivo di questo libro  il mondo. A Venezia ho visto per la prima volta il pene di un uomo dentro una donna dalla quale era appena uscito il mio.  stata un'illuminazione straordinaria. Uno spettacolo con dettagli crudi e sconvolgenti. Da sotto colava il mio sperma. Le impiastricciava i peli del pube.

Mar Nero - Koktebel'
A Koktebel' eravamo arrivati nel maggio del 1970. All'epoca non era che un semplice villaggio agricolo sovietico. Con la piccola sala mensa dove i trattoristi e i vignaioli mangiavano il loro borc da scodelle di alluminio. Il borc di quella mensa era eccellente: grasso, denso, genuino, con pezzi interi di carne. Gi l'anno dopo, a dire il vero, hanno costruito una mensa pi grande, e da allora Koktebel'  stata esposta all'assedio degli intellettuali di massa, poi degli ingegneri di massa, quindi dell'intera massa dei proletari. Ma nel 1970 (a parte quelli della Casa degli artisti) di visitatori ce n'erano pochi.
Io e Anna eravamo un'avanguardia. Non mi ricordo pi chi ci avesse raccomandato Mar'ja Nikolaevna Izergina, ma di certo siamo capitati dalla migliore affittacamere possibile. Nella polvere calda di Koktebel' correvano i cani. Mar'ja Nikolaevna, pietroburghese, un tempo cantante, apparteneva all'lite di quella citt, sorella di Tata Orbeli, la moglie del direttore dell'Ermitage. Sulle prime uno sconosciuto giovane poeta con la moglie canuta Anna non devono averle fatto una grande impressione, per cui ci ha cortesemente dirottati dall'ucraina Mar'ja Ivanovna, che forniva il latte a Mar'ja Nikolaevna e ai suoi ospiti. E l nella sua casupola abbiamo preso alloggio: l'ingresso era sotto un ciliegio, sul ciliegio viveva una famiglia di merli, oltre il recinto si vedevano le colline, era l'ultima casa del villaggio.
Quel giorno stesso ho visto il Mar Nero. Siamo passati per il parco della Casa degli artisti, accanto ai campi da tennis degli scrittori e alla loro mensa, e oltre la staccionata abbiamo subito trovato il mare. Gli scrittori passeggiavano sul lungomare asfaltato. E il Mar Nero rumoreggiava furente, tra frustate di schiuma. Montava tempesta. Gli alberi profumavano intensamente, perch a Koktebel', sebbene la si consideri pi steppa che Crimea, gli alberi sono quelli del Sud, con tutti i loro profumi. Fra tutti mi sono rimasti impressi solo i cipressi polverosi.
Il mattino successivo mi sono alzato e sono andato a fare conoscenza pi da vicino con il Mar Nero. Indossavo scarpe da ginnastica, shorts di velluto e una camicia. Anna, la compagna dei miei giorni, era gi in piedi, ma  rimasta a casa.  solo uscita ad accompagnarmi sotto il ciliegio.
Dove vai?
Faccio un salto al mare.
Fa freddo mi ha risposto rabbrividendo.
Avevo ventisette anni, ero molto sicuro di me. Tiravo dritto, incurante delle salmerie: le donne e i bambini. Mi sentivo un soldato e lasciavo sempre, appena potevo, ogni fardello. Il cancello degli scrittori era chiuso. Cos mi  toccato aggirare la Casa degli artisti. Il giorno prima mi avevano detto che per arrivare alla famosa roccia detta Porta d'oro bisognava seguire la spiaggia verso destra, fino a un sentiero. Ma difficilmente, mi avevano anche detto, ce l'avrei fatta con questo tempo a passare in costa. L c'era una piccola costa rocciosa, e salendoci si poteva continuare senza bagnarsi. Ma la stagione era ancora prematura, il mare era sempre agitato, in tempesta.
Con il passo deciso di un esploratore delle giungle dell'Africa centrale mi sono avviato sulle lingue della risacca. Da bambino ero fermamente intenzionato a diventare esploratore, copiavo e classificavo ogni informazione utile dai libri di geografia. C'era un forte vento, il sole brillante di Crimea, il verde brillante delle colline e delle montagne davanti a me, chiazze rosse di papaveri nell'erba ondeggiante, l'uva spina fiorita, l'odore salmastro dell'aria: tutto destava emozioni. Camminavo allegro e veloce, oltrepassando barche in secca e reti. Da dietro grandi rocce saliva l'odore forte di acqua stagnante non riassorbita dalla marea. Finita la ghiaia, la spiaggia si restringeva a un sentiero: ho cominciato a salirlo con allegria; a una certa altezza, mi sono guardato attorno. Stormivano al vento gli alberi di una piccola macchia, cresciuti solo da un lato: i cipressi e le acacie attorno alla torre di Voloin. Qui un tempo non cresceva niente e Voloin aveva piantato con le proprie mani i primi alberi. Proprio in riva al mare.
Avanzavo senza difficolt. Ho incontrato alcune spiaggette e alcuni gruppi di villeggianti che prendevano il sole. Poi i villeggianti sono scomparsi e il paesaggio si  fatto selvaggio. Mi  toccato mettermi a saltare di roccia in roccia, come uno stambecco, perch le tempeste dell'inverno avevano cancellato il vecchio sentiero e uno nuovo non era stato ancora battuto. Presa confidenza con quei balzi, mi sono sentito soddisfatto di me stesso e delle mie scarpe da ginnastica. Valutavo con rapidit e precisione le rocce che trovavo di fronte, saltavo, quasi solo sfiorandole, saltavo di nuovo.
A distanza di trent'anni, cio l'anno scorso, mi sono rimesso alla prova sui fiumi di montagna dell'Altaj, saltando di pietra in pietra nei miei stivaletti. Sono rimasto uno stambecco, nonostante l'operazione alla gamba destra.
Dopo tre ore di balzi sulla riva del mare, a un tratto mi sono trovato davanti a un promontorio. Vi si distinguevano i resti di un sentiero, che senza errore mi hanno condotto dove volevo arrivare. Stringendosi, il sentiero si trasformava in un passaggio in costa non alto, ma a strapiombo sul mare, non pi largo di un piede umano. Quanto bastava, con le debite cautele, per aggirare senza fretta il promontorio.
Mi sono guardato intorno, ho stretto i lacci delle scarpe, sistemato gli occhiali e sono partito. Fino all'estremit del promontorio ci sono arrivato rapidamente. Ma nel momento di valicarlo tutto il mio buon umore  venuto meno. L'altro versante era sotto vento. E il vento ci schiantava contro le onde, frustando la roccia tra spruzzi e muggiti, mentre dalla parte di qua il mare se ne stava tutto sommato tranquillo. Ma di tornare indietro, neanche mi  passato per la testa. Il sole era gi alto, picchiava, e la forza e l'energia dei suoi raggi mi ispiravano: avanti!. Sotto un vento terrificante ho oltrepassato la punta e subito le onde mi hanno assalito. Inzuppato per bene d'acqua salata, ho stretto i denti e ho continuato. Dopo alcuni passi mi sono trovato in mare. Ancora qualche istante e mi sono reso conto che le onde mi stavano trascinando verso gli scogli, sopra i quali ancora pochi secondi prima mi arrampicavo, e mi ci volevano sbattere contro. Se possibile di testa. Ho raccolto tutte le forze per allontanarmi a nuoto dalla roccia, ma il vento e le onde mi riagguantavano e mi trascinavano. L'astro indifferente brillava in alto. Gente che mi potesse salvare, neppure l'ombra. E ho capito che era arrivata la mia ora. Che sarei finito scaraventato contro gli scogli e sarei affogato. Capivo anche, allo stesso tempo, che non avevo alcuna intenzione di annegare. Ma le forze erano sempre meno.
Dopo una lotta disumana con il mostro verde sono riuscito a divincolarmi dalla furia delle onde e ho nuotato fino a un'insenatura riparata. Steso nell'acqua bassa, senza respiro, ho visto muoversi attorno a me alcuni rivoli di sangue. Mi sono guardato. Si erano rotti alcuni capillari sulle gambe e mi ero sbucciato le mani. Gli occhiali se li era ingoiati il mare. Oltre a ci, non avevo la minima idea di come uscire da quell'insenatura a me ignota. Per quel che ne sapevo, ci si poteva arrivare solo in barca, o per la strada che avevo fatto io. Ma il problema non mi spaventava un granch. L'importante era essere vivi.
Sono uscito dall'acqua e mi sono sdraiato, con il sole che bruciava senza piet le mie ferite sanguinanti. Poi ho iniziato a ridere di felicit. Dopo essermi riposato, ho cominciato a inerpicarmi per la montagna. Da qualche parte, mi sembrava di ricordare, doveva esserci una postazione della guardia costiera. Per un miope, arrampicarsi  un'impresa. Salendo a fatica lungo una fenditura sconosciuta mi sono trovato faccia a faccia con una vipera. Che ci ha pensato su a lungo, poi si  fatta da parte, e con il fiatone sono arrivato fino in cima alla montagna. Mi sono guardato intorno, strizzando gli occhi. Quando sono sceso fino alle rare luci di Koktebel' era gi notte.
Pensavo fossi morto mi ha detto Anna.
L'ho incontrata sulla passeggiata davanti alla Casa degli artisti.
E i tuoi occhiali, dove sono?
In mare ho detto io.
Ne avevo un paio di scorta.
Anna si  impiccata venti anni dopo, a Char'kov, in via maresciallo Rybalko.

Mar Mediterraneo - Ostia
Avevo una gran fame. Delle 122.000 lire che ci pagava il fondo Tolstoj, la signora Francesca ce ne succhiava 60.000 per una fredda celletta in casa sua. Gli ebrei dicevano che a Ostia gli appartamenti costavano molto meno. Un giorno ci siamo decisi e siamo andati in autobus a Ostia.
Abbiamo trovato l'indirizzo. Mentre lo cercavamo, almeno tre volte sono stato sul punto di tirar cazzotti. Elena con le sue lunghe gambe aveva un completino con la gonna corta, e gli italiani di sesso maschile ci urtavano, fischiavano, si aveva l'impressione che da un momento all'altro ci dovessero saltare addosso. Un giovanotto occhialuto con i capelli lunghi come me evidentemente non li spaventava troppo.
La terra a Ostia sembrava calva. L'erba ci cresceva male, per questo il terreno aveva l'aspetto di un cranio spelacchiato. Probabilmente quando pioveva si formava un gran pantano e poi la melma si riasciugava alla rinfusa, inglobando, come se fosse cemento, mattoni, tavole, pezzi di ferro arrugginito. In realt a Ostia non sembrava di stare all'estero, non aiutavano neppure le insegne in italiano, pi che altro assomigliava a Saltovskij, il villaggio della mia infanzia. Forse anche perch eravamo entrati non dalla porta principale, la stazione, la piazza del municipio, ma dalla porta di servizio, pi comoda e veloce, come ci avevano spiegato gli ebrei. Cos chiamavamo gli emigranti, ed era vero, perch verso la fine del 1974 in Italia non c'erano altri emigranti all'infuori degli ebrei. E di noi due.
La questione dell'appartamento l'abbiamo risolta in fretta. Abbiamo fatto il giro delle camere, dove gli ebrei, uomini, donne e bambini se ne stavano stesi sui letti come trichechi. Stavano l stesi ad aspettare che gli rilasciassero il visto per gli Stati Uniti o per il Canada. Temendo che non glielo dessero. Gli ebrei odoravano di paura, povert, attesa. Chi non dormiva, masticava. Ci hanno fatto vedere la camera, uguale alle altre, che avremmo potuto occupare noi. Costava la met della nostra stanza di Roma, ma per entrarci si doveva passare per una camera dove abitava una grande famiglia. O per lo meno c'erano molti letti.
E se devo fare pip? ha chiesto Elena.
Potete comprarvi un vaso da notte ci ha consigliato la ragazza grassa e bionda che ci faceva strada, la stessa che ci aveva dato l'idea di Ostia. Studiava inglese assieme a noi in una scuola proprio sulla riva del Tevere. Era chiaro che la camera non l'avremmo presa, troppo sconfortante la visione di tanti ebrei ammucchiati. E poi Ostia decisamente non ci era piaciuta. Appariva del tutto inspiegabile come una cittadina tanto lercia potesse aver svolto la funzione di porto della Grande Roma.
Ce ne siamo andati, dopo esserci messi d'accordo che saremmo tornati la settimana dopo, pregandoli di tenerci la camera: sapevamo perfettamente che non saremmo venuti, ma mentivamo per gentilezza. Isaak Krasnov e la sua famiglia, e persino i due abissini operai in una fabbrica di conserve, nostri coinquilini nell'appartamento vicino alla stazione Termini, erano persone interessanti in confronto a quella mandria oppressa di trichechi. In strada Elena si  accesa una sigaretta.
Uno schifo di posto ha detto nervosa. In realt era stata lei a volerci venire. Si lamentava tutto il tempo di come si viveva male nell'appartamento puzzolente della signora Francesca.
A mettere insieme tanta gente povera e nervosa, cosa ti aspettavi? ho riassunto io.
Andiamo almeno a dare un'occhiata al tanto decantato mar Mediterraneo.
Il mare? ho chiesto a un ragazzino orrendo, del tutto in tono con il paesaggio. Il ragazzino ha puntato il dito verso la rete di una recinzione e l ci siamo diretti. Finalmente siamo sbucati su una striscia di sabbia sporca. Nella sabbia avevano piantato delle porte da calcio, e cinque o sei monelli malmessi si passavano pigramente la palla.
Perch qua sono tutti cos brutti e storti? - Ha chiesto Elena. - A Roma la gente  bella.
S, - ho detto io - non brillano per bellezza.
Abbiamo attraversato il campo di sabbia e dietro abbiamo trovato una timida distesa di acqua grigia.
E sarebbe questo il tanto decantato Mediterraneo, quello che solcavano le triremi? ha chiesto Elena.
S, - ho risposto io - non si  rivelato all'altezza.
Una volta un'amica di Mar'ja Nikolaevna Izergina, che aveva vissuto all'estero con il marito diplomatico, ci aveva detto che Koktebel', e in generale tutta la Crimea, era molto pi bella della tanto celebrata Italia. Molto pi bella del golfo di Genova. Ci siamo seduti e, questa volta, ad accendere una sigaretta sono stato io. Il mare era a cinquanta metri da noi. L'acqua era bassa e ci sguazzavano barattoli arrugginiti, alcune bottiglie, altra robaccia.
E dov' il porto? mi fa Elena.
Tutto fa pensare che occorra andare a destra. Andiamo?
No, - ha risposto lei - gi mi sono scorticata i piedi abbastanza. E poi non ne ho voglia.
Ma quale porto ci pu essere con un'acqua cos bassa? C' qualcosa che non mi convince con questa storia del porto di Roma. Pu darsi che non fosse Ostia il porto di Roma?
Forse il porto era Roma stessa e poi l'acqua si  ritirata? ha osservato Elena.
Come ha fatto in duemila anni a ritirarsi a questo modo? Ci vogliono intere ere geologiche per processi del genere. Venezia sprofonda, ma mica di metri all'anno... Hai mai notato che alcune rovine sembrano pi giovani di quel che sono?
 per via del marmo. Al marmo non pu succedere nulla.
Per me contano balle sull'et delle loro citt, gli italiani. La alzano apposta, cos  pi prestigioso.
Mi sono arrischiato a togliermi le scarpe e a bagnarmi i piedi nell'acqua grigia del mar Mediterraneo. Avrei anche potuto farmi il bagno, non era cos freddo. Ma non mi  venuta voglia, perch il mare non mi piaceva. Ce ne siamo andati e non siamo mai pi tornati a Ostia. L'anno dopo, nell'autunno del 1975, a New York ho letto sul giornale che in una radura desolata di Ostia era stato ucciso Pier Paolo Pasolini. Dalla dettagliata descrizione ho capito che erano esattamente i posti dove eravamo stati io ed Elena.
Le mie osservazioni sulla giovinezza delle antichit italiane e sull'inadeguatezza di un misero porto senza fondale come Ostia alla Grande Roma dell'antichit mi sono tornate in mente a Mosca all'inizio degli anni Novanta, quando ho letto il lavoro dei professori Nosov e Fomenko intitolato Nuova cronologia della Russia, dell'Inghilterra e di Roma. Vi si sostiene che Roma  molto meno antica di quanto si creda e che la vera capitale dell'Impero romano  sempre stata Costantinopoli. Il destino ha deciso che gi da vent'anni Elena viva nella Citt eterna. Suo marito  morto, lasciandole il titolo di contessa e la figlia Anastasija.

Oceano Pacifico - Pacific Groves
Betsy Carlson era un'americana di origine svedese. Suo padre si era sparato un colpo di fucile sul campo da golf. Dieci anni dopo, o forse pi, esattamente nello stesso posto, si era sparato anche suo fratello. Betsy Carlson insegnava russo nella Scuola militare di Monterrey e abitava a trenta chilometri da Monterrey, in una cittadina chiamata Pacific Groves. Nella primavera del 1981 sono partito da Parigi per Los Angeles, dove alla South California University si teneva una gigantesca conferenza di slavisti, con pi di ottanta relatori. La stella della conferenza ero io. Dei sei interventi del primo giorno, quattro erano dedicati al mio romanzo Edicka, ovvero io. Dopo la conferenza ho proseguito verso nord con degli amici: lo scrittore Saa Sokolov e la sua compagna Karin, che vivevano per l'appunto nella cittadina di Pacific Groves. Nel loro appartamentino non c'era posto per me, perci mi hanno sistemato da Betsy, alla quale la Scuola militare metteva a disposizione una casa molto grande. O pu darsi che la affittasse con mezzi propri. Come che sia, ho passato la prima notte nel suo living room, e cos anche la seconda, e solo alla sesta notte, badate bene, mi sono ritrovato nel suo letto. Perch Elizabeth era una bravissima ragazza, un po' all'antica, credente. In casa aveva tre Bibbie! Forse perch suo padre e suo fratello si erano sparati?
Betsy aveva grandi tette svedesi. Ci piacevamo e, adesso, rinchiuso qui nella fortezza di Lefortovo, mi rammarico di non aver sposato Betsy: ora avremmo quattro, o forse sei alti ragazzoni dalla pelle bianca. E forse non sarei finito in prigione con l'accusa di acquisto di armi e partecipazione a banda armata. Pubblicherei, scriverei libri su uomini come Limonov in inglese.
Ho vissuto con Betsy tutta l'estate del 1981. Un pezzo di maggio, tutto giugno e tutto luglio dell'81. Pu darsi anche agosto, non ricordo di preciso, comunque molti mesi. A Pacific Groves ho scritto La storia del suo servo, una prima versione parecchio voluminosa che pi tardi, cedendo alle pressioni dell'editore, ho tagliato; e me ne pento. Betsy mi aveva messo all'ingrasso: una volta alla settimana, o anche due, andavamo al supermercato e caricavamo sulla sua macchinetta azzurra decine di chili di cibo, addirittura centinaia.
La mattina presto partiva su quella stessa macchinetta per la sua scuola e io mi mettevo a lavorare al libro. Nel suo grande baraccone pieno di sole, a volte uscivo a scrivere sulla terrazza. All'una Betsy tornava per la pausa pranzo e preparava in fretta qualche piatto messicano come la zuppa di pollo al limone. Di un bel colore, bello piccante e servito in bellissime scodelle. Poi andavamo in camera da letto, lei si sedeva sopra di me, sempre vergognosa, io le accarezzavo il grosso sedere, pendevano sopra di me come frutti poderosi i seni svedesi. Poi, avvolgendosi nel lenzuolo, andava a vestirsi, indossava in volto un severo sguardo da docente e tornava a finire di istruire gli adolescenti in uniforme militare. Io prendevo il quaderno e mi dirigevo verso l'oceano Pacifico. Passando accanto a giardinetti dalle aiuole molto curate e a un piccolo cimitero arrivavo alla costa selvaggia. Di solito mi sistemavo su un fazzoletto di sabbia davanti a un enorme scoglio isolato, che sporgeva dall'acqua per una decina di metri e mi stendevo in quella fornace infernale. Fino a che resistevo. Poi avanzavo verso lo scoglio e mi tuffavo nell'acqua gelida. Lungo la costa passava infatti una corrente fredda diretta al golfo di Monterrey. Non a caso proprio Monterrey, dove il caldo feroce  mitigato dalla corrente, era stata scelta a suo tempo dai furbi governatori spagnoli come capoluogo della provincia. In parte l'atmosfera di questa costa l'ho descritta nella poesia L'invidia, dedicata a Brodskij. Era frequente che ci si arenassero banchi di pesci che non riuscivano a districarsi nel labirinto degli scogli durante la bassa marea e allora, ancora vivi, venivano divorati, tra gli stridi, dai gabbiani, uccelli odiosi e rognosi che si nutrono per l'appunto di carogne: pterodattili in mezzo agli avvoltoi. Ho avuto molte occasioni per vedere al lavoro quelle luride bestiacce: chi scrive canzoni su di loro non li ha mai visti scarnificare cadaveri.
Tutta la costa era rivestita, come da un'enorme impalcatura, da un intreccio di piante grasse, che scricchiolavano sotto i piedi e che chiamavano ice plant. Questo parassita, arrivato senza invito in California dall'Africa, aveva belle pannocchie di fiori dai colori accesi e una furibonda energia vitale. Sotto i miei occhi in poche settimane i salsicciotti verdi di ice plant avevano invaso e ricoperto interamente la sabbia e le rocce ancora libere. Credo che fossero come vampiri, succhiavano la linfa vitale dalla costa. Dove si fossero cacciati i concorrenti dell'ice plant, la vegetazione costiera locale, per me  rimasto un mistero. Probabilmente quell'ice plant divorava tutto quel che trovava di vivo sulla sua strada. Scoprendo tra le rocce carcasse vuote di granchi (vederli vivi nell'acqua non era difficile) mi perdevo in interrogativi: chi si mangia i granchi, i gabbiani o gli invasori africani? Oltre ai due avvoltoi suddetti, i gabbiani e i salsicciotti verdi, che come cavallette vegetali soggiogavano e divoravano la costa, c'era anche un terzo flagello. Un po' pi in alto la linea costiera era tutta scavata da farabutti con la coda, roditori simili nello stesso tempo agli scoiattoli e ai ratti d'acqua. I buchi erano enormi, ce n'era una gran quantit, e di tanto in tanto ci si affacciavano i maleodoranti abitatori e, alzandosi dritti in piedi, mi guardavano.  chiaro che questa colonia aveva organizzato sotto terra una perfetta rete di tunnel e collegamenti. Dai buchi saliva un puzzo nauseabondo.
Quindi una natura a prima vista tranquilla, il cielo senza nuvole di un colore acrilico, la riva gialla e verde, i cespuglietti, gli uccelli bianchi a un pi attento esame si erano rivelati un campo di battaglia e insieme un obitorio, dove i deboli perivano e ai forti si gonfiava la pancia.
Non trovavo pace. Quando al mio territorio si avvicinava un bipede, subito la mano correva a una pietra. Poi ho cominciato a portarmi dietro una lunga asta di ferro. Come frutto della contemplazione della dolce natura del Sud. Sulla sponda dell'altrettanto pacifico oceano.
Coltivavo qualche sogno sulla riva dell'oceano Pacifico? Non me lo ricordo. Ad ogni modo ho fatto un primo passo. Poi un secondo. Ho lasciato Betsy Carlson, il suo grande sedere bianco e i magnifici seni turgidi. Sono volato a New York e, da l, nella fredda e grigia Parigi. Dove gli umani mangiavano gli umani, ma era interessante. Ho scelto il destino sbagliato.

Oceano Atlantico - Bretagna
Jol Sria era un regista, autore di alcuni film boccacceschi. Uno di questi, se non sbaglio, si intitolava Folli e liberi amplessi, ed era ambientato a Pont-Aven, un piccolo porto nel sud della Bretagna, dove ha vissuto anche monsieur Gauguin, sembra dopo il suo ritorno da Tahiti. Per chiarire dove sia esattamente la Bretagna: bisogna seguire sulla carta, sotto l'Inghilterra, il canale della Manica verso sinistra fino al punto pi occidentale, e proprio l, all'estremo Occidente, si distende questo corno di terra francese. Girandoci attorno si arriva a un'ampia baia e questa  la Bretagna del Sud.  tutta spezzettata, come una zolletta di zucchero, in isolette e promontori. L, nei pressi di Pont-Aven, Jol Sria aveva una casetta da pescatori proprio sulla riva del mare. Una volta siamo stati assieme a Jol e a sua moglie Jeanne, che era anche la protagonista di tutti i suoi film, un'eterna ragazzina dai capelli neri. Nei primi film Jol le aveva fatto interpretare una bambolina innocente e perversa, poi una prostituta: Jol era al guinzaglio di Jeanne. Si erano portati anche la figlia, Prune, e io avevo portato Nataa Medvedeva. Oltre a noi nella casetta c'era un'altra mangiaformaggio (non ne ricordo il nome) con due bambini, un'amica di Jeanne. La mangiaformaggio e i suoi bambini si nutrivano di grano e carote.
Il luogo era abbastanza trascurato. C'era gente che passava accanto alla casa lungo un sentiero: turisti e persone del posto. Jol Sria aveva comprato quella casa a buon prezzo: non era chiss quale lido alla moda, ma un semplice villaggio della Bretagna. Tuttavia gli scogli a picco sul mare davanti alla casa e al sentiero erano davvero selvaggi, di un rosso ruggine, fratturati di recente; l'acqua dell'Atlantico di un blu sulfureo, il vento fresco, per questo mi sono sentito contento quando sono sceso in basso e mi sono disteso sulla sabbia grossa in mezzo alla quale spuntavano ciuffi d'erba. Nataa Medvedeva mi si  stesa accanto schifiltosa su un grande asciugamano. Non era mai soddisfatta, come le aveva acutamente diagnosticato il suo compagno di lavoro al ristorante Rasputin, il vecchio zingaro Ala Dmitrievic: Tu, Nataa, non sarai mai contenta di niente. Io ritengo che Nataa Medvedeva fosse contenta della vita, ma se n' resa conto solo pi tardi. Era questa la sua peculiarit: la lentezza a reagire.
Jol aveva letto il mio primo romanzo e, nel 1985, ne aveva opzionato i diritti cinematografici, stipulando con la casa editrice Ramsey un contratto in base al quale il suo produttore si impegnava a pagare una piccola cifra; se non sbaglio si trattava di cinquemila franchi all'anno, o forse quindicimila in due anni, e alla fine di questo periodo avrebbe dovuto girare un film basato sul mio libro. Per il ruolo di protagonista femminile Jol voleva utilizzare Fanny Ardant e per quello maschile... il sottoscritto. Consideravo Jol un pericoloso esaltato, ma di tanto in tanto ci incontravamo, avevo anche conosciuto Fanny Ardant. Fanny mi era parsa del tutto inadatta al ruolo che la attendeva, quello della scheletrica Elena. Era una bruna monumentale, a tutti gli effetti classica, d'altri tempi. Il risultato delle fantasie registiche di Jol Sria  stata un'inattesa gelosia di Nataa Medvedeva per Fanny Ardant, e anche un paio di belle litigate. Una era capitata a Capodanno, non ricordo se quello tra il 1985 e il 1986 o tra il 1986 e il 1987, che abbiamo festeggiato da Jol, presenti tutti i personaggi dell'intrigo: io, Fanny, il piccolo astuto Jol, Jeanne pi numerosi attori francesi e Nataa ubriaca in volpe grigia.
Ad ogni modo, ce ne stavamo distesi sulla sabbia della Bretagna del Sud. Nataa non trovava pace e si arrabbiava: o le si attaccava la sabbia, o il sole non si comportava come doveva. Il tempo in Bretagna  molto variabile e in breve il sole si era nascosto dietro le nuvole.  apparso Jol e ha proposto di fare una passeggiata fino a Pont-Aven per comprare il pesce. Io mi sono alzato con piacere per seguirlo. Nataa Medvedeva ha invece declinato l'invito. Apertamente sollevato, Jol si  incamminato davanti a me nei suoi shorts in mezzo all'erba alta e bagnata, sbuffando con gioia: Nataa era decisamente too much per il suo temperamento, in lei c'era troppa energia negativa. Quando diceva Nata, con l'accento sull'ultima sillaba, compariva sulle sue labbra un sorriso mistico. Era chiaro che sopportava Nataa solo per riguardo verso di me. Riteneva il mio primo romanzo geniale e i geni, com' noto, hanno le loro stravaganze, ahim anche in negativo.
A Pont-Aven Jol mi ha mostrato la palizzata, la porta e il cancello dipinti da Gauguin nel famoso quadro Buona sera, signor Gauguin, dove, davanti a quella porta, appare la silhouette dell'artista, con cappello e mantello. Si suppone che fosse tornato da un lungo viaggio. La palizzata era rosa, stuccata. Abbiamo comprato del pesce eccellente e attraverso l'erba alta e bagnata, con il vento che ci portava via, siamo ritornati. Gi pregustavo il sapore del pesce arrosto, i bei pezzi dallo specifico olezzo, la barbarie del pescatore, ma, ahim, la mangiaformaggio e Jeanne gli hanno tolto tutto: la pelle, le spine, lo hanno tagliato a pezzi e ce l'hanno servito mescolato agli ortaggi, una specie di pur bollito e sciapo. Anche Nataa aveva partecipato a quello scempio. Era inviperita. Pi tardi avrebbe scritto su quel viaggio un racconto dove ammette che aveva voglia di stare stesa accanto a me e io, pensa un po', me n'ero andato sotto la pioggia a Pont-Aven. In effetti se parti per Pont-Aven con Jeanne, Prune, la mangiaformaggio, Jol e i figli della mangiaformaggio, non ti aspetti, non ti puoi aspettare di farvi la rivoluzione o di dare l'assalto al municipio. Per starcene sdraiati da soli, c'era Parigi. Qualche anno dopo ho cominciato a viaggiare sui blindati e i camion militari assieme a ragazzi ricoperti di armi. E l non c'erano pi n Jeanne, n Prune, n il bonaccione Jol, che si considerava un regista maledetto. Folli e liberi amplessi, a proposito,  un buon film su un commesso viaggiatore e Jeanne. Arrivato a Pont-Aven un tizio comincia a sentirsi un artista, si compra un berretto, va a letto con Jeanne (che va su e gi in una corta camiciola da notte, come una bambina). Folli e liberi amplessi  un film che merita, a misura d'uomo.
Dalle finestre della nostra casetta da pescatori di lapislazzuli d'Atlantico si apriva un varco in mezzo alla vegetazione rachitica. A dire il vero, il posto era in parte contaminato. Non c'erano naturalmente coltivazioni di ostriche, ma macchie di benzina lasciate sull'erba dalle automobili, un mucchio di erbacce: pi tardi ho visto una Bretagna del sud pi impressionante, vicino al villaggio di Edern, dove sono stato ospite del proprietario dell'Idiot international, l'aristocratico Jean-Edern Hallier'y, mio sponsor. L c'era la Bretagna classica, con gli scogli, le croci monastiche e le tombe, stormi selvaggi di gabbiani sopra i pescherecci al rientro, il sole caldo e giallo come un uovo in mezzo alle nuvole bianche.
Alla fine il film dal mio romanzo Jol non l'ha fatto, sebbene per alcuni anni, almeno tre, case di produzione dai nomi stravaganti, tipo Gatto nero, si siano alternate a versare per suo conto il dovuto all'editore Ramsey. Parte dei soldi arrivava a me. So che Jol voleva fare del mio crudele libro newyorkese un dramma sentimentale. Ma il destino ha deciso diversamente, i produttori entravano e uscivano dal gioco. Produttori Jol ne aveva di tutti i tipi, tedeschi, compatrioti francesi, americani. Ho visto Jol l'ultima volta nel gennaio 1992. Ero in partenza per la Russia, dove si preannunciavano gravi disordini e dimostrazioni. E lui desiderava seguirmi, assieme a una squadra di tecnici, per girare un documentario. In sostanza per gli sarebbe bastato un operatore. Mi ricordo che siamo andati insieme in una certa societ cinematografica in rue du Petit Musc, dove abbiamo trovato palme vive, una marea di ragazze in tiro e una totale mancanza di energia. Quando il 23 febbraio in via Tverskaja ci sono stati gli scontri fra la polizia e l'opposizione, e a me hanno spaccato la testa e rotto una costola, ho pensato a quali riprese ad effetto avrebbero potuto girare il piccolo Jol e il suo operatore. Invece la battaglia  stata immortalata soltanto nel mio libro L'omicidio della sentinella. Il capitolo si intitola Battaglia sulla Tverskaja. I francesi, i tedeschi, gli americani da tempo non hanno pi nessuna energia. Ho avuto molte occasioni per convincermene. Non sentono pi la vita. Il futuro appartiene ai talebani, ai turchi, basta guardare come se le danno, ai curdi, a tutta questa folla selvaggia di individui sospetti che gli europei disdegnano e non capiscono. L'Europa  gi morta,  stanca e profondamente cambiata, perci tutte quelle splendide fichette di rue du Petit Musc  inutile che sbattano le ciglia. Ci vorrebbe un ceceno che gli s'infili nelle mutande per insegnar loro a rigar dritto. Il triste Jol se n' rimasto tristemente a Parigi nel 1992. Dopo di allora mi sembra di non averlo pi rivisto.
Ma allora, quell'estate, dopo la cena malriuscita a base di pesce, con il calare delle tenebre io e Nataa ci siamo accoppiati nel cortile della casetta da pescatori. Come ha poi scritto nel suo racconto su questo episodio, i sassolini le pungevano il sedere. Credo che dalla finestra ci osservasse il regista Jol. Da dietro una tendina tirata per met.

Mar Nero - Gudauty
Il 1992  stato per me un anno allucinante. Sono state cos tante le cose che sono riuscito a fare, cos svariata e debordante la geografia dell'anno, che a tratti mi sembrava di esserne travolto. Ha voluto Dio che finissi anche in Abchazia. L'offensiva georgiana era stata appena respinta. La battaglia c'era stata in agosto.
Quando sono arrivato i cachi gialli erano gi quasi tutti maturi sugli alberi alti. Il Paese aveva un aspetto irreale. La superstrada lungo la costa per il disuso si era trasformata in un deserto. Attraverso l'asfalto si facevano largo dei cespugli alti e robusti, forse di bamb. Mi ricordo che passando vicino a Gagry abbiamo dovuto cacciare dalla strada dei maiali con collari di legno sul collo nerboruto. Gli ungulati pascolavano con sfrontatezza dove prima sfrecciavano auto di lusso. Gli alberghi, i chioschi e i negozi lungo la strada erano stati bruciati. Non c'era neppure un corpo nudo su tutte le spiagge che si aprivano lungo la strada. Solo case bruciate o case abbandonate con i vetri spaccati. A essere sincero, in quello stato a me il Paese sembrava pi interessante, quasi un'illustrazione di un manuale di Storia al capitolo, diciamo, della Seconda guerra mondiale o della guerra delle Due Rose. Ma alle persone del luogo che mi accompagnavano questo non l'ho detto. E ho fatto bene.  probabile che a loro il Paese piacesse pieno di turisti russi, o meglio ancora americani. A dire il vero a quei ragazzotti che stringevano i mitra in grossi pugni rossi non ho proprio chiesto cosa piacesse. Penso che quello che accadeva gli andasse a genio. Chi erano prima dell'indipendenza? Probabilmente si trovavano in posizioni ben meno vantaggiose, sul lato oscuro della scena, anonimi taxisti-autisti, affittacamere stagionali o vinai al mercato. Sua Altezza il Kalashnikov li aveva spinti in prima fila. In quei primi mesi di guerra un mitra era ambitissimo in Abchazia, l'armamento era nel complesso molto approssimativo. I frutti pendevano maturi dagli alberi e nessuno che si desse la pena di raccoglierli. Mandarini, aranci, cachi, tutto quello splendore, che a Mosca si sarebbe potuto vendere per una vera fortuna, rimaneva indisturbato nei giardini e nei frutteti dell'Abchazia fumante di polvere da sparo. I commercianti erano svaniti nel nulla, perch trasportare questa merce fuori della Repubblica, attraverso il fiume Psou, che era diventato il confine con la Russia, costava una fatica enorme e non era pi conveniente. Una fatica di Sisifo, per usare un'antica immagine. In effetti le nuove guardie di frontiera russe, di cui gi avevo avuto modo di fare la conoscenza, erano degli idioti pieni di princpi e di spocchia, troppo inesperti per capire un antico popolo orientale come gli abchazi. Proprio qui gli Argonauti avevano provato a trafugare il Vello d'oro nel X secolo a.C. o gi di l. I frutti andavano a male, ma i ragazzi della profonda provincia russa esercitavano con assoluta intransigenza la loro autorit. Di qui non si passa, a detrimento proprio e altrui. Sapevano solo grondare sudore da sotto i berretti verdi. L'uomo impiega tempo, per cambiare, e la loro crudelt insensata assomigliava a quella di Sten'ka Razin che aveva gettato la principessa nel Volga.
L'antica Abchazia mi ha incantato. I cipressi di pietra radicati negli antichi templi, la semplicit della roccia e le raffinate pietanze di montagna. I vini profumati e gli intingoli in cui gi i magi persiani e lo stesso Zoroastro, adoratore del fuoco, marinavano gli antichi maiali. I patriarcali abchazi mi piacevano al punto che non li interrompevo mai, e di tutto quel periodo ricordo solo quello che dicevano loro, e non le mie risposte. Ed  cos in realt che deve comportarsi un viaggiatore.
Tra le cose strane che riscontravano in me c'erano le mie discese al mare. Ma che ci vai a fare? mi chiedevano interdetti. Non c' nessuno l. Non ci sono neanche pi i motoscafi. I georgiani se li sono portati tutti a Suchumi! Allora Suchumi non era ancora stata presa. La mia prima escursione sul Mar Nero l'ho fatta con il giovane giornalista Gamagua, e non ho avuto motivo di pentirmene. Uno spettacolo che aiuta a comprendere la vanit del mondo, cos definirei una spiaggia in tempo di guerra. Lo sciabordio timido della risacca faceva sembrare una placida pozza quel mare deserto: solo due vecchietti armeggiavano solitari attorno a una cabina per i bagnini, e vicino a loro un gattino spelacchiato. In tutta la parte della spiaggia dove non arrivava la marea era cresciuta l'erba fin sopra le ginocchia, come se gli ultimi frequentatori se ne fossero andati da l decenni prima. In realt non poteva trattarsi che di qualche anno: due anni di paura e tensioni crescenti prima del conflitto e quell'estate di guerra. Una coltre di gramigne, argentea, densa e grassa, era sorta dove prima si stendevano i corpi sodi delle moscovite e delle leningradesi rilucenti di crema. Non mi sono saputo trattenere e ho detto a Vitalij Gamagua, il giornalista di Suchumi: sic transit gloria mundi, indicando il trionfo della vegetazione... Credo proprio che tutte le mie professoresse di Storia sarebbero state orgogliose di me. Ho visitato quel mondo nell'ora fatale, come dice il poeta. E ho potuto comprenderlo alla perfezione.
Ho continuato a tornare al mare non appena ne ho avuto l'opportunit. Una volta sono arrivato dopo una tempesta, e mi sono compiaciuto osservando che i danni che aveva arrecato erano ingenti. Si era portata via una scaletta rosa dal mare, era crollato il bordo decorato di un'aiuola di fiori affacciata sulla spiaggia. Con indosso i miei stivali militari sono andato dritto verso l'acqua. I soldati al mare non ci andavano. Andavano a puttane, a mangiare, a bere. Mentre l sul mare aveva steso le sue ali la Storia stessa. Gi da due anni avevo capito che mi piacevano le citt distrutte. Com' ormai mia vecchia abitudine mi sono spogliato e sono entrato in acqua. I due ragazzini abchazi che mi accompagnavano, vicini di casa della famiglia dove pernottavo quando ero a Gudauty, si sono voltati dall'altra parte turbati. Ai loro occhi ero del tutto eccentrico e stravagante. Facevo il bagno nudo per non bagnare i vestiti che avrei dovuto rimettermi addosso dopo. Sott'acqua le pietre erano viscide, non c'era nessuno a levigarle quotidianamente con le suole di plastica.
L'odore dell'autunno, dolce e pieno di frutti, si stendeva fino al mare. Dai due ragazzi giungeva un parlottio in russo pigro e sonoro. Ho sentito dirgli pi di una volta gli uomini di Shamil. Le truppe di Shamil avevano sorpreso tutti in quella guerra. Erano le prime avvisaglie della straordinaria energia dei ceceni. Muoiono le citt, le repubbliche e le nazioni. Muoiono le spiagge, pensavo tornando in precario equilibrio a riva. Pensavo con stupore anche al mio libro Diario di un fallito, perch nel 1992 si erano avverate molte cose che avevo predetto a New York nel 1977, ed effettivamente in Abchazia, come le banane, le ferite marcivano nel clima subtropicale, e la guerra in Abchazia era una guerra in un giardino botanico. Ero stupito e spaventato.

Mar Nero - Soci
Nei miei ricordi sull'acqua, i mari, i fiumi e le fontane non c' alcun ordine sistematico. Ho cominciato dal Mediterraneo, da Nizza e da Nataa che nuota risoluta verso le boe, senza uno schizzo. Avrei potuto cominciare con il Mar Nero, con la spiaggia di Gudauty invasa dalle erbacce. Questi miei ricordi si possono leggere a partire da qualsiasi pagina e seguendo qualsiasi direzione. Nuotano nell'eternit, non hanno bisogno di dimensioni, perch sono disciolti nell'eternit.
Ecco un altro grumo di ricordi che viaggia per conto suo.  il 1974. Eravamo sul punto di emigrare in Occidente. Avevamo presentato la documentazione richiesta a un arcigno militare, e quello l'aveva riposta in una cassaforte.
Che meraviglia la sventatezza della mia moglie di allora! Pi esattamente, ero io che viaggiavo nella scia della sua sventatissima corsa incontro al destino. E mia moglie sulle veloci, lunghe gambe (le vecchiette sedute davanti al portone le consideravano esili), trasudante energia dallo spacco l in mezzo, che mai mancavo di saziare; Elena si  inventata che dovevamo a tutti i costi andare a Soci. Senza titubare ha fissato l un appuntamento con i suoi amici del teatro e del bel mondo. E siamo partiti per Soci. Tra i miei meriti annovero anche la rara capacit di sapermi non opporre al destino, quando occorre, limitandomi alla brama. Perch, come diceva Lenin, il destino aiuta chi brama. Ci sono stati casi in cui non avevo idea di dove il destino mi conducesse, ma io lo seguivo, fiducioso. E arrivavo al punto e al momento giusto. Il quadro seguente  questo: Soci, noi in piedi nel corridoio dell'hotel emcuina, dietro i tavoli i severi impiegati: uno, un ragazzotto con un faccione, Erik, o forse Edik,  il nostro obiettivo. Elena si china sopra il mio orecchio. Sussurra arrabbiata: Avanti, vai, vigliacco. Ci mancherebbe che debba andarci io. Vitja da un pezzo gi avrebbe... gi ce ne staremmo in camera. Potevi rimanerci insieme, al tuo Vitja, avrei voluto dirle, ma vado dall'impiegato. Nella mia carta d'identit ci sono dei soldi, devo darli a Erik o a Edik, dicendo che veniamo da parte di Galja Volcek o di Igor'... Con le gambe pesanti, come la statua del commendatore, mi muovo verso il bancone.
Veniamo da parte di Igor'.
Non c' posto risponde indifferente Erik o Edik.
Ritorno indietro. In seguito simili disfatte mi avrebbero atteso sul fronte delle lingue straniere. Io domandavo: Che ore sono? e per risposta non dicevano semplicemente, come mi aspettavo, le cinque e mezzo, o le sei, o le sette. Ma un quarto a mezzogiorno, e io non capivo nulla, un idiota.
Tutte le camere sono occupate riferisco alla mia giovane moglie, ringhiosa come un cane lupo.
Perch non gli hai dato i soldi!  cos disperata che quasi scoppia a piangere. I jeans bianchi, la camicetta rosa, gli occhi di porcellana da bambola: la ragazza dei sogni, tutto l'hotel la sta guardando.
Non sono capace di oliare le ruote dico con tono gelido.
Per la donna che si ama bisogna imparare anche a corrompere dice lei con tono ancora pi gelido. Ma la tensione non sfocia in lite. Il suo volto si rischiara.
Tosik! si allontana superandomi e ritorna con un uomo attempato in abito grigio. Dietro di lui c' una giovane donna con una bambina.
Ed, ti presento Tosik Aliev! E questo  il mio nuovo marito, ho lasciato Victor! sistemati i mariti, Elena passa subito al sodo: Tosik, tu che puoi tutto: siamo senza un tetto, non riusciamo a farci dare una camera,  pieno.
Salite per il momento in camera nostra, - dice Tosik - avanti, avanti. Adesso sistemo io con quelli dell'albergo. Qui  sempre pieno.
Lasciamo i documenti? chiede Elena.
Li porterete pi tardi.
Prendiamo le nostre cose e seguiamo la donna e la bambina. Nessuno ci ferma, malgrado di solito chiedano il pass anche agli stranieri.
Nel 1999 o nel 2000 in un giornale scandalistico russo ho trovato questa fotografia: Lena, io, un grasso ragazzotto armeno, una tipa smilza e acida, Tosik Aliev e sua moglie nelle acque del Mar Nero, con l'hotel emcuina sullo sfondo. Lena porta un cappelletto ed  grassa, le si vedono i rotoli di ciccia sui fianchi. Io, nero e muscoloso, in mezzo a loro sembro un soldato tra i sibariti. Attorno alla mia testa c' un circoletto e una freccia. E Tofik Aliev (non Tosik, come erroneamente l'aveva chiamato mia moglie) sembra fosse allora uno dei primi grandi mafiosi russi. Il padrino della mafia dell'epoca, ci manca poco. L'articolo, di tre o quattro colonne,  tutto dedicato a lui che, nell'intervista, parla anche di me, ricorda quella vacanza a Soci.
Nel 1974 sapevo che era un importante caporeparto, come si diceva allora, un uomo d'affari e un criminale, ma non sospettavo che fosse un pesce cos grosso. Sono contento per lui. Quell'estate Elena non mi dava pace. Mi tormentava continuamente con le mie mancanze e incapacit a confronto con Victor. Tofik Aliev mi difendeva, le spiegava che ero ancora giovane e avrei imparato. Sapevo bene che non avrei mai imparato a dare bustarelle, ma a Tofik ero grato. Assieme a lui non avevo bisogno di darmi da fare, tutto si sistemava da solo: con lui un tavolo al ristorante si trovava sempre, gli spiedini ce li preparavano di corsa, il vino era sempre il migliore e nulla c'era da temere dai banditi suoi concorrenti. Oltre a ci, era forse l'unico che non avesse mire su Elena, era innamorato della sua giovane moglie, la loro bambina lo rendeva felice. E a me, cosa mi rendeva felice in quell'ultima estate in Russia? Non Elena, perch tutti e due ci siamo subito beccati una qualche schifezza venerea di poco conto, con tutta probabilit sulla spiaggia, e dovevamo curarci. L'hotel emcuina all'epoca non avevano neppure finito di costruirlo, si usciva in spiaggia direttamente dall'ascensore, passando per un corridoio con un forte odore di cemento. Avevano appena tolto le tavole dal cemento, ma per le mattonelle non c'era stato il tempo. Met degli ospiti dell'hotel emcuina erano stranieri, per la maggior parte di Paesi socialisti, s'intende. Ma capitavano anche gruppi di veri turisti capitalisti. La fotografia finita poi su quel giornale l'aveva scattata un francese con un grande naso, amante della sciacquetta smilza e acida che compariva nella stessa foto. Oggi quella sciacquetta deve avere sui cinquantacinque anni, perch scrivo queste righe due giorni prima del 22 giugno, e il 22 giugno Elena ne compir cinquantuno, e la sciacquetta era pi grande di lei. Non  un caso se ho nominato gli stranieri, in quanto io ed Elena eravamo convinti di esserci presi il fungo da loro, su un lettino o una sedia di plastica sotto l'ombrellone. Un po' di piacere me lo procurava il fenomenale Martini dei baristi dell'hotel emcuina. In vent'anni di soggiorno nei Paesi capitalisti, di rado mi  capitato un Martini cos. Forse solo una volta a un picnic irlandese a New York. Di Elena erano tutti innamorati, non era facile essere suo marito. Cercavano, secondo le tradizioni caucasiche, di farmi ubriacare e poi di scoparsi mia moglie dietro l'angolo. Una delle prove pi difficili erano le gite in montagna, quando tutti si inciuccavano e si ingozzavano di spiedini all'aria aperta, attorno ai fal. Per riuscivo a cavarmela: bevevo una tanica di vodka, ma mi risvegliavo sempre nel mio letto e con mia moglie accanto.
Quell'estate l'acqua del Mar Nero era molto calda. Il francese, la sua pestifera sciacquetta, Elena e io siamo andati con la sua macchina sportiva a Gagry, intenzionati a proseguire per Suchumi, spassarcela l un paio di giorni e poi tornare al emcuina. Lungo la strada per hanno litigato furiosamente, la russa pestifera e folle dal naso spelacchiato ha cominciato a togliere di mano il volante al francese, e poco oltre Gagry abbiamo bruscamente fatto inversione e siamo tornati indietro. Mancavano pochi chilometri al villaggio di Gudauty e diciotto anni al 1992. Dal futuro, va detto, non mi giungeva nessun segnale. Inutile raccontare storie, non avvertivo niente. Sulla superstrada per Gagry non ho visto fantasmi di maiali, n spiagge ricoperte d'erba.
A Soci ci attendeva una cartolina dalla madre di Elena: ci informava che ci era arrivata dalla questura la notifica dell'autorizzazione a lasciare il Paese entro il 30 settembre. Abbiamo comprato il biglietto per il battello Soci-Jalta e ubriachi, accompagnati da altri ubriachi, siamo saliti a bordo. A Jalta un autista folle con la giacca di pelle ci ha portati a velocit folle per una cifra folle a Koktebel'. Volevo far vedere a Elena di cos'ero capace. E sfoggiare Elena davanti a Mar'ja Nikolaevna Izergina. Elena era il mio trofeo di guerra, la mia citt conquistata, era cos che la consideravo. Gi alla fine dell'anno dopo, il 1975, la citt conquistata mi sarebbe stata ripresa. Ma questo non potevo saperlo. E se anche l'avessi sospettato, il piacere per la conquista delle citt  cos grande che bisogna comunque conquistarle, anche se te le riprenderanno subito dopo.
Oh cosa non era, l sul battello, entrare e uscire da quella donna, con il mare che a sua volta ci dondolava avanti e indietro! A dire il vero anni dopo a Parigi abbiamo avuto un'altra storia, ma di questo non vi dir nulla. O solo alcune parole: come nella chambre de bonne in rue d'Alsace l'ho martellata implacabilmente nei due buchi contigui. E lei che tutto il tempo piangeva lacrime amare.

Oceano Atlantico - New York
I miei rapporti con l'oceano Atlantico hanno gi lasciato traccia nei miei libri. Mi ricordo come assieme al bielorusso Pet'ka (che nel romanzo figura come Ivan, facchino, camionista e imprenditore) e all'oggi defunto Lnja Kolmogorov ce ne stavamo sdraiati su una sporca spiaggia sabbiosa dalle parti di Coney Island e poi abbiamo giocato a pallavolo. E Lnja che ascoltava la radio ci ha annunciato che era morto il grande timoniere Mao. Correva, dunque, l'anno 1976.
Poi c' anche il racconto Eccessi, dove vado su una spiaggia per nudisti sulle rive dell'Atlantico dopo aver trascorso una notte orgiastica (chiamiamola cos) con l'ebrea francese Hlne. Vorrei dare l'immortalit a questa tipetta abbastanza fuori dall'ordinario chiamandola qui con il suo vero cognome, ma non so decidermi, chiss che non sia ancora nella prigione di Rhode Island dove l'avevano sbattuta, se non sbaglio nel 1985, dopo averla fermata in macchina alla frontiera con il Canada. Ma al diavolo, sono passati sedici anni, quanto le avranno potuto dare... Si chiama perci Hlne Mars. Che ne serbino memoria le generazioni future. Trafficava in droga, questa signora, come Maggy (per informazione dei responsabili del mio attuale carcere: io non mi sono mai occupato di droga. Con queste donne ho avuto solo rapporti intimi. In passato). Un cognome come Mars, naturalmente, si porta dietro un destino. Se mi fossi chiamato Mars difficilmente sarei arrivato alla mia et. Con un cognome cos si deve morire a venticinque anni, proprio come uno che si chiama Gavrilo Princip non pu non ammazzare a diciott'anni l'arciduca Ferdinando il giorno di San Vito del 1914.
Oggi nella cella dove sto scrivendo ho trovato una lampada da tavolo (lo so che bisogna scrivere dell'Atlantico, ora ci arrivo).  un toccante cimelio di spie d'altri tempi.  verde e di rame. Il pulsante rosso. Dalla base verde di venti centimetri di diametro si distende con un'inclinazione di trentacinque gradi un tubo di rame lungo una quarantina di centimetri, in cima al quale c' ancora uno snodo di rame, con l'innesto per la lampadina, circondata da un bianco calice e sormontata da un fungo verde, direi di un quaranta centimetri. Sotto questo portento che risalir, io credo, agli anni Trenta, hanno forse firmato le loro spontanee confessioni Bljucher e Tuchacevskij. La lampada da tavolo mi era stata rifiutata dieci giorni fa. Tuttavia ieri il vicedirettore del carcere e il magistrato di sorveglianza (cos mi  parso), sono venuti nella mia cella, tutti e due in camicia bianca. Ho chiesto di nuovo la lampada. Ed ecco che oggi questa bellezza mi aspettava nella cella 25.
L'Atlantico. Bagnando il Bronx, il Queens, Manhattan e Brooklyn, l'Atlantico da quelle parti  indubbiamente inquinato. Ma  comunque imponente. Ricorder sempre il vento freddo dell'Atlantico mentre mi recavo a Battery Park, all'estremit meridionale di Manhattan. Era il febbraio del 1976, indossavo un palt pesante e lacero che avevo raccolto nell'immondizia in Lexington Avenue. Ero intenzionalmente sporco, affamato e ubriaco. Avevo preso la decisione di diventare un barbone, di vivere per le vie gelide di New York e vedere cosa sarebbe successo. Fermo sulle lastre grigie del viale guardavo la notte nell'Atlantico. Capivo che stava accadendo qualcosa di grandioso. Poi mi sono voltato e ho visto dietro di me le due scatole illuminate del World Trade Center. Come galassie luminose, come immensi acquari poggiati sul sedere. Sono stato preso allora da un attacco del tutto fuori luogo di mania di grandezza. Mi sono sentito diverso, fresco e onnipotente. In effetti proprio di un attacco di mania di grandezza avevo bisogno. Ero cosparso di fiocchi di neve e mi frustava in modo intollerabile il crudele vento invernale. Ma gi il 4 marzo me ne stavo seduto sul tetto dell'hotel Winslowe e provavo ad abbronzarmi. Fissare l'estremo orizzonte  utile per gli occhi e per la mania di grandezza. In generale il mio consiglio : incoraggiate la mania di grandezza! Coltivate in ogni modo la vostra differenza dagli altri. Non c' nessun senso ad assomigliare a questa noiosa marmaglia.
All'estremit meridionale di Manhattan, l dove la si pu vedere, sotto i pontili del Seaport, l'acqua dell'Atlantico si trascina sopra una lurida e fetente schiumetta, trucioli, piatti di carta, chiazze di benzina, rifiuti domestici. La guardi e ti viene voglia di tuffartici dentro. Certo, se ti butti, puoi non uscirne pi.

Oceano Pacifico - Venice Beach
Venice Beach  un sobborgo di Los Angeles. Un insieme di vecchie casette rosa e gialle di cartone e lamiera proprio sulla riva dell'oceano, dove una larga striscia di eccellente sabbia  esposta alle continue incursioni del possente, immutabile oceano. Nella sabbia sono conficcati a brevi intervalli piccoli gruppi di palme altissime. A lungo ha regnato qui un provinciale sconforto, c'erano chiss quali seconde case, non certo da nababbi. I primi a rivolgere l'attenzione a questa zona sono stati alla fine degli anni Sessanta gli hippy, che hanno cominciato a trasferirsi in massa nelle casette rosa di cartone. Assieme agli hippy sono arrivati la droga e gli spacciatori di droga. Pian piano la zona  diventata di moda. La prima volta che sono capitato a Venice Beach  stato nel 1976, durante una fulminea, penosa e poi del tutto rimossa visita in California al mio amico di Mosca Oleg Cikovani. Era un neurochirurgo che lavorava come anestesista e si faceva in quattro per ottenere la laurea americana. Prendere l'aereo per andare da lui rappresentava per me l'ultima spiaggia, in uno di quei giorni tra il 19 dicembre 1975 e l'inizio del febbraio 1976, quando ero gi nel pieno della tragedia, cio vivevo ancora con Elena, ma gi c'era stata la spiegazione, sapevo che aveva un altro uomo. Che cosa potevo mai aspettarmi da Oleg Cikovani, my God?! Cercavo istintivamente il conforto di un amico, volevo restarmene l in California. Ma ci ho passato solo un paio di giorni e sono tornato indietro alla mia tragedia.  stato allora che io e Oleg siamo andati con la sua macchina a Venice Beach, dove viveva Feliks Frolov, nostro comune amico.
L'ho appena scritto e gi mi viene da dubitarne. Non sto per caso fondendo insieme due diversi viaggi in California? Potrebbe essere. Comunque la prima volta che sono stato a Venice beach era a casa di Feliks Frolov. Frolov era di Char'kov, poi trasferito a Mosca, cameraman di ukin, ed eccolo in quell'appartamento di Venice Beach con la carta lacera alle pareti. Le finestre erano aperte, si sentiva il rombo dell'oceano e un piano pi sotto le voci dei ragazzi e delle ragazze che sfrecciavano sui pattini per il marciapiede.
Venice Beach assomigliava a una abborracciata scenografia hollywoodiana nella quale la gente fosse rimasta ad abitare. In realt il suo stile architettonico corrisponde perfettamente al luogo e alla situazione climatica. Gli yankee hanno strappato al Messico quelle terre dell'abbondanza appena cento anni fa. E a che serve l il cemento? Los Angeles non  altro che ottanta miglia di baracche lungo un'autostrada. Anche Los Angeles ha il suo quartiere dei grattacieli, ma i grattacieli sono un corpo estraneo per la California. La cosa naturale  invece vivere in leggere casette a un piano, tanto pi che si tratta di zona sismica. La striscia di sabbia larga alcune centinaia di metri, le palme, le casette di cartone, qualche sparuto negozio di hippy, o meglio attaccapanni con le rotelle esposti sul marciapiede, qualche raro fast food, steccati incrinati, buoni negri dalla corporatura atletica che battono sulle casse dei tamburi vicino a una palma. Il mormorio dell'oceano. Un atleta canuto, con i buchi alle orecchie, conduce per la spiaggia i bambini, ciclisti, sibila accanto un eroe sullo skateboard, poi un altro ancora. L'aria calda come latte appena munto, gli aloe che mi ricordano quelli di mia madre, sulla nostra finestra di Char'kov, solo che qui sono alti tre metri, un'intera parete verde con fiori pungenti dai colori accesi che si stampano negli occhi. Ecco a voi Venice Beach. Le ragazze: pelle in olio di cocco. Dal negozio di articoli sportivi hanno portato fuori delle bianche altalene, e due negri ci stanno stesi di schiena, sollevando i pesi: un'azione pubblicitaria. Non fa caldo, ma  umido. Per non piover, questo  sicuro.  l'oceano che trasmette un'eterna atmosfera di sauna. Mi sembra sempre di pi che da Feliks Frolov ci siamo andati nel 1980, in quattro: io, il poeta Aleksej Cvetkov (da non confondere con l'omonimo segretario editoriale della Limonka), lo scrittore Saa Sokolov e Aleksandr Polovec, direttore del giornale in lingua russa di Los Angeles Panorama. Insomma, chi se ne frega dell'anno, quel che conta  Venice Beach, i grandi spazi, l'atmosfera di sauna. La goduria della vacanza eterna, le eterne passeggiate, l'eterno scherzare del proprietario del negozio di articoli sportivi con l'atleta canuto, che si  fermato per stringergli la mano. Anche tra cento anni qui sar tutto uguale. L'odore della marijuana sul lungomare d'asfalto, i volti illuminati di vecchi santi hippy, con la pelle da indiani, l'odore delle fave dal fast food messicano (non ho mai imparato a bollire le fave). Davanti a me era allora naufragata (va bene, optiamo per il 1980...) una delle possibili varianti del destino. Rimanere l, cercare un qualche job facile facile, non cercare nessun job, scrivere per il giornale Panorama articoli a quaranta dollari il pezzo, bighellonare per Venice Beach intanto che mia moglie lavora, senza affaticarsi troppo: forse  proprio la cameriera del fast food messicano... Andare a fare il bagno assieme a lei. Rollare marijuana, pensare fino a rimbecillirsi agli aztechi, a Montezuma, al fungo peyote, al vulcano Popocatepetl, ripetere Popocatepetl, Popocatepetl, chiamare mia moglie Kafi... russificando in Kat'ka dopo qualche bicchierino.
Allora, nel febbraio 1980 (ho festeggiato il mio compleanno a Los Angeles), il destino ha socchiuso davanti a me il suo pesante sipario teatrale e mi ha mostrato il futuro. Mia moglie Nataa Medvedeva, con due anni e mezzo di anticipo. Ecco come  andata.
Siamo al ristorante Mika. Personaggi e interpreti sono gli stessi: Sokolov, Cvetkov, Limonov, Polovec.  una sala separata, un banchetto, al quale oltre a noi partecipano un'altra ventina di persone. Signore e signori a turno si alzano in piedi e pronunciano dei brindisi.  stato Polovec l'ispiratore di tutto ci. Portano gli spiedini. Il padrone del ristorante  un armeno, perci gli spiedini li sanno fare. C' fumo, il tipico odore degli spiedini: carne arrostita impregnata d'aceto, cipolla arrostita. Costringono a parlare anche me; e io parlo, se proprio mi costringono. Il fumo delle sigarette. L'alcol.  il momento migliore perch compaia una donna nella mia vita. Se c' si faccia avanti, chiedo.
Il banchetto  finito, tutti se ne vanno. Siamo all'uscita, davanti al bar. Aspettiamo: io, Polovec e Sokolov. Conseguentemente aspettiamo Cvetkov, che barcollando si  infilato nella toilette. Dalla sala opposta a quella dove si svolge il nostro banchetto esce una ragazza alta e slanciata, la gonna al ginocchio, una camicetta di seta, lunghi capelli rossicci, modi bruschi. Lo scintillio della gonna e dei capelli. Si avvicina al bar: tende al barista un grosso bicchiere con il fondo spesso. Il barista versa senza dire una parola. La ragazza prende il bicchiere e si avvicina alla porta a vetri, guarda pensosa le luci del Sunset Boulevard. Rimane cos per un po'. Poi senza rivolgerci lo sguardo torna nella sala dalla quale era uscita.
Chi  quella? chiedo a Polovec, con gli occhi fissi alla figura risoluta e slanciata che si nasconde tra le nuvole di fumo.
Nataa... Una cantante. Canta qui.
Carina.
Non fa per te, Eduard...
Penso un attimo a come rispondergli.
Polovec mi viene in soccorso:
Intendo dire che non  del nostro ambiente. Se la fa con i banditi.
Fossero tutti qui i problemi dico io.
E usciamo dal ristorante. Il giorno dopo riprendo l'aereo per New York, ho gi il biglietto in tasca.
Nell'ottobre del 1982 proprio Polovec mi presenter a Nataa in quello stesso ristorante Mika. Sia io sia lui avevamo dimenticato da un pezzo quella scena davanti al bar nel 1980. Dopo che l'ho conosciuta, naturalmente siamo andati a passeggio per Venice Beach. Su mio invito.

Fiumi

Dnestr
Il Dnestr era sbarrato dalla diga della centrale idroelettrica di Dubossary. Era possibile passare sotto la diga. O dentro, per un rimbombante, stretto e maleodorante cunicolo che utilizzavano per la manutenzione. Oppure si poteva attraversare in alto sulle passerelle di ferro, sotto il sole accecante, esposti agli spruzzi, al vento, temerariamente in faccia alla morte. Come fanno gli eroi. A noi non  toccato neanche scegliere. Quelli del luogo hanno solo accennato al cunicolo e aggiungendo ma voi, naturalmente, farete il giro da sopra, gi avevano cominciato a salire per le passerelle di ferro. Va detto che era stata annunciata l'ennesima tregua fasulla. Ma durante l'ultima tregua fasulla qui era stata fatta fuori della gente, il sangue purpureo era colato nell'acqua proprio da queste passerelle. Ci siamo incamminati. Tutti con il mitra in mano, la prima cartuccia gi in canna. Tregua o no, ma almeno per dare una sventagliata alla cieca, prima di morire, l da dove era partita la pallottola. E sarebbe potuta partire dalla boscaglia vicino alla riva, da qualsiasi cretino che abbia avuto voglia di ignorare la tregua. Io stesso il giorno prima puntando con il mirino ottico da un'altra posizione verso alcuni ufficiali rumeni stravaccati nel cortile di fronte, quanta voglia avevo avuto di ignorare la tregua e scaricargli addosso l'intero caricatore... Mi ero trattenuto a stento. E in quel momento tra gli alberi lungo il fiume era pieno di tipi non meno impulsivi di me. Camminavamo pestando con gli scarponi (quasi tutti, per la verit, avevano scarpe da ginnastica), come a una parata, senza fretta. Se amo la follia della guerra  anche perch si ha un'incredibile voglia di mettersi in mostra, davanti a s e agli altri. Noi non avevamo alcun bisogno di andare dall'altro lato della diga. L'altra riva non era nostra.
Le passerelle finivano contro i sacchi di sabbia della postazione di una mitragliatrice, ma ci si poteva arrivare anche attraverso il cunicolo; l'uscita del cunicolo era proprio davanti alla mitragliatrice. In sostanza andavamo l per guardare. Ma neppure da guardare c'era niente. C'era un campo minato sotto la mitragliatrice, lo sapevano tutti perfettamente, e stava bene a tutti. A noi e a loro. Una volta era entrato nel campo minato un loro giovane ufficiale, un rumeno, ed era saltato in aria. Avevano finito di spazzolarselo le volpi. Caute e leggere, le volpi non saltano mai sulle mine. Perci andavamo a guardare. E nulla pi. Oppure a beccarci una pallottola su quelle lamiere d'acciaio levigate da generazioni di operai della diga e a versare il nostro sangue. I locali non si sottraevano alle responsabilit. Camminavano con passi ampi, il petto in fuori, perfettamente visibili al nemico come lo eravamo noi. Facevano strada a noi moscoviti, un eccellente pretesto per mostrare ancora una volta il loro coraggio. In tutto eravamo in sette.
Con un sole cos il sangue deve coagularsi in fretta, pensavo io, avanzando per terzo e fissando fino ad aver male agli occhi il verde smeraldo delle sponde. Scintillando tra le lucidissime lamiere d'acciaio il sole riverberava con ancor pi accanimento. Se uno cade da qui, non c' assolutamente nessuna possibilit di tirar fuori i feriti, pensavo. Sullo sfondo di questo cielo cos azzurro e senza nuvole siamo perfettamente visibili in ogni dettaglio, fino alla cinghia del mitra, e non solo a un cecchino, anche senza mirino. Qui ammazzerebbero tutti, io addirittura sparerei prima alle gambe del primo e all'ultimo della fila, poi con calma tirerei gi tutti gli altri, mirando al corpo e alla testa.
Avevamo camminato fino alla met del fiume e si vedeva in basso la striscia brillante del Dnestr distendersi lontano verso il mare. Soffiava un vento fresco, il vento pi gustoso del mondo, a tratti portava minuscole gocce d'acqua polverizzate. Mi figuravo come scintillassero nel mirino del cecchino i miei occhiali e ho inghiottito un'enorme boccata di aria saporita...
Alla postazione della mitragliatrice non ci stavano aspettando. Ci siamo abbracciati, battendoci pacche sulle spalle. Ci hanno offerto vodka dalle loro borracce. Abbiamo bevuto un piccolo sorso ciascuno. A sette donne questa volta era andata bene. Siamo tornati indietro per il cunicolo, sghignazzando e strepitando.
Chi non ha attraversato sulle passerelle la centrale elettrica di Dubossary, passando in alto sulla diga, non pu sapere cos'... non trovo le parole... l'invasamento della follia. Ed  meglio ignorarlo.

Kuban'
irinovskij aveva delle mutande grigie. Un corpo mediamente in carne, rossiccio, con una chiara protuberanza in corrispondenza dello stomaco. Le spalle rachitiche.
Il Kuban' scorreva grigio in mezzo ai canneti. Tre ragazzetti, tremando per il freddo, strizzavano le loro mutande con i sederi bianchi rivolti verso di noi, poi si sono infilati le mutande bagnate, sono saltati tutti e tre su una bicicletta, uno sulla canna, e si sono faticosamente allontanati, guardandosi intorno sospettosi.
Piccoli delinquenti, - ha detto irinovskij - hanno inguattato qualcosa e adesso se la danno a gambe!
Gi quando ancora mi piaceva, avevo notato in irinovskij un insano interesse per gli adolescenti di sesso maschile.
Vladimir Vol'fovic, - gli ha detto il fedele Andrjua Archipov, simile a Hesse - perch non divulghiamo alla stampa la storia che lei ha salvato un ragazzo: un ragazzo stava affogando nel Kuban' e lei l'ha salvato. La mandiamo oggi stesso per fax.
Tu sei il mio addetto stampa, Andrjuen'ka, datti da fare... ha scaricato con un gesto l'incombenza irinovskij ed  entrato nel fiume. Io ci sguazzavo gi da un pezzo, ed ero tornato verso la riva, con l'acqua biancastra fino alle ginocchia.
irinovskij si  spruzzato addosso l'acqua del Kuban' e con le mani si  massaggiato il petto, la schiena e i fianchi. L'infatuazione per lui stava gi cominciando a passarmi. Era durata da febbraio alla met dell'estate. Il 22 giugno ero entrato come ministro nel suo governo ombra. Direttore ombra dei Servizi segreti russi.  del tutto finita, l'infatuazione, cinque mesi dopo, quando io e altri transfughi dal suo governo abbiamo fondato il Partito nazionalradicale, nato gi morto, vissuto in tutto alcuni mesi. Ma l sulla riva del Kuban' n io n Archipov avevamo idea che avremmo fondato quel partito. irinovskij, forse, lo sapeva. In seguito era corsa voce che avesse provocato tutto quanto intenzionalmente, per liberarsi della giovent radicale, dando incarico ad Ala Mitrofanov di organizzare la faccenda.
Con cautela, tra grugniti e segni d'insoddisfazione, irinovskij si  immerso nel Kuban'.
Il futuro presidente della Russia nuota nel Kuban', ah, Limonov? Immagini un quadro cos nella sala del Maneggio? Andrjua si  tolto i pantaloni e si  affrettato a seguire il suo capo.
Sbuffando, irinovskij ha fatto qualche bracciata ed  tornato indietro.
Una zozzeria, sembra una palude; - si  lamentato mentre usciva - i cosacchi sono dei gran pigroni, potrebbero pulirselo meglio il loro fiume!
Qui  un casino ovunque, Vladimir Vol'fovic ha detto Vladimir Michajlovic, la guardia del corpo di irinovskij. Continuava a rimanersene sulla riva, tutto vestito. Padre di due figlie gi grandi, oltre che esperto, era ancora forte come un toro. Aveva cominciato la carriera come guardia del corpo di Brenev, poi Brenev l'aveva regalato a Babrak Karmal. Almeno questa era la leggenda che circolava tra gli attivisti del Partito liberaldemocratico.
A me l'acqua non sembrava cos sporca. C'erano state molte piogge e anche in quel momento l'umidit era alta, il cielo si era incupito, ogni tanto cominciava a piovere. Il fiume si era intorbidito, nulla pi. Ma irinovskij frignava e brontolava ovunque. Per lui non c'era acqua che non fosse sporca: era oltremodo rissoso e attaccabrighe per natura, cos gli era tornato comodo adattare il suo temperamento alla politica.
Ma che ci facevo io in quella compagnia, l tra i canneti del Kuban'? Mi ci aveva spinto la forza dell'istinto, volevo vedere la Storia da miope, a un centimetro dal mio naso. In quell'anno il popolino si sbellicava dalle risate per quel grassone di irinovskij, ma io avvertivo quale potenza e olezzo emanasse da lui la Storia. Il futuro. E nel dicembre del 1993 gliel'ha fatta vedere a tutti, ha dimostrato che non mi sbagliavo.  arrivato cos vicino al potere che mi  addirittura venuta la nausea. Possibile che ci voglia cos poco! mi dicevo nel 1994, ma il mio istinto mi aveva spinto alla sua sede nel vicolo Rybnikov fin dal febbraio 1992, l'istinto lo sapeva gi che ci voleva cos poco. Altro discorso  che poi ha mandato tutto quanto in malora. La volgarit e la banalit hanno schiacciato in lui l'innovatore, l'esploratore della vita... Per questo mi trovavo l con loro, perch ero un avventuriero, uno sveglio, a differenza dei miei ottusi contemporanei e provavo piacere a rovistare nelle interiora della Storia, a pescarle qualcosetta nella pancia.
Mentre ci vestivamo  cominciata la pioggia. Non molto forte. Il Kuban' si  riempito di bollicine. Seguendo il sentiero, come tutti i normali cittadini, siamo prima passati attraverso una piccola radura, poi siamo entrati in un boschetto. Impercettibile, in mezzo agli alberi  spuntata una trattoria. Senza insegna. A essere precisi, la prima cosa che abbiamo sentito  stato l'odore di carne marinata. E gi ci veniva incontro il proprietario, con una faccia gialla da gatto come di terracotta. Era di un'etnia a dir poco singolare, un iside. Dentro di me l'ho definito sumero. Ha spalancato la bocca da gatto sulla maschera di terracotta.
Cominciamo a servire la carne, Vladimir Vol'fovic?
S, certo, abbiamo tutti una gran fame. Abbonda con le porzioni. irinovskij si  precipitato al tavolo, sopra il quale avevano aperto due ombrelloni.
Basta andare in giro con le belle ragazze,  ora di camminare assieme a compagni fedeli sotto la bandiera rossa cos avevo formulato un paio d'anni prima la mia nuova politica per gli imminenti anni Novanta. La bandiera, a dire il vero, Archipov gliel'aveva fatta blu e bianca.
A Parigi Nataa Medvedeva viveva la sua vita. Ci vedevamo sempre pi di rado... Ero stravolto e febbricitante come la Russia, la Jugoslavia e il mondo intero. Ma la notte dormivo sodo, ed ero felice.

Senna
 il fiume che ho visto pi a lungo di tutti gli altri. Sulle rive della Senna ho vissuto per quattordici anni. O poco meno. Per lo meno i primi undici sono stato un parigino a tutti gli effetti.  una cosa curiosa, ma sono pi parigino che abitante di qualsiasi altra citt. A Mosca, in due fasi, prima e dopo l'emigrazione, ci ho vissuto in tutto meno che a Parigi. Sono un autentico parigo e amavo la mia Paname, come gli autentici parigini (parigos) chiamano familiarmente la loro capitale. Paname deriva dallo scandalo del canale di Panama, all'inizio del Novecento. La tangente del secolo, caso in cui era stato coinvolto anche Ferdinand Lesseps. Perci i parigini chiamano la loro citt uno scandalo. Tracciando il simbolo del dollaro, la Senna serpeggia per Parigi.
La Senna. Sull'isola St-Louis, sul quai d'Anjou, c' l'hotel Pimodon (detto anche Lausanne) dove alla met del XIX secolo viveva Charles Baudelaire (e anche Teophile Gautier) e si trovava un club di fumatori di oppio. Non  un caso se in molti dei miei libri accenno alla casa di Baudelaire. Baudelaire per me non  soltanto il creatore di una nuova estetica cittadina (prima di lui in letteratura dominava quella nobiliare: un'estetica aristocraticorurale) che per noi  ancor oggi come una bibbia.  anche l'inventore del mondo contemporaneo, che  anche il mondo della citt. Ci ha inventati tutti quanti. Lui e Balzac.
Per questo andavo a prendere il sole vicino a Baudelaire, sull'isola St-Louis. Prendevo uno zainetto americano, con una stuoia e un paio di libri francesi, un quaderno, che era il mio diario e allo stesso tempo un laboratorio creativo. A volte panini e vino. Il mio itinerario era sempre lo stesso: per tutto il soggiorno a Parigi (tranne sei mesi nel 1985) ho vissuto nel terzo arrondissement sulla riva destra della Senna e pi precisamente nel Marais. Dove ho cambiato casa tre volte: 54, rue des Archives, rue des Ecouffles (il numero non me lo ricordo pi) e 86, rue de Turenne. Tutti e tre gli appartamenti erano a cinque-sette minuti dal fiume. Come dice il nome stesso del quartiere: marae in francese antico significa palude. All'inizio del secondo millennio al posto della riva destra si trovava davanti a Notre-Dame una vasta palude. Di solito passavo una prima volta la Senna sul ponte Louis-Philippe, poi, guardando sempre la casa di Baudelaire, attraverso il piccolo isolotto di St-Louis, fino a sbucare sull'altro braccio della Senna. L, subito a sinistra del piccolo ponte che collega l'isola di St-Louis all'Ile de la Cit, scendevo sul selciato del lungofiume, che in quel punto  piuttosto basso, e prendevo posto. Su quegli stessi ciottoli che erano stati usati per fare le barricate di Parigi. Avevo un posto prediletto su quelle pietre maleodoranti, vicino a uno degli arrugginiti anelli di attracco. Sistemavo la mia stuoia, mi toglievo i pantaloni di tela militare color oliva (me ne ero portate diverse paia dalla California, da un negozio di articoli militari di seconda mano). Mi piazzavo sotto la testa i pantaloni, le scarpe e la maglietta e mi sdraiavo, cominciando ad arrostirmi. Pian piano arrivavano i frequentatori abituali di questa spiaggia di ciottoli. Ci conoscevamo tutti, ci salutavamo, ma di norma non cercavamo maggiore intimit. Poco pi avanti, seguendo il corso del fiume, si innalzava la cattedrale di Notre-Dame, vista da dietro. Da dietro assomigliava a un'astronave accucciata sulle zampe. In parte la ricopriva una rete mimetica d'edera. In quel punto la Senna si divide ulteriormente e sul braccio pi vicino a noi la attraversavano poche chiatte cariche di sabbia, carbone e legna dirette verso place de la Concorde e il ponte Alexandre III, il Trocadero e la Tour Eiffel. Sull'altro braccio e pi oltre le stesse chiatte scivolavano in direzione opposta, tra il giardino botanico e la gare d'Austerlitz. Con l'arrivo della buona stagione la Senna si riempiva immediatamente di spiagge spontanee come quella. Soprattutto la parte centrale, sulle isole vicine al Louvre e alle Tuileries. La pi svariata teppaglia cittadina si riversava sulle rive del fiume eterno. Tra la fine del primo e l'inizio del secondo millennio le acque della Senna erano state percorse dalle navi dei guerrieri normanni. Quei crucchi venivano a Parigi a far razzie. Ma certo in quantit minore di noi.
Ho trascorso sulla Senna molte centinaia di evanescenti, felici giornate, simili a miraggi. La pelle, irritata dal sole e dall'inquinamento urbano, friggeva. Il vino mi aiutava a mantenermi in una sensazione di lieve intontimento, groggy, come dicono gli americani. Tutt'intorno si sdraiavano ragazze parigine in topless, i seni bianchi dai capezzoli dritti, e da sopra il parapetto e dal ponte se le mangiavano con gli occhi i rappresentanti di etnie sottosviluppate, gli arabi ricciuti. No, non sottosviluppati, Allah mi perdoni, sto scherzando, intendo solo dire che la loro cultura non prevede certo che le ragazze mettano in mostra le tette nel centro della citt. Se era di strada, passava a trovarmi anche mia moglie Nataa. A volte si tratteneva con me per un'oretta, ma non mancava mai di mostrare irritazione per quel mio passatempo che riteneva alquanto scomodo. Spesso per veniva a farmi visita il pittore William Bruy, mentre me ne stavo l come un eremita, o un paysan de Paris, come mi piaceva definirmi sulla scorta del titolo di un celebre romanzo di Louis Aragon. All'epoca Bruy viveva proprio l nei pressi, in un buco di appartamento che si era rimediato sull'isola St-Louis. Diverse volte abbiamo fatto dei picnic con vista su Notre-Dame, tra i gas di scarico delle automobili, le grida dei turisti e gli sguardi degli arabi e delle ragazze in topless. Io, Nataa, Willy Bruy, Thierry Marignac e altri ancora, a Parigi c'era sempre una quantit di gente attorno a noi. Insomma, quell'angoletto sulla Senna era diventato un po' il mio quartier generale. A immergersi nelle acque della Senna nessuno si azzardava. In tutti quegli anni ricordo solo poche eccezioni. Quando il caldo si faceva insostenibile, mi capitava di entrare nell'acqua fino alle ginocchia. Il selciato scendeva inclinato sott'acqua, come continuasse la strada. Cosa intelligente: se qualcuno, stremato dalla lotta con le onde, avesse voluto uscirne, avrebbe trovato un comodo percorso in salita, non gli sarebbe toccato affannarsi contro un muro inaccessibile.
Gli anni che ho vissuto a Parigi resteranno senza dubbio i pi felici della mia vita. E alla mia pelle sotto le ginocchia non  successo nulla per essermi bagnato quel po' di volte nelle acque della Senna. Evidentemente non sono poi cos pericolose.
C' una bella foto di Gerard Gasteau, il Lautrec della fotografia francese degli anni Ottanta. Io in cima a Notre-Dame, e dietro di me si stende in lontananza tutta la Senna, fino alla Tour Eiffel. Ce n' un'altra, scattata dallo stesso Gerard Gasteau: sono seduto proprio all'estremit dell'isola St-Louis, con un cappotto militare sovietico, il flash ha strappato al buio soltanto me. A Parigi dovunque si vada c' la Senna. Alla fine degli anni Ottanta volevo scrivere un lavoro intitolato L'influenza della Senna sui Fiori del Male di Baudelaire, ma non mi ci sono messo, peccato.
 la Senna che detta il tempo alla citt. Ci volano i gabbiani. Tutti gli itinerari turistici di Parigi includono la Senna. Qui ho lavorato molto: ho scritto dieci romanzi, sei libri di racconti, per questo avevo bisogno di rilassarmi. Dopo pranzo mi dirigevo verso il fiume, di solito vicino al ponte Louis-Philippe, e camminavo a lungo per la riva destra, passando lungo i ponti. Il mio itinerario si concludeva a place de la Concorde, ma potevo anche arrivare al ponte Alexandre III, dove prendevo a sinistra per gli Champs Elises, fino all'Arco di trionfo. Anche al ritorno andavo sempre a piedi. La variante lunga fino all'Arco di trionfo superava i dodici chilometri. In inverno di solito mi mettevo degli stivali americani rossi, alti fino al ginocchio, una giacca imbottita cinese senza colletto, color cachi, e una sciarpa. La giacca la stringevo con una cintura. Cosa mettessi in testa non me lo ricordo.
Camminavo veloce, riflettendo. Dal ponte Louis-Philippe arrivavo presto al municipio di Parigi, l'Htel de Ville. L'edificio del municipio era in realt abbastanza recente, costruito nel 1871 in sostituzione di quello distrutto durante la Comune. Ma le decorose, lambiccate mattonelle del municipio, che si affaccia sul fiume, incombono sulla terra sofferente di place de Grve, il luogo delle esecuzioni e delle torture. Gli astuti amministratori moderni hanno cancellato Grve dalla pianta di Parigi, adesso si chiama place de l'Htel de Ville. Grve, ancora oggi, sta a indicare uno sciopero. In tempi remoti, prima che diventasse arena delle esecuzioni, in questa scarpata sulla riva della Senna si radunavano le persone senza lavoro, chi si trovava, insomma, en greve. In sostanza, si chiamava un tempo piazza dei Disoccupati. Pi avanti la Senna (ha sempre qualche odore: in estate di un intimo calore liquido; in inverno di freddo e umidit penetrante) va lungo i grandi magazzini Samaritain fino al Pont Neuf e al Pont des Arts. Lungo tutta la Senna ci sono i castagni. Se  primavera giunge un penetrante profumo di fiori, se  autunno il marciapiede  cosparso di un'infinit di gusci verdi o di frutti, come grosse pietre marroni. A destra si distende monotono, grigio e nero come una caserma il Louvre, con i suoi modesti tre piani. Poi il Louvre finisce e inizia la recinzione delle Tuileries. Di fronte alle Tuileries ci sono barconi abitati. Ci vive gente ricca. In estate si possono vedere sul ponte gli abitanti dei barconi, stesi su una sdraio con un boccale di birra in mano tra grandi vasi di fiori. Lungo la Senna si pu camminare in eterno. Centocinquant'anni e oltre, non verr mai a noia. Forse nei miei diari rimasti a Parigi (migliaia di pagine) ci sono annotazioni su queste passeggiate lunghe quattordici anni.
Cammini, senti il rumore degli stivali, sempre uguale. Da solo. Solo con il fiume e le antiche pietre. Sono finiti i palazzi mercantili dei grandi magazzini Samaritain e di scorcio tra gli edifici davanti al Louvre si vede la chiesa dalla quale hanno dato il segnale per la notte di San Bartolomeo, la strage degli ugonotti. A cento passi dalla Senna. La Senna sente sempre tutto e tutti. Per il quai Voltaire passeggiava solitario e malato di AIDS Rudolf Nureyev negli ultimi mesi e giorni di vita.

Volga
Gli uomini muoiono ininterrottamente. Vecchi e giovani. Mi ricordo un ragazzotto della citt di Kimry, attaccabrighe e un po' tardo. Tutti lo chiamavano Vasja il Fesso. Una volta mi avevano invitato a Dubna per una conferenza nella biblioteca cittadina. Ma il viaggio  degenerato nel pi feroce teppismo. A dire il vero eravamo arrivati senza problemi e anche l'incontro con i lettori era andato benino. Solo che sulla strada del ritorno, mi ricordo, Vasja ha pestato a sangue sotto i miei occhi un ufficiale che non gli aveva fatto nulla: cos, solo perch gli era rotolato il berretto. Ma non  questo il punto. Un giorno Vasja  uscito di casa in mutande, per fare quattro chiacchiere sul pianerottolo. Non  pi tornato. Era piccolo di statura, forse per questo era cos scassacazzi.
A Kimry ci sono stato diverse volte perch ci vivevano i genitori del fondatore del nostro partito, Taras Adamovic Rjabko. Questo personaggio di rilevanza storica mi ha convinto a fondare il giornale Limonka. E prima ancora aveva registrato ufficialmente il Partito nazionalbolscevico. Negli ultimi anni si  pian piano allontanato da noi. Mi ricordo che sono andato a trovarlo a Kimry assieme a Liza. Verosimilmente era l'estate del 1996, perch nel 1997 mi sono occupato per lo pi di viaggi estremi in Asia centrale e poi sono andato alle terme di Stavropol', al confine con la Cecenia, dove ho partecipato alle elezioni supplettive per la Duma. Quindi era il 1996.
Taras e Liza si assomigliano. Come fratello e sorella. Gli stessi occhi grigioazzurri, tutti e due asciutti come spiedini, gli ovali stretti, la pelle opaca. A met degli anni Novanta qualcuno ha detto a Taras che il suo cognome ucraino deriva dalla stessa radice di Rabin e Rabinovic, dunque dalla parola rabbino. Del che Taras mi ha riferito con attonito orrore. Perci  possibile che Taras e Liza provengano dalla stessa costola d'Israele. Quando Liza era gi sul divano della loro casa di Kimry, in via Capaev, ho detto alla madre di Taras: Guardi come si assomigliano, sembrano fratello e sorella. La madre di Taras li ha osservati e si  presa molto a cuore Liza. Di tale passione, a dire il vero, Liza non ha usufruito in modo particolare, visto che tra noi le cose sono andate avanti ancora pochino, sebbene abbia continuato a curare l'impaginazione della Limonka fino al marzo del 1998. Liza piaceva a tutti, anche a mia madre. A Mosca mia madre la chiamava passerotto. Era un passerotto con i denti di uno pterodattilo, ma di questo le buone signore, mia madre in testa, non potevano essere al corrente. Beh, forse con i denti di pterodattilo ho calcato un po' la mano, ma Liza... oh, Liza! chi sarebbe capace di venirne a capo, di leggere il senso della sua vita? No, non era solitaria e indipendente come forse le piace pensare. Voleva solo dipendere da molti, da tutti quanti, e non da un solo uomo. Gi dopo sei mesi che vivevamo insieme mi ero reso conto che non avrebbe troncato le sue vecchie relazioni, che continuava a crogiolarcisi dentro, come un ragno che di tanto in tanto va a visitare gli angoli pi remoti della sua ragnatela e stuzzica le mosche morte, gi succhiate fino all'osso. Allo stesso modo lei andava dai vecchi amanti.
Del resto,  un gran delitto questo? In fondo era fatta cos... Ma un delitto in effetti c'era; contro l'amore vivo. Perch un amore vivo vuole essere assoluto e non tollera la concorrenza da parte degli amori morti.
All'inizio mi sono innamorato di lei come un esteta di una statua manierista. Poi ho cominciato ad amarla come sgualdrina. Due uncini che avrebbero potuto tenermi ancorato a lei piuttosto a lungo. Era smodatamente sviluppata in lunghezza (suo padre pittore era un perticone di quasi due metri); aveva ossa sottili, fianchi da bambina, gambe interminabili con ginocchia indifese da bambina, e uno stretto pertugio per entrarle dentro tra le gambe e tettine meravigliose, come piccoli meloni sodi e leggiadri. Aveva un aspetto da straniera, che fosse un'ebrea era l'ultima cosa che ti veniva in mente: l'aspetto della francese ideale, se mai esistesse, d'alta societ. Un sophisticated look, senza alcun dubbio. A dispetto del fatto che non spiccicasse una parola in nessuna lingua straniera, che il suo orizzonte non spaziasse oltre le banalit quotidiane e non s'interessasse d'altro che delle vicissitudini dei suoi amici e familiari. Le sorelle, il padre, la madre, il nipote, il cognato Nikita e una grande quantit di vecchi e nuovi amanti.
Nei primi mesi di convivenza con me si  sciolta, ed  divenuta per un poco una docile bambina, pigra, quieta e felice. Poi  risorta in lei la vipera. Finch era una bambina se ne stava per ore seduta con me sul pavimento ad ascoltare Edith Piaf, io le traducevo le canzoni, lei beveva vino e aveva gli occhi pieni di gioia. Ma a mantenerla a lungo cos non ce l'ho fatta. Non me l'ha lasciato fare. Aveva fretta di andare chiss dove. E questa fretta ha cominciato a invaderla sempre pi spesso. Ma dimostrava degli eccessi di tenerezza nei miei confronti. Pu darsi che si riaccostasse a me per crudelt verso qualcun altro.
Proprio in uno di questi eccessi siamo andati a Kimry. Siamo riusciti in qualche modo a salire sul trenino locale strapieno alla stazione di Savlovo. Abbiamo partecipato a un pranzo di famiglia nel grande e accogliente appartamento dei genitori di Taras. Io ho bevuto vodka con suo padre Adam. Assieme agli amici d'infanzia di Taras, divenuti veri delinquenti, ci siamo messi a sfrecciare per le strade di Kimry a una velocit folle. Avevano dei loro oscuri traffici, che non mancano mai nelle citt di provincia. Poi siamo andati al mercato, abbiamo comprato delle braciole di maiale, le abbiamo marinate nell'izba di uno degli ex teppisti, ormai scafato bandito. Per una stradina in mezzo ai boschi siamo sbucati sulla riva torbida del Volga. Abbiamo preparato la brace. Ha cominciato a piovere. Mi sono fatto il bagno con loro in quell'acqua torbida. Ci passavano accanto, fischiando, grosse chiatte. La damigella Liza in jeans, con la sigaretta in mano e il giubbotto di uno dei giovani banditi, fumava ininterrottamente. E non si  fatta il bagno. Abbiamo mangiato la carne appena cotta.
Era una giornata cupa, fredda e piovosa. La vodka aiutava. Avevo una pecca: delle cicatrici scure dietro il polpaccio destro. Per questo preferivo stare di fronte alla donna amata. Ero probabilmente l'uomo pi interessante che potesse capitarle in quegli anni tra Vladivostok e Gibilterra. Almeno uno del manipolo dei pi interessanti (tutti gli altri bad boys, Arkan, Karadic, Denar, irinovskij, Chudojberdyev, li conoscevo di persona). E tale sono rimasto. Lei, per effetto di tutte le sue manovre e cocciutaggini, adesso abita (anzi,  lui che abita nell'appartamento di Liza) con un essere di sesso maschile bianchiccio, sottomesso e squallido. Sorprendente. Come ha fatto? Quello pende dalle sue labbra e la segue come un cagnolino. Lei non leggeva libri e non guardava il telegiornale, e io la rimproveravo. Pi avanti, uno che conoscevo mi ha raccontato come aveva fatto a sedurlo. Moine che non ti dico. Avanti, baciami. Lo sai o no come si fa?
Valeva pi di quanto fosse consapevole. Avrebbe potuto puntare molto in alto nella vita. Leziosa, come una perversa gatta di razza, e troia come poche, e con quel suo look da straniera dell'alta societ. Assomigliava alla protagonista del film Nikita, non per l'insulsa serie televisiva tedesca, ma il film originale, francese. Pi avanti, chiss. Compir tra poco ventinove anni. Aveva paura di perdere la sua indipendenza? Ahi, ahi, Liza. Chi non risica non rosica.
E il Volga dondolava con il suo corpo grande e capiente di donnone acqueo flaccido, debordando contro la sua alcova fangosa. Debordando per tutta la Russia. Il donnone Volga era steso sulla donna Russia, matrona su matrona. Bruciavano i rami d'abete. Come cavalieri medioevali si atteggiavano davanti alla damigella Liza i giovani banditi. Scivolavano le chiatte verso il futuro e il passato. In realt erano ferme. La pioggia picchiettava bolle nell'acqua scura. Su una delle sponde del Volga c' Savlovo, sull'altra Kimry. A detta di Taras, orde di chimriani si battono con quelli di Savlovo da tempi immemorabili. E tra di loro corre il Volga. Sulla riva sono rimasti alcuni rami carbonizzati e i mozziconi della damigella Liza; era andata ad alleggerirsi nei cespugli in mezzo agli abeti, ma presto la pioggia ha cancellato le tracce del suo piscio di gatta.

Neva
Liza, Liza, Lizon'ka... Dio mio, quanto l'amavo! Innanzitutto era sempre un piacere guardarla. Anche al mattino dopo una sbronza, quando si svegliava e allungava il braccio per prendere una sigaretta, i cordoncini delle sopracciglia erano freschi, gli occhietti freschi.
Che c'? chinava il capo come un uccello.
Mia madre, che era venuta nel 1997, la chiamava passerotto. Ci siamo rimessi insieme nel novembre del 1997. Cos le  venuta voglia, ed  ricomparsa. Ha messo un disco di Edith Piaf, la nostra canzone, sulle note di Edith Piaf avevamo cominciato a vivere assieme nel 1995, mi si  messa seduta sulle ginocchia. Torner da te, ma non oggi. Qualche giorno dopo l'ho invitata alla discoteca Metelica, dove assegnavano uno stupido premio. Per qualche strano motivo, noi eravamo allo stesso tavolo con irinovskij, Zajcev, Ajzenpis e qualche altra tipa e ci siamo ubriacati. La stampa ci ha fotografati a volont. E noi ci siamo baciati a volont. Poi siamo andati a casa mia. Abbiamo bevuto ancora. Lei voleva andarsene. L'ho picchiata. C'era il sangue perfino sulle tende. Perch cos non si pu.
Poi siamo partiti per Pietroburgo, dove pioveva. Alla stazione ci aspettavano i nazionalbolscevichi. C'erano il responsabile locale del partito, il poeta Andrej Grebnv, un personaggio folle (continuo, Andrjucha, a stimarti molto, anche se ti abbiamo tolto l'incarico di responsabile del partito a Pietroburgo, per quello eri davvero troppo folle), Maa Zabrodina, che  morta l'anno scorso e il fratello di Andrej, Sergej Grebnv. Visto che la mia non era una visita ufficiale, il leader era venuto alla capitale del nord con la sua ragazza per divertirsi e abbiamo dato subito inizio ai divertimenti. Ci siamo messi a passeggiare sui lungofiumi, facendo diverse capatine in baretti e bistrot, e assaggiando un po' di tutto. Maa, pace all'anima sua, ci ha fatto assaggiare una specialit pietroburghese, un lungo ortaggio essiccato a forma di verme, che si raccoglie nella taiga o nella tundra. Ben alticci, i nazionalbolscevichi hanno improvvisato un'escursione a tema, La Pietroburgo di Dostoevskij, della quale ricordo solo Liza congelata come un passerotto, con il suo piumino blu. Se non sbaglio, c'era con me anche Dugin.
Abbiamo dormito alla sede del partito in via Potmkinskaja, che era anche l'ufficio di una ditta che importava t, nello studio di Aleksandr, amministratore della ditta e cassiere del partito. Ci siamo sistemati su un divano letto alquanto scomodo, l'ortaggio della taiga ha fatto sentire i suoi effetti, nel caso di Liza conciliando il sonno, nel mio al contrario, con un eccesso di bramosia sessuale. Di notte un gatto ha cominciato a miagolare sotto la finestra. Mi sono alzato e ho cercato di eliminare la causa del disturbo, ma non l'ho eliminata. Al mattino sono saltato su presto, non ce la facevo a dormire a fianco della mia amata. La mia amata sono riuscito a svegliarla solo dopo un paio d'ore. Abbiamo lasciato il nostro nido di partito e abbiamo fatto una lunga colazione in un caff seminterrato, deliziandoci reciprocamente. O quantomeno io mi deliziavo di lei. Le carezzavo le mani arrossate. Carezzarle le nocche rosse e le falangi mi eccitava. Bevevo birra e pensavo a quanto l'amavo, cos esile, elegante, non di questa terra. Poi abbassavo gli occhi e riconoscevo che la pace non sarebbe durata a lungo tra noi. Ricordavo con quale sangue freddo era andata a letto con quell'A. in mia assenza e con quale sangue freddo aveva annotato tutto nel suo diario.
Ho bevuto vodka per amarla di pi e pi a lungo. Sono sempre stato un ragazzo ardimentoso e in un certo senso pratico. Il mio senso pratico si manifesta nel preferire sempre il meglio. Non ho mai avuto paura delle responsabilit. Le donne difficili sono una cosa tangibile, come i bambini difficili. Non ho paura delle donne difficili. Le scelgo apposta.
Abbiamo percorso i lungofiumi e ogni altro luogo tra via Potmkinskaja e la fortezza di San Pietro e Paolo. La Neva sciabordava corpulenta, come un pezzo di carne imbracato nella gelatina. Oltre il parapetto, grigiazzurra, nera, fredda. D'inverno i fiumi mi hanno sempre dato i brividi. Vicino a un fiume mi sembra sempre di essere sul punto di finirci dentro, la gelatina scura mi attira a s, sto l a calcolare quanto ancora potrei resistere.
Il berretto calato sulle orecchie, come usano le ragazze di Mosca, la sigaretta in bocca, il piumino, i jeans, gli scarponcini: tutta sportiva e instancabile Liza accanto a destra, e oltre di lei la Neva. E sull'altra sponda le Kresty, le croci, i vecchi edifici in mattoni rossi delle galere, dove sarebbe andato a finire due anni dopo Andrej Grebnv, uscendone ancora un anno dopo, non pi Andrej Grebnv. E prima di lui ci sarebbe finito il nazionalbolscevico di Pietroburgo Stas Michajlov, per l'omicidio di un caucasico in un cimitero. E prima ancora, alla fine di marzo, se ne sarebbe andata Liza. E una settimana dopo di lei Dugin. Lei il 26 marzo. Lui? Lo strappo definitivo si  verificato dopo la riunione del 6 aprile. La ragazza e il migliore amico andati via a distanza di dieci giorni. Cos deve essere. Senza piet.
E intanto camminavamo baciandoci sotto la pioggia. Ma com' che ti amo, Limonov?! - Mi diceva con fare protettivo - Piccolino. Tu sei piccolo. - Mi guardava e mi parlava come a un bambino - Per gli altri sei un capo, ma per me...
In quelle parole affettuose avvertivo un pericolo. Ma non obiettavo. Sapevo con estrema lucidit che tutto si sarebbe sfasciato, che lei non ci sarebbe stata pi, ma ci sarebbero state altre, non ci sarebbe stato Dugin, ma altri al suo posto, avrei rimesso tutto insieme. Perch devo riconnettere, costruire, dal Caos costruire il Cosmo. Mentre il loro destino  distruggere. Per questo siamo in conflitto: yin e yang, le Tenebre e la Luce, Ahura Mazda e Ahriman.
Come il bambino dietro l'altare, conoscevo il futuro. C' una poesia di Blok, terribile, su una ragazza che cantava nel coro della chiesa, cantava dell'happy end, che tutte le navi sarebbero tornate in porto, e solo pi lontano, dietro l'altare, osserva con freddezza Blok, partecipe dei segreti piangeva un bambino, perch nessuno sarebbe pi tornato. Le camminavo accanto e mi ci seppellivo. Collezionavo le sue pose. La mano con la sigaretta. L'accendino. Gli occhi tranquilli, protettivi. Con quegli occhi mentiva anche a se stessa. Camminava convinta, con un fascista, per un giorno, due, tre, o una settimana, assolutamente convinta che  con me che deve stare. Alla sede del Partito nazionalbolscevico in via Potmkinskaja non c'erano servizi igienici, per cui sotto i jeans, sotto le calze, sotto le mutandine usciva dalla sua stretta fessura, schizzo a schizzo, goccia a goccia lo sperma del fascista che le camminava accanto. Di mattino presto sulla poltrona-letto di Aleksandr, sotto il ritratto di Mussolini con l'elmetto, il fascista aveva schizzato il suo sperma nella ragazza ebrea Liza. Un pensiero che mi suscitava tenerezza.
 uscito un raggio di sole. Ha serpeggiato sul pennone stinto della cupola della fortezza. Noi, bagnati, passeggiavamo per i vialetti. Siamo arrivati dove ci sono i cannoni. In quel punto la Neva fa un ampio svaso, i grossi ciottoli del lungofiume erano pieni di schizzi d'acqua. Dal golfo di Riga, dal Baltico soffiava il vento. La direzione del vento coincideva perfettamente con quella in cui spruzzava l'acqua della Neva.
Gelati, ci siamo infilati sotto la tenda umida di un chiosco, accanto all'uscita della fortezza. C'era solo vodka. E birra. Ho bevuto un bel po' di vodka e, partecipe dei segreti, mi sono messo a guardarla mentre mangiava un wrstel impanato. Come un gatto, tutta di fianco.
Laura, io sono il tuo Petrarca, Che Guevara, il tuo Rgis Dior, - le ho detto - per vederti, c' bisogno di veri occhi. Io ti vedo!
Cosa? ha chiesto lei.
Io posso darti l'immortalit.
Sei ubriaco? - ha detto lei - Ma non eri quello che non si ubriacava mai? Come si chiamava?
Sono ubriaco! - ho convenuto - Si chiama Limonov.
E tutto  andato come avevo previsto. Tutto  crollato. E di nuovo dal Caos ho cominciato a costruire il Cosmo.

Don
Il Don  legato alle mie origini. La mia linea paterna, i Savenko, provengono dalla regione di Vorone, che  sull'alto corso del Don. Mio padre  nato nel 1918 proprio da quelle parti, a Bobrov, mia nonna Vera (da nubile Borisenko) ha trascorso tutti i novantotto anni della sua vita a Liski, sempre nella regione di Vorone. Ma pi in generale la culla di tutti i Savenko  il villaggio di Maslovka, non molto distante di l. Quegli imbecilli dei moscoviti a volte mi scambiano per un ucraino a causa del mio cognome, ma solo per ignoranza.
Come nella regione del Kuban', anche sull'alto corso del Don ci sono moltissimi cognomi che finiscono con la o', com' tipico in Ucraina: sono tutti discendenti di cosacchi. Mia nonna non ha mai saputo una sola parola di ucraino, e cos mio padre. L'alto corso del Don e le cittadine che costeggiano il fiume sono da sempre cosacchi. Da queste parti  nato anche il padre di Sten'ka Razin e proprio dalla cittadina di Bobrov, dov' nato mio padre,  partita la rivolta di Bolotnikov. Abbiamo insomma la ribellione nel sangue, e il fatto che i subdoli moscoviti mi abbiano adesso rinchiuso in questa fortezza appare una necessit storica. Se poi si considera che, come vuole una leggenda familiare che mia nonna Vera mi ha tramandato quando avevo quindici anni, tra i nostri avi c'era anche un focoso ufficiale originario dell'Ossezia, allora tutto si fa chiaro. Per parte di madre scorre nelle mie vene del sangue tartaro, e dunque Allah akhbar, non ho che da mettermi a pregare il ritratto di Sten'ka Razin con la calma turca in testa (ce l'ho per davvero).
Il Don l'ho visto quando ero piccolo con gli occhi di un bambino. Io e mia madre, infatti, abbiamo vissuto con la nonna a Liski forse per un anno. Con occhi da adulto quest'ampia striscia d'acqua l'ho vista la prima volta solo nell'autunno del 1994.  allora che  stata fondata a Rostov-na-Donu la prima sezione regionale del Partito nazionalbolscevico. Ne costituivano l'ossatura i musicisti Oleg Galonov e Ivan Trofimov, assieme all'imprenditore Oleg Dem'janjuk, proprietario di un piccolo calzaturificio. Su loro invito mi sono recato a Rostov, accompagnato da Taras, per dare direttive alla nostra prima costola regionale. Eravamo non poco orgogliosi.
Galonov e Trofimov all'epoca avevano gi smesso di essere gli Zazerkal'e (Oltre lo specchio), e il loro gruppo si chiamava Il Che Dance; erano ormai entrati a tutti gli effetti nel periodo latinoamericano, il loro hit era la canzone Fate le bombe, ammazzate i banchieri... Tuttavia gi nel 1995 si sono presentati a Mosca, non si capiva perch, assieme a cinque batteristi. La questione si  chiarita non prima di cinque anni, quando (sar stato il 1999, o forse il 2000) ha riscosso improvvisa popolarit in tutto il Paese il gruppo degli Zaprecnnye barabanciki (Batteristi proibiti) con la canzone Ahi, ahi, hanno ammazzato un negro, ammazzato un negro. Il testo era stato scritto da Trofimov, che all'epoca, come pure Galonov, si era gi allontanato dalla direzione della sezione regionale di Rostov dei nazionalbolscevichi. Dai musicisti, o pi in generale dagli artisti, di rado vengono fuori politici di qualit. I giornalisti, quelli s che producono gente meritevole.
Prima di arrivare a Rostov il treno viaggia per alcune ore lungo la riva del Don. All'inizio il fiume scintilla castano tra i canneti, poi cominciano ad apparire le prime gru da carico, poi navi dai gran sederi e ci si ritrova a passare accanto a un'intera foresta di gru e navi a perdita d'occhio. Entra dal finestrino aria come di mare, un aroma soffocante di vegetazione acquatica. Quanto al colore dell'acqua, va detto che nei grandi fiumi non  mai ben definito. Cos ho visto la Senna lattea, o grigia o azzurra a seconda del periodo dell'anno, del colore delle nuvole o del cielo sereno, dell'inclinazione dei raggi solari, della quantit delle piogge cadute pi a monte o del tipo di alghe che ne infestavano le acque. E se poi qualche chilometro a monte si sta costruendo un ponte o si fanno lavori di trivellazione, distinguere un colore netto  del tutto impossibile. Del Don ho scritto castano forse perch era autunno, c'erano state probabilmente molte piogge, e gli alberi, che ancora non avevano perso le foglie, si riflettevano nell'acqua del fiume.
A Rostov mi hanno regalato delle scarpe fatte nel calzaturificio di Dem'janjuk. Credo che poi si sia staccata la suola, ma potrei sbagliarmi. Andavo in giro a studiare la citt, sono stato a una riunione dei simpatizzanti di Anpilov, ho annunciato da una radio la nascita della nostra sezione locale. Poi mi hanno presentato padre Sergij, e questo pope in camicia nera mi ha mandato completamente fuori di testa. Estremista come pochi, in quanto a bagaglio ideologico il pope era molto pi simile ai cavalieri di Unit nazionale che ai nazionalbolscevichi, ma per temperamento nichilista era sputato noi. Come prima cosa ci ha portati dal direttore di una cantina vinicola, dove io, come celebrit, ho ricevuto in regalo alcune casse di vino e alcune fiaschette da un litro. Senza pagare niente. Ma quando Sergij ha ordinato al direttore del consorzio ittico alcune casse di pesce, quelle  toccato pagarle. A me. E anche care. I due giorni successivi li abbiamo passati in un villaggio cosacco di cui non ricordo il nome, assieme ai nuovi dirigenti regionali e a un tenente di polizia del posto, seduti sulla riva del Don proprio al centro del villaggio, a spazzolarci pesce e vino. Intanto padre Sergij ne approfittava per battezzare nel Don un tartaro del posto, con il sottoscritto a fargli da padrino. Queste barbarie avevano luogo sotto gli occhi di tutti gli abitanti. Taras ha immortalato con la sua macchinetta a fuoco fisso il battesimo del tartaro, mentre io e Sergij gli cacciamo la testa sott'acqua. Nel suo magazzino a Kimry queste foto ci devono ancora essere. Com' nella natura delle cose, del resto, non ha potuto immortalare come quella sera stessa (ci eravamo spostati un po' pi a valle rispetto al centro del villaggio) il tartaro sia venuto all'improvviso a dirci che si era sbagliato e che non voleva pi essere ortodosso. Al che padre Sergij, nudo fino alla cintola, gli ha dato un cazzotto in testa. Dall'alto in basso.
Padre Sergij aveva l'aspetto di un vero brigante. Il naso aquilino, di grande statura, lunghi capelli neri, spalle larghe, un'enorme croce. Un altro pope del genere l'avevo incontrato due anni prima in Abchazia. Quello si chiamava padre Vissarion, era pure stato in prigione ed era ancora pi alto di padre Sergij, due metri pieni: era il parroco di un'antica chiesa a Lichny e si vantava di aver battezzato alcuni ceceni dello squadrone del famigerato Basaev.
Essendo quella la mia prima sezione regionale, privo di esperienza mi sono lasciato coinvolgere nell'avventura cosaccoalcolica. Non  stata per cos malvagia. C'erano la forza della natura, le terre cosacche, il Don che scorreva rapido davanti al villaggio, poco oltre i pontili dove risciaquavano la biancheria, i cavalli che pascolavano sull'altra sponda, il tenente di polizia sempre ciucco che ci ospitava nel suo casolare. Insomma, l'atmosfera tipica di Zaporo'e. In seguito ho mostrato pi cautela con le sezioni regionali, i dirigenti locali e i loro amici.
Ho gi detto che Galonov e Trofimov erano allora nel periodo latinoamericano. Intendevo dire che erano infatuati della sinistra dell'America Latina. Conoscevano anche degli studenti nicaraguensi che studiavano all'Universit di Rostov, in casa di Trofimov era esposta la bandiera sandinista. A guardar bene, quelli di Rostov erano all'epoca pi dei rossi puri che dei nazionalbolscevichi. Ma  cos che doveva essere. Altro discorso  che i nostri musicisti a Rostov non sono riusciti a diffondere pi di duecento copie del giornale. Se per motivazione e preparazione ideologica meritavano il massimo dei voti, in quanto a capacit organizzative erano pressoch nulli. Pi tardi li hanno sostituiti altri ragazzi. Prima dell'arresto, gli ultimi giorni di marzo, sono stato a Rostov. Ho incontrato il comandante militare del distretto del Caucaso settentrionale, il generale Troev e i miei attivisti. Nel primo e nell'ultimo mio viaggio a Rostov non c'erano state ragazze. Era un'esercitazione militare e non lasciava margini per le scoiattoline in calore. Ormai con Nataa eravamo legati solo per un filo. Al destino restava da svolgere ancora poco della sua matassa prima del bacio di addio, nel giugno successivo. E un nuovo amore non era in vista, a Liza mancava ancora un anno. E la mia piccola Nastja non sarebbe apparsa che alla vigilia dell'uragano di Mosca, il 20 giugno 1998. Dunque quella volta nel 1994 sul Don ho scorrazzato come un libero cosacco. Tra molte risate, parolacce e vodka.

Moscova
Nel settembre 1997 il Partito nazionalbolscevico ha stretto un'alleanza con Anpilov e Terechov. Abbiamo firmato un accordo trilaterale con il quale ci impegnavamo a presentarci insieme alle elezioni del dicembre 1999 e a organizzare sempre insieme iniziative politiche di diverso tipo, manifestazioni comprese. L'accordo  stato firmato nel mio studio nel bunker, e in quell'occasione ho proposto per la nuova coalizione il nome Fronte del popolo lavoratore, dell'esercito e della giovent, che  stato accolto in via temporanea. Abbiamo anche cucito un lungo striscione rosso.
Dugin ha cominciato a incensare smodatamente il Fronte in ogni articolo come solo lui sa fare. Io ho cominciato a organizzare la mia gente e a farla scendere in piazza assieme ai seguaci di Anpilov. Per le grandi manifestazioni ci radunavamo alle otto e mezzo alla stazione del metr Oktjabr'skaja, davanti al monumento a Lenin. Le nostre bandiere si vedevano da lontano. I giornalisti arrivavano a frotte. Alle nove facevo partire il corteo. In testa c'era il nostro stendardo rosso retto da due aste con la scritta Partito nazionalbolscevico e nel mezzo la granata limonka. Come quella raffigurata sulla testata del giornale Limonka e sul mio bicipite. Divisi per file, i membri del partito si disponevano dietro lo stendardo per tutta la sua lunghezza. Ogni fila portava cartelli con l'intero campionario dei nostri slogan, da Odiamo il governo! al motto del partito: La Russia  tutto! Tutto il resto  niente!, poi Il capitalismo  merda! e Morte ai ricchi!, cui si aggiungevano slogan di stretta attualit; per esempio, per il 23 febbraio 2000 sui cartelli avevamo scritto: Abbasso l'autocrazia e l'erede al trono!, Putin, nessuno ti ha chiamato, vattene!.
Mentre ci schieravamo io tenevo su il morale dei ragazzi, parlando con l'altoparlante spiegavo cosa succedeva nella politica, scherzavo e mi mettevo a riscaldarli.
Cominciate a schiarirvi la gola! - gridavo - Allora? Siamo pronti? Forza: Un borghese buono  un borghese morto! Un borghese buono  un borghese morto! Che fiacca! Dateci dentro! Svegliatevi! Spalancate quelle bocche! Pi entusiasmo! Fatemi vedere un po'! Il capitalismo  merda!
Piano piano cominciavano ad accendersi. Arrivava Anpilov, mi salutava:
Salute al nobile Partito nazionalbolscevico!
Arrivava il colonnello Terechov, arrivavano anziani, pensionati, gente semplice. Per parecchio tempo la nostra bandiera ha destato sospetto: Ma lo sapete che la vostra bandiera sembra quella sovietica? Lo sappiamo - ripetevamo noi - tutte le bandiere si assomigliano: i colori base sono quelli che sono, non possiamo mica farci una bandiera come un plaid scozzese S, ma la generazione pi anziana si ricorda questa bandiera come... Tra poco sar tutta crepata, quella generazione. Ecco, i discorsi erano di questo tenore. Poi si sono abituati a noi. E quando sono arrivati gli arresti, i primi prigionieri politici, allora hanno cominciato a rispettarci.
Il giorno pi freddo era il 23 febbraio, festa dell'Armata Rossa. Ma il percorso era pi breve, non si partiva da piazza Oktjabr'skaja. Ogni volta, anzi, ci tagliavano un pezzo di strada. All'inizio partivamo da piazza Belorusskaja, poi dalla Majakovskaja, e nel 2000 ancora pi vicino al Cremlino, da piazza Pukinskaja.
Di solito si cominciava da piazza Oktjabr'skaja solo per la Festa della Rivoluzione, il 7 novembre e il Primo maggio. Da l si seguiva via Jakimanka, passando davanti all'ambasciata francese, poi il ponte sul canale della Moscova e alla piazza Bolotnaja si prendeva a destra lungo il canale fino al grande ponte sulla Moscova, da cui arrivavamo allo slargo in discesa dietro la Piazza Rossa, alle spalle della cattedrale di San Basilio, dove di solito si tenevano i nostri comizi. Per il percorso lungo, il giorno pi freddo era il 7 novembre. Ma ai ragazzi piaceva. Una volta c' stata una vera e propria tempesta di neve, dopo la quale il mio montone non si  asciugato per una settimana. Quel giorno alla foga politica si  aggiunta la lotta appassionata contro le forze della natura e per questo la marcia  riuscita bene come non mai. Ancora oggi se ne ricordano tutti.
Partivamo verso le 9,30. Quelli di Russia dei lavoratori erano sparpagliati a casaccio, e avanzavano cos, come viene viene. Anpilov riusciva a fatica a organizzare un paio di file. Noi di solito chiudevamo il corteo. Oltre agli iscritti e ai simpatizzanti ci si accodavano giovani comunisti fuori dai gruppi, punk apartitici, i residui degli anarchici. La nostra colonna era meravigliosa giovane ed energica. Il nostro stile era sorprendentemente nuovo per il nostro Paese, e del resto lo sarebbe stato ovunque. I cori non cessavano mai un istante, battevamo anche i piedi, mettendoci tutti quanti insieme a correre quasi sul posto, ne veniva un boato. Restavano stupefatti tanto i passanti che i nostri alleati. Anche i nostri slogan erano paradossali. Spesso erano una creazione collettiva. Se Odiamo il governo! l'avevo inventato io, Per tutti i nostri vecchi: mozziamogli le orecchie! era venuto fuori spontaneamente tra la gente che sfilava nel corteo. Io camminavo insieme agli altri e diffondevo con l'altoparlante quello che proponevano o suggerivano intorno a me. A tratti prendeva il mio posto uno dei ragazzi, oppure c'era pi di un altoparlante. Facce giovani e fresche, urla, entusiasmo, risate, il passo cadenzato. Era divertente guardarci, noi e le nostre bandiere.
I miei noiosi colleghi letterati, anche i migliori tra loro, non hanno capito e si ostinano a non capire quanto l'essermi lanciato nella guerra e poi nella politica abbia ampliato le mie possibilit. Il nuovo senso estetico era quello che nasceva sfrecciando per una citt bruciata sopra la corazza di un carroarmato circondato da giovani belve con il mitra. Il nuovo senso estetico nasceva dal marciare lungo il ponte sulla Moscova, in direzione del Cremlino, pestando ritmicamente i piedi e scandendo: Ri-voluzione! Ri-vo-luzione!. Nella Russia degli anni Novanta ci sono stati conflitti politici durissimi. Io ho partecipato agli scontri di piazza con le truppe speciali del ministero dell'Interno il 23 febbraio 1992, ho strisciato per terra sotto il fuoco delle mitragliatrici davanti alla sede della televisione di Stato nel 1993, sono andato a rischiare la pelle nei punti pi incandescenti del pianeta e i miei ottusi colleghi non capivano: perch? Se ne stavano seduti al bar dell'Associazione degli scrittori, i pi in voga partecipavano a sordidi festival e programmi televisivi. Io con l'istinto, con le narici di un cane ho fiutato che al mondo gli intrecci fondamentali sono due, la guerra e le donne (la puttana e il soldato). E ho anche capito che il genere pi moderno  oggi la biografia. E quella  la strada che ho seguito. I miei libri sono la mia biografia. Della serie: le vite dei grandi uomini.
I miei banali colleghi non hanno mai potuto capire che il mio  un temperamento eroico. Per molto tempo mi hanno chiamato scandalista, mi sospettavano di non so quale sottile calcolo, che tutto fosse per farmi pubblicit e di vanagloria. Hanno scritto su di me una decina di libri, uno pi stupido e pieno d'invidia dell'altro. L'ultimo che ho sfogliato era di una certa Dakova, il titolo proprio non me lo ricordo.
E a me invece piaceva da matti attraversare il ponte sulla Moscova in direzione del Cremlino alla testa del mio corteo sotto i nostri splendidi appassionati stendardi di sangue. Ed ero cos felice che la testa mi girava quando me ne stavo sotto il fuoco nemico sulla montagna di Verecagin, con in bocca il gusto di uno spicchio di mandarino, un mandarino appena strappato dall'albero, che avrebbe potuto essere l'ultimo della mia vita.  esattamente questa la vita che ho sempre voluto: caleidoscopica, arrischiata, sfavillante. Adesso la prigione e lo status di criminale, la dignit di criminale di Stato mi hanno colato nel bronzo, reso un monumento. Chi oser pi mettere in dubbio la mia sincerit e tragicit?
A quanto pare qualcuno l'ha fatto. Ma  gente a cui neanche la morte far cambiare idea.
Dov' in tutto questo la Moscova? Il 7 novembre di solito protendeva verso il cielo nuvole di vapore dalle sue acque ancora non del tutto gelate. Gonfia di escrementi e percorsa dai getti bollenti delle fogne intersecati l'uno con l'altro. Sulle sue rive si scorgeva il sederone da mercante della cattedrale di Cristo Salvatore, la maldestra statua di Cereteli con Pietro il Grande a mo' di Schiaccianoci, acque innaturali e ributtanti. La Moscova non suscita nessuna particolare emozione.  uno strano cimitero di acqua morta nel mezzo della citt, disteso tra i grigi argini ostili. Pericolosa come il mercurio.

Danubio
Il grande fiume slavo si  offerto per la prima volta alla mia vista nell'ottobre 1974. Frau... come si chiamava quell'odiosa crucca? Ah s, Bettina! Frau Bettina aveva trasferito me ed Elena dal residence nel centro della citt, vicino alla Maria Hilferstrasse, in un appartamento di due camere in periferia, sulla Denisgasse. Per entrare nella nostra camera dovevamo passare attraverso quella del musicista Arkadij, di sua moglie dai capelli rossicci e del loro bambino. Come si addice agli emigranti, dormivano tutto il tempo, litigavano e piangevano. Quindi non era proprio un gran piacere attraversare il loro mondo. Anche con Elena la situazione era pesante. Anche lei dormiva molto, toccava tenere la camera in penombra fino a mezzogiorno, se non oltre. Anche lei piangeva e in pi aveva preso l'abitudine di curare la sua malinconia con l'amore: Vieni da me, sto male!. Difficile che capisse che scoparla gemente e piangente tra quelle lenzuola sporche non fosse sempre un piacere. Sebbene allora l'amassi davvero molto; il suo corpo esile mi procurava delizie uniche. Dovevamo aspettare che gli austriaci si degnassero di rilasciarci un documento di riconoscimento temporaneo.
Ci aveva gi preso sotto la sua tutela il fondo Tolstoj, ma il loro sussidio copriva a stento il costo della camera da pagare a Bettina, ci potevamo comprare ancora del pane, patate e un paio di sardine al giorno. In quella vita di stenti il tempo era sempre in eccesso, rare le occasioni per vedere qualcuno. Io ero pronto a sviluppare una turbinosa attivit, ma tutta la mia energia si infrangeva contro un ostacolo: non conoscevo n il tedesco n alcuna altra lingua straniera. In assenza di meglio, battevo come un invasato sulla macchina da scrivere russa. Ma solo quando Elena si era alzata, il che non accadeva fino all'una del pomeriggio. Va detto che sono comunque riuscito a scrivere in quel breve lasso di tempo, meno di un mese, qualcosa come tredici, o forse diciotto articoli. E tutti mi sono tornati utili in seguito, in Italia o in America: li ho venduti e pubblicati, sebbene la retribuzione fosse scarsina. Quindi il mio fighting spirit ha immediatamente avuto modo di manifestarsi.
Privato del diritto di scrivere e oppresso dall'imposizione di quei desolati atti sessuali con l'amata, al mattino avevo cominciato a svignarmela. Per fortuna Arkadij si alzava presto perch lavorava, faceva delle pulizie da qualche parte. Dopo aver bevuto in cucina un t leggero con il pane (il t e il caff costavano cari in Austria), io e Arkadij scivolavamo fuori dalla porta, lasciando a letto le nostre donne gonfie di sonno. Lui correva subito al luogo dei suoi tormenti e io camminavo, intirizzito per il gelo mattutino, per i quartieri periferici di Vienna. Solitamente arrivavo quasi subito a un lindo canale, con intorno alberi altrettanto lindi, e il canale mi conduceva al Danubio. Il Danubio in questa parte della citt vicino al canale ancora per un po' conservava l'aspetto ordinato dei fiumi tedeschi, per, via via che si allontanava dal canale, sempre pi entrava in zona slava. Resistevano ancora gli ultimi cespugli d'uva spina, grossi grappoli di bacche brillanti ravvivavano il giallo sfondo autunnale. La riva in quel punto era una radura desolata e selvaggia. Cacche d'uomo e di cane, fogli di giornale strappati sopra e intorno, lamiere arrugginite, alcuni bunker bombardati dei tempi della Seconda guerra mondiale. Cauti studenti che marinavano la scuola, lividi barboni con palt altrui indosso, di tutto questo c'era abbondanza sulle sponde del Danubio. E su tutto soffiava il vento, scuotendo le cime degli alberi. Anche se di alberi alti ce n'erano pochi, soprattutto cespugli. Il Danubio, basso e sporco, scorreva pi gi. Accanto all'acqua si alternavano tratti con brulli sabbioni e montarozzi erbosi e tratti pi viscidi, melmosi. Era l che passeggiavo, allungando ogni volta il percorso. Sulla strada del ritorno, a seconda delle necessit, mi fermavo a comprare pane, patate e sardine. Spesso toccava accontentarsi di pane e patate.
Nei bunker distrutti si poteva andare a pisciare; da sopra, attraverso gli squarci, penetravano i raggi del sole. Gli austriaci e i tedeschi avevano difeso la loro Vienna non cos strenuamente come Budapest, ma si erano fatti valere. Non per niente l'uva spina cresceva cos fitta sul loro sangue. In fin dei conti ci credevano nel loro austriaco Schicklgruber. Del resto non era rimasto neppure un lampione libero, tutti pieni di grappoli di austriaci festanti quando il loro compatriota nel 1938 aveva annesso o anschlussizzato Vienna. A dire il vero la odiava questa citt, dove aveva patito le pi severe umiliazioni. A Vienna aveva fatto il vagabondo. Aveva dipinto quadri con la cattedrale di Santo Stefano. In sette anni di vita cos dura penso che avesse perso ogni illusione sull'uomo e sull'umanit. Di rado aveva di che saziarsi. Mentre cos rimuginavo nell'oscurit del bunker distrutto dai miei connazionali, non immaginavo di trovarmi anch'io proprio all'inizio di un periodo di umiliazioni. Che i sette anni successivi avessero in serbo per me la pi mortale disperazione. Che le mie sofferenze sarebbero state sia fisiche sia morali, e avrebbero addirittura superato le sofferenze di Hitler (che per la verit non ha detto tutto di s, la sua vita  stata anche peggiore). E ancor meno sospettavo che la tenera belva piangente che sonnecchiava in Denisgasse sarebbe divenuta il mio principale aguzzino.
Quando si riscuoteva la portavo nei musei. O meglio, dopo lunga preparazione ci avviavamo alla volta dei musei. La sovrabbondanza delle ingombranti nature morte tedesche in cornici dorate, di corpi mitologici, di orologi, di mobili, di arazzi, di porcellane poteva avere effetti assai deleteri su un sano e sodo avventuriero come me. A volte mi sopraffaceva una stanchezza da musei. Un mese pi tardi qualcosa di simile sarebbe accaduto anche in Italia, l si sarebbe arrivati a una vera e propria intossicazione da musei. E da allora li avrei odiati, i musei. Ma a Vienna i quadri e gli accessori erano pi disgustosi di quelli italiani: erano roba tedesca rozza, lercia e volgare. A Elena d'altronde queste case di morti piacevano, passava ore china sulle tabacchiere e le uova di porcellana con la montatura d'argento. E ci capiva anche, perch sua sorella Larisa aveva un negozio d'antiquariato a Beirut. Spero che Hitler odiasse i musei di Vienna tanto quanto me. Ho scritto a proposito dei miei primi giorni a Vienna un racconto molto ben riuscito, I figli del comandante, mi sembra che colga bene l'essenza della citt.
Nel 1987 ho visto il grande Danubio grigio in grand'uniforme da ufficiale disteso sulla schiena davanti alla vecchia fortezza di Belgrado, con le falde e le maniche del mantello allungate verso le sponde. Ero stato invitato alle tradizionali giornate letterarie di ottobre. Mi ero stupito per i milioni di dinari che mi erano stati dati nell'hotel Slavia per le piccole spese, ma ho subito smesso di sorprendermi dopo aver fatto colazione con una p'eskovica na kajmaku e una birra per trecentomila dinari.
Nel 1988 ho avuto occasione di incontrare il Danubio due volte, a Vienna e a Budapest. In entrambi i casi ero stato invitato a sfarzose conferenze letterarie internazionali, organizzate dalla Wheatland Foundation, diretta da Ann Getty. Credo che i petroldollari di Paul Getty non necessitino presentazioni e Ann, una bellona di altezza inaudita, era la moglie di uno dei figli del vecchio. Perch mi avevano invitato? Ero gi uno scrittore abbastanza famoso e dal 1987 pubblicava i miei libri la casa editrice americana Grove Press. Pi o meno nello stesso momento quella casa editrice era stata comprata da Ann Getty, che l'aveva regalata a un suo amico, lord Wydenfeld, a suo tempo cittadino viennese e poi editore part time in Inghilterra. Da qui le sedi di quelle sfarzose conferenze: il buon lord dava sfogo alla sua passione per l'Europa dell'Est. Purtroppo alla Grove Press non  andata bene: quei due l'hanno portata alla rovina. A Vienna noi scrittori alloggiavamo in un albergo di fronte all'Opera. Proprio l, sembra, aveva dormito ai tempi del glorioso Anschluss Adolf Hitler. Mi aveva accompagnato in albergo dall'aeroporto il mio amico Andrej Lozin, all'epoca gi viennese doc. Andrej si vergognava della sua Volkswagen arrugginita, ma io l'ho costretto a fermarsi proprio davanti all'ingresso principale del pi lussuoso albergo di Vienna. E sono uscito dalla Volkswagen arrugginita con un cappotto dei genieri dell'Armata Rossa, con le spalline a lettere d'oro sul fondo nero. Andrej ha tirato fuori la mia piccola sacca sportiva azzurra. Avrei voluto entrare con sfrontatezza. Ma un enorme Fritz o Hans con mantella e cilindro ha preso dalle mani di Andrej la borsa e mi ha accompagnato con tutti gli onori nella hall dell'albergo. Io e il mio cappotto eravamo uno scandalo ambulante: l'hanno fotografato centinaia di volte, ne ha scritto anche il Frankfurter Allgemeine.
A Budapest avevo il Danubio sotto la finestra. Assieme a un'ottantina di altri scrittori ero alloggiato all'Hilton e proprio l accanto, sotto i ponti, scorreva il Danubio. Era il centro della citt. Anche gli ospiti erano illustri: c'erano il Premio Nobel Czeslaw Milosz, il suo conterraneo, allora di moda, Adam Michnik, il leggendario Robbe-Grillet con la moglie, la scrittrice Jeanne de Berg, l'americana Angela Carter. Di russo c'era il critico Lakin, quello che aveva sponsorizzato, se ben ricordo, la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovic sulla rivista Novyj mir. Sono stato causa involontaria di due scandali. Il primo durante il discorso antisovietico di Milosz, quando ho acceso il mio microfono e l'ho interrotto, spiegando che gi nel 1935, ben prima del patto Molotov-Ribbentrop, la Polonia aveva firmato un accordo simile con la Germania e nel 1938 aveva partecipato allo smembramento della Cecoslovacchia invadendo la regione di Stettino. Naturale che durante l'intervallo tutti i giornalisti del New York Times e del Times di Londra abbiano fatto capannello intorno a me. L'altro scandalo  stato la sera del secondo giorno della conferenza, quando su un divano della hall, sotto gli occhi di molti scrittori e di Angela Carter, ho dato una bottigliata in testa allo scrittore inglese Paul Bailey, che aveva offeso la Russia. I giornali non hanno mancato di rendere conto dell'accaduto (non escludo di aver storpiato il cognome di quel cazzone).
A conclusione della conferenza hanno organizzato una serata d'addio su un battello lungo il Danubio. Si  scoperto che Lakin aveva combattuto contro i tedeschi, ci siamo ubriacati insieme e abbiamo cantato canzoni militari sovietiche, facendo andare in bestia gli ufficiali ungheresi. L sul Danubio gli ho comunicato che avevo pronto il racconto lungo Abbiamo avuto una Grande Epoca. Mi ha pregato di mandarglielo a Mosca. Nel novembre del 1989  uscito sulla rivista Znamja.
Anche negli anni successivi sono tornato regolarmente sul Danubio. Perch il grande fiume era sempre sulla mia strada quando andavo in guerra. Nel dicembre del 1991, non molto prima di Capodanno, l'ho attraversato sul ponte 23 Maggio. Lungo il ponte erano allineati sacchi di sabbia. In basso l'acqua grigia, invernale e immobile. Alla fine del ponte, sulla sponda dove non si combatteva, erano fermi carriarmati grigi.

Pangi
Attraverso le lenti del binocolo si vedevano le basse isole sul Pangi, le casupole di giunchi. Donne dalla pelle scura, bambini, uomini. Non si nascondevano e si dedicavano alle loro occupazioni quotidiane: cucinavano, lavavano, urinavano. La nostra riva era alta, ripida, per questo li guardavamo dall'alto. Qualche rara volta nel campo visivo del binocolo capitava del filo spinato. Dietro le isole scintillava di nuovo il Pangi e la riva era delineata da bassi grovigli di vegetazione. Il disegno generale del fiume ricordava le vene, che dal gomito si dipartono verso il pugno. Proprio nell'incavo del gomito di un uomo abituato a pesanti lavori erano situate le isole. Il tenente colonnello Aleksandr Ramazanov mi ha suggerito di rivolgere il binocolo verso sinistra: si vedeva bruciare in lontananza Mazar-i-Sharif, mi ha detto, la roccaforte di Hekmaktyar.
Cos ho fatto. Nuvole di fumo si levavano alte sull'orizzonte. I misteriosi fanatici studenti coranici, i talebani, combattevano contro altri islamici un po' meno fanatici. Perch il nome del partito di Hekmaktyar presentava il suffisso -islam (si chiamava qualcosa pi islam). Eravamo sulla frontiera di Stato tra l'URSS e l'Afghanistan. Era il maggio del 1997. Due strisce di filo spinato, la brulla terra di nessuno tra le due strisce di filo spinato.
Saa Burygin ha preso in mano una tartaruga, che era strisciata in terra tagika dall'Afghanistan per qualche suo affare centroasiatico. Qui ci sono i cobra? Il colonnello Uakov ha risposto felice che ci sono i cobra dalla testa nera e i cobra normali, e ha cominciato a elencare tutti i serpenti velenosi. Burygin, il nostro maggiore, non era l'ultimo arrivato in fatto di serpenti: era stato un tempo il vicecomandante di un posto di frontiera in Kazakhstan. Il maggiore mi aveva seguito in Tagikistan, aggregandosi al plotone di nove uomini del Partito nazionalbolscevico. Dopo una serie di terribili avventure eravamo arrivati seguendo l'allucinante itinerario Petropavlovsk, Kokcetav, Alma-Ata, Takent, Samarcanda, Denau, Duanb, Kurgan, Tjube, Kolchozabad, facendo tappa in tutte le suddette localit non per nostra volont. Sopra di noi ardeva un sole implacabile. Lungo la frontiera erano nascosti nella sabbia i carriarmati del reparto del colonnello Uakov e anche una batteria antiaerea. Nelle tende se ne stavano sdraiati scalzi e in canottiera tre ufficiali immersi nella lettura. Al caldo non reagivano, facendo osservare che quello ancora non era caldo. Il caldo  quando il termometro non funziona pi, e sul termometro ci sono segnate lineette fino ai cinquanta gradi. Indossavano, gli ufficiali, delle toccanti magliette blu sovietiche.
Per qualche motivo la nostra sponda era ripida e la loro no. Perch fosse pi facile difendersi da loro e guardarli dall'alto con il binocolo? Perch io facessi il paragone tra il Pangi e le vene di un lavoratore? Mi hanno spiegato che ci sono punti dove  esattamente il contrario, sono loro che stanno pi in alto di noi. Me l'ha spiegato Ramazanov, un grande esperto dell'Asia centrale. Era stato in Afghanistan gi nel 1980 con la 40a armata e da allora  in servizio qui. Ha un nome molto strano per l'orecchio russo, Aleskandr, come suona in Asia il nome del Grande macedone, e di patronimico fa Enverovic,  del Dagestan, ma ho dimenticato di chiedergli di quale nazionalit precisamente, se avaro, dargua o laco. La testa rasa a zero, un tipo di quelli che nei romanzi inglesi chiamano old colonial hands. Gi allora Ramazanov mi aveva detto che i ceceni avrebbero presto assalito il Dagestan. Semplicemente era stato in licenza a casa e l aveva capito tutto quello che non capiscono gli analisti e i chiaroveggenti del governo.
Tra quelle sabbie sopra il Pangi io e Ramazanov avevamo un problema. Strada facendo, al mercato di Kolchozabad, due dei nostri si erano sbronzati: il mio Vlad Volgin e il comandante degli incursori del reggimento motorizzato di Kurgan-Tjube, un capitano. Due nostri blindati erano rimasti ad aspettarli di fronte al mercato, lungo un aryk. Io avevo mandato i nostri ragazzi a cercarli; Ramazanov un paio dei suoi soldati. Alla fine quegli imbecilli si erano fatti vivi. Il capitano con una faccia da degenerato barcollava, ma tronfiamente si era provato a saltare l'aryk ed era finito con il muso in acqua. Dal mercato i tagiki avevano visto tutto. Mi vergognavo per la Russia, l'esercito russo e i nostri due blindati.
Lei  un suo superiore, arresti questo caprone! l'avevo supplicato. Ma si  scoperto che non poteva, il capitano non era un suo sottoposto. Il mio ubriacone con la faccia di porcellino da latte avevo ordinato di cacciarlo sul fondo di un blindato e di non farlo uscire di l. Cos era stato fatto. Tuttavia, arrivati alla frontiera, Volgin si era tirato su dalla pancia del blindato, aveva chiesto di andare a pisciare ed era scomparso. Il capitano, che aveva fatto la strada sopra la corazza e si era un pochino ripreso grazie al vento,  saltato gi goffamente e barcollando si  avviato verso la tenda degli ufficiali. Mi sono rivolto al colonnello, come pi alto in grado e comandante del posto di frontiera, pregandolo di mettere agli arresti i due ubriachi. Ma ahim, Uakov ha risposto che non poteva. Il capitano gli faceva pena, tutta la divisione era al corrente del suo debole per l'alcol, ma gli restavano solo sei mesi prima della pensione, perci lo sopportavano, che altro fare? Se l'avessero cacciato adesso, sarebbe rimasto senza pensione. Volgin invece ce lo dovevamo portare via. Al posto di frontiera non poteva starci nessuno che non fosse ufficialmente inquadrato nell'esercito. Ma a essere sincero, aveva detto Uakov, anche lui avrebbe arrestato quegli ubriaconi e condivideva la mia indignazione. Il comandante degli incursori, ditemi un po' voi, e tutti i tagiki avevano visto com'era ruzzolato nell'aryk! Ma la storia non  finita l. Quando siamo andati a mangiare, abbiamo trovato il capitano alcolista, seduto in trono e con una bottiglia di vodka davanti! Io mi sono avvicinato e, gridatogli in faccia a muso duro che era un disonore per gli ufficiali russi, gli ho tolto la bottiglia.  toccato cos togliere la vodka anche agli ufficiali degli altri tavoli. Volevano brindare al nostro arrivo, ma non  stato possibile. Al momento di andarcene, il nostro ubriacone non si trovava. Ho supposto con gioia che potesse essere finito in Afghanistan e mi sono augurato che i talebani lo avessero impiccato per ubriachezza, quel bestione! Volgin era un membro del Partito nazionalbolscevico, di Volgograd, si era unito a noi non ricordo se a Celjabinsk o a Magnitogorsk. Aveva fatto lo sbirro, quando era sobrio era un pazzo acculturato, da sbronzo era un quieto maniaco. Ma quando l'abbiamo preso con noi non sapevamo che fosse un tale impiastro, conoscevamo solo le lettere che scriveva al partito, non l'avevamo mai visto di persona. Quando gi stavamo per andarcene l'hanno ritrovato che dormiva ubriaco sotto un carroarmato e ce lo siamo ripreso. Pi tardi, arrivati a Kurgan-Tjube, l'ho fatto mettere in cella di rigore. E poi da Duanb l'abbiamo rimandato indietro da solo sul treno per Mosca. Evidentemente lungo il tragitto gli  capitato qualche guaio, in quanto l'anno dopo gli sbirri l'hanno trovato a Mosca in mezzo alla strada e l'hanno portato al manicomio. Da quel momento si sono perse le sue tracce.
Il Paese per il quale, come la vena di un operaio, il Pangi spinge avanti a bruschi fiotti le sue acque,  un Paese ricco e infuocato. Bellicoso ed esotico oltre ogni limite. Sono splendide le sue montagne, gli edifici rosa di Duanb. La sua gente  eroica e sanguinaria. E parla l'antica lingua farsi, il persiano. Con quel clima da caldaia fanno due o tre raccolti di grano l'anno, preparano svariati pani orientali. Nel 1997 con cinquanta rubli si comprava un montone intero. Ci crescono i melograni, i limoni, ogni tipo di frutto, sia facile sia difficile da coltivare. Riempie il Tagikistan l'odore della carne e del grasso di montone, del pane al forno, del sudore dei soldati, dell'olio delle macchine e delle armi e un intenso profumo di fiori. I bambini bellicosi, ma anche i grandi, prendono a sassate i treni che passano, per questo ci sono le grate ai finestrini. E tra le gambe dei passeggeri i narcotrafficanti trasportano i loro sacchi pieni di capsule di papavero da oppio. Le strade principali sono controllate da banditi dai nomi pittoreschi, come Rachmon Hitler, che esigono pedaggi. Oh, Tagikistan! Di notte nessuno si alza dal letto se sente raffiche di mitra, solo i pi nervosi si girano sull'altro fianco. Due giorni dopo il mio arrivo nella zona militare di Duanb un terremoto di quinto grado ha fatto cadere i quadri dai muri, ma non ha interrotto n la vita del bazar n il commercio nei negozi n il lavoro dei cambiavalute.
Di ritorno dal Pangi (non ho raccontato che un episodio di questo avvincente viaggio durato diversi giorni) siamo stati costretti a violare ogni possibile norma di condotta militare. Ci eravamo messi in marcia senza un blindato di copertura, su un carro solo. Per tutta una serie di cause eravamo partiti troppo tardi per arrivare a Kurgan-Tjube con la luce, cio dall'inizio eravamo destinati a violare un'altra norma: non spostarsi mai di notte, tanto pi per le montagne. Oltre a ci, il blindato era carico, a parte noi, anche di ufficiali e soldati che dovevano per diversi motivi recarsi al reggimento di Kurgan-Tjube. A completare l'opera, proprio nel punto peggiore, dove eravamo esposti come su un piatto d'argento e non c'era modo di coprirsi, ci si  bucata una gomma. I ragazzi sono saltati gi. In fretta hanno cominciato a togliere l'enorme ruota, alta come un uomo. Non si  giunti al punto di prendere le posizioni di combattimento attorno al blindato, ma ho visto con quanta apprensione il tenente colonnello Ramazanov guardasse il sole che tramontava, l'orologio, l'equipaggio del blindato, la velocit con cui giravano i bulloni.  passato un tagiko in tunica a dorso d'asino. Ha sorriso e ci ha salutati. Cambiata la ruota, siamo schizzati via. Oltre alla pecora nera Volgin c'erano assieme a me Mia Chors, Kirill Ochapkin, Maks Surkov, Aleksej Razukov e Aleksandr Burygin. Gli altri erano rimasti a Duanb.
 sceso il buio, il profumo delle montagne si  fatto ancora pi intenso. Andavamo molto veloci, per costituire un bersaglio il meno agevole possibile. Quella sera mi  volato via il berretto mimetico cinese che mi aveva regalato Ramazanov, e mi sono graffiato il vetro degli occhiali. A dire il vero sarebbe bastato un agguato di poche persone a creare seri guai al nostro blindato, o anche ad ammazzarci tutti. L dentro eravamo in una ventina, tutti senza giubbotto antiproiettile. Alte rocce circondavano la strada da entrambe le parti. Quando gi stavamo per entrare a Kurgan-Tjube tutt'a un tratto ci ha superato a gran velocit una macchina bianca, l'unica incontrata lungo tutta la strada. Siamo saltati tutti su. Hanno scattato gli otturatori. La macchina si  allontanata.
Ho passato tutta la sera a pulire le lenti dei miei occhiali dagli insetti che ci si erano spiaccicati contro. Grassi abitatori alati del Tagikistan. Il destino dei ragazzi che hanno diviso con me quella folle corsa: Volgin  finito pazzo; Maks Surkov meno di un anno dopo, nell'aprile del 1998, mi ha degnato di un tradimento personale, mettendosi dalla parte di Dugin: ha convocato su richiesta di Dugin un'assemblea di corrente ed  uscito dal partito assieme a lui; Razukov ci ha lasciati gi quell'autunno; Mia Chors, ardente, almeno mi sembrava, cavaliere della Rivoluzione nazionalbolscevica, ha fatto un matrimonio infausto e frequenta il partito molto di rado; Kirill Ochapkin ha partecipato all'azione di Sebastopoli e si  fatto sei mesi nelle galere ucraine,  stato uno dei quindici prigionieri di Sebastopoli riconsegnati tutti insieme alla Russia, ed  uscito il 29 gennaio 2000 dal carcere russo dov'era stato parcheggiato; Saa Burygin, quello che aveva preso in mano la tartaruga vicino al Pangi, un tipico russo biondiccio dalle guance rosa,  morto da poco, il 31 marzo 2001. Lo hanno pestato a morte, o pi precisamente la causa della morte  stata un colpo alla testa con un pesante corpo contundente.  morto sull'ambulanza, il mattino dopo.  accaduto a Elektrostal', la sua citt natale, in provincia di Mosca. Ci sono almeno tre circostanze che fanno della morte di Burygin un omicidio. Primo: proprio a Elektrostal', presso i locali dell'organizzazione militare SCUDO, ha sede come persona giuridica la sezione regionale di Mosca del Partito nazionalbolscevico, e presidente dello SCUDO altri non era che il maggiore Burygin. Secondo: il maggiore  morto esattamente come si aspettava, proprio mentre ero in viaggio da Mosca per l'Altaj. Ero partito da Mosca il 28 marzo, il 30 ero a Novosibirsk, dove io e i miei compagni eravamo stati accolti e tirati gi dal treno da una squadra mista della polizia e dei Servizi segreti. Ci hanno perquisiti, fotografati e poi lasciati andare. La mattina del 31 siamo arrivati a Barnaul. L siamo rimasti bloccati per cinque giorni a causa di un guasto al-la nostra jeep. La notte del 31 marzo a Elektrostal' il maggiore Burygin ha subto le percosse che ne hanno provocato la morte. Terza circostanza: nell'aprile-maggio del 2000 Saa Burygin aveva fatto un viaggio con me a Barnaul e sulle montagne dell'Altaj, nel distretto di Ust'-Koksa.
Ho tutte le ragioni per ritenere che il suo omicidio sia connesso al nostro soggiorno sull'Altaj.  avvenuto sette giorni prima del mio arresto. Dalla prigione ho fatto richiesta formale al procuratore generale di indagare sulla morte di Saa Burygin. Me lo ricordo come un ragazzo che tiene in mano la tartaruga, sorride. Dietro di lui, in basso, il Pangi. A me si rivolgeva sempre dicendo Mi consenta di fare rapporto. Oppure: Le faccio rapporto. Il ritorno  stato difficile. Sul treno Duanb-Mosca, in territorio uzbeko, degli orribili sbirri, tonton macoutes uzbeki, hanno sequestrato ai miei ragazzi le tute mimetiche (se l'erano portate dietro come ricordo del Tagikistan e della 201a divisione). Ho ordinato di dargliele senza fare resistenza, in caso contrario avrebbero potuto farci scendere e sbatterci in qualche fosso dei loro, che voglio vederti poi a uscirne, o direttamente cadaveri in un aryk. C'erano gi stati casi del genere, anche con soldati della 201a divisione, per questo i militari russi ormai si limitano a sorvolare l'Asia. Burygin la sua mimetica da maggiore (ci aveva fatto il viaggio) non l'ha mollata. Si  impuntato quando gliela volevano far togliere. Sotto i pantaloni aveva solo la calzamaglia. E alla fine non se l' tolta. Era un gran testardo. Anche l'ultima notte della sua vita si deve essere impuntato, non voleva dargli qualcosa. Testimonianze contro di me?

Char'kov
Nella citt in cui ho avuto in sorte di trascorrere l'infanzia in quanto a fiumi andiamo maluccio. Attraverso il centro, maleodorante, sempre inacidito e ammuffito, scorre accanto alla cattedrale dell'Annunciazione il fiumiciattolo Char'kov. L'ultima volta che ci sono stato, nel 1994, l'avevano maldestramente sistemato, demolendo il lungofiume e lasciandone solo un rigagnolo puzzolente. L'alveo denudato era repellente oltre ogni immaginazione: meglio non guardarlo, altrimenti poteva capitare di sognarselo di notte come emblema del nuovo ordine mondiale. Nel 1994 sono stato a Char'kov assieme a Taras, provenienti da Rostov-na-Donu su un autobus privato abusivo. Alla frontiera non l'avevano controllato, era sfrecciato baldanzoso per le strade sterrate e le buche delle piccole cittadine di minatori del Donbass, prima russo e poi ucraino, fermandosi di colpo in mezzo a boschetti dove persone note ai nostri autisti affidavano loro pacchi informi, e poi proseguendo. Il viaggio, tra l'altro, era stato estremamente interessante, immerso in un'atmosfera brumosa, da tarda estate. Tutti i finestrini erano aperti e si avvertiva la vicinanza della natura, cosa che non avviene quando si viaggia in treno. Sui finestrini pioggerellava o picchiava il sole. Ma lasciamo stare l'autobus, e torniamo ai fiumi.
A parte il Char'kov, in citt c' anche un altro fiumiciattolo, l'Udy. All'epoca in cui abitavo a Char'kov il quadro idrografico della mia citt mi appariva piuttosto oscuro e tale rimane tuttora. Dove vada a sborrare questo Udy (in antico russo ud  il membro virile), se confluisca o no nel Char'kov, continuo a ignorarlo, come pure in che rapporto siano entrambi con la spiaggia uravlvskij, descritta nel mio libro L'adolescente Savenko. In quegli anni la spiaggia uravlvskij era la spiaggia cittadina. Forse lo  ancora adesso. Va rilevato che accanto alla spiaggia sorgeva una conceria e l'acqua in cui nuotavano, ambite e impettite, le bellezze del luogo, si tingeva di tanto in tanto di un colore rosso-bruno o verde-bruno e iniziava a puzzare di solventi chimici. Allora la popolazione non era edotta come oggi sui problemi ecologici e continuava a fare il bagno, mugugnando e lanciando improperi. Solo chi si tuffava lamentava un po' di bruciore agli occhi. Del resto, in virt della sua particolare conformazione, la spiaggia era diversamente esposta agli agenti inquinanti. Era stata creata in maniera molto semplice: avevano diviso il corso del ruscello in due punti, scavando un canale semicircolare nel quale avevano convogliato l'acqua. In questo modo si era formato un isolotto deserto, sul quale avevano piantato gli ombrelloni e costruito un bunker di cemento, destinato a ospitare un ristorante. Del ristorante non si era poi fatto pi nulla, e il bunker era stato invaso prima da cardi ed erbacce e poi da cespugli e alberi. Per cui nelle zone pi vicine alla conceria, e cio sul vecchio alveo, l'impatto dell'inquinamento era pi evidente, sul nuovo alveo minore.
Mi ricordo come camminavo sulla spiaggia abbracciato alla mia ragazza Valja Kurdjukova, lei indossava una camicia militare, non so pi se di mio padre o del suo, perch anche suo padre era nell'esercito. Proprio allora avevamo mandato in orbita Valentina Terekova, e non so quali polacchi si erano precipitati a lanciare nell'etere una canzoncina su di lei: Brava, Valja, brava, brava, Valja, brava, brava, Valja, bis!. La mia Valja era una ragazza rubiconda e moderna, e andarsene abbracciati per la spiaggia in shorts era cosa alla moda. Io ero molto abbronzato e non portavo gli occhiali. Valja ballava benissimo il twist, rivedo davanti ai miei occhi le sue scarpette bianche a punta mentre mi dava lezioni di ballo. Proprio sul ritmo del twist i furbi polacchi avevano modulato il loro capolavoro sull'astronauta russa che volteggiava nello spazio. Pur impegnate a fronteggiare l'esiziale influsso dell'Occidente, le autorit russe guardavano non senza favore a questo disco. A quel modo la Terekova continuava a girare e girare nello spazio, gli occhialuti polacchi avevano fatto proprio una bella pensata. Il testo era adulatorio, e solo l'energia della musica scatenava i ragazzi e gli adolescenti. E anche gli adulti. Era ancora l'epoca di Chrucv.
Io ero gi maggiorenne, Valja no. Aveva quindici anni. Una volta, dopo essere uscita con me, era tornata a casa ubriaca. O pi precisamente l'avevo riportata a casa io, depositandola contro il muro accanto alla porta del suo appartamento. Dopo quell'episodio si era scatenata la persecuzione nei miei confronti, che si era conclusa nel modo pi increscioso: avevano cominciato a venirla a prendere a scuola il padre, la madre e la sorella. Mi avevano convocato al commissariato, minacciandomi di mettermi dentro per corruzione di minore (quella ragazzina aveva le mutandine abbottonate da un lato. Non ne ho mai pi viste di eguali).
Alla fine erano riusciti a farci lasciare. L'ho poi incontrata dopo alcuni anni, quando era gi infelicemente sposata. L'ha portata da me (vivevo gi in piazza Tevelev con la mia prima moglie Anna Rubinstein, quindi tra il '65 e il '67) il mio compagno di studi Jaka Slavuckij. Era gi una donna ben in carne, sebbene dovesse avere non pi di vent'anni. Da adulta Valja non mi piaceva. Era stata un'affascinante adolescente, con il cappello di pelliccia da uomo, le guance infiammate per il gelo, quando si buttava gi sghignazzando dai montarozzi di neve, o ballava indiavolata il twist con ogni audacia sul musetto. E vagavamo, boccheggiando per il caldo e il vino, sulla spiaggia uravlvskij, e tutti mi invidiavano quella ragazza, perch Valja a quindici anni aveva gi magnifici fianchi e seno. Le erano cominciate le mestruazioni a undici anni, una pubert molto precoce. Separarmi da lei mi  costato caro. Quell'anno in cui ci hanno costretti a lasciarci ho sofferto molto, ho compiuto un gesto sconsiderato e sono atterrato alla dacia di Saburov (si vedano i corrispondenti capitoli nel Giovane farabutto), entrando in tal modo gi in tenerissima et nel novero degli illustri pazienti di quell'illustre ospedale psichiatrico: Garin, Vrubel', Chlebnikov. I primi tempi lei veniva sotto le mie finestre, e i miei vicini di letto si masturbavano a guardarla. Ma i genitori la controllavano, ed  scomparsa da sotto le finestre della clinica.
Il Char'kov l'ho attraversato a nuoto, mi ricordo, proprio di fronte alla cattedrale dell'Annunciazione, una volta all'inizio dell'inverno. Nevicava forte, ma non si era ancora gelato. Avevo fatto una scommessa: mi sono spogliato e ho attraversato a nuoto il fiume. E non mi sono ammalato. Gli amici mi aspettavano sull'altra riva e mi hanno imbottito di vodka. Adesso, costretto a scrivere queste memorie sull'acqua, devo ammettere di essere sorpreso per quant' esplosiva la mia personalit. Che profluvio di azioni eccentriche, anche solo in questi episodi attinenti all'acqua. Persino dalla dacia di Saburov sono riuscito a scappare, all'et di diciotto anni, segando le sbarre. Anche se il giorno dopo mi avevano gi ripreso, tirandomi gi dal letto del mio amico Tolik Tolmacv dove dormivo come un angioletto.
Chiuder questo capitolo registrando che oggi il portiere dell'hotel Lefortovo  piuttosto nervoso. Lo sento continuamente sollevare la lastra di metallo che chiude lo spioncino; poi rimane a guardarmi. Io sono l'ospite con barba e baffi della cella numero 25. Per chi mi guarda con occhio estraneo, nel mio pullover scuro, potrei assomigliare al capitano Nemo. L'impiegato dell'hotel che ci accompagna a fare la doccia il gioved mi chiama professore. Il mio compagno di cella M.K., quando l'hanno trasferito da me un mese fa dalla cella del generale ceceno Raduev, mi ha chiamato scienziato; quando abitavo sulle montagne dell'Altaj, i vicini mandriani mi chiamavano accademico.

Tamigi - Isola dei cani
Fiona era un'attrice. Allegra, o almeno cos sembrava, e grassa. Scura di capelli. Aveva un appartamento a cinquanta metri dal negozio Sex Pistols. Quel vicoletto arrabbiato, dove affittava un appartamento con un letto a castello si chiamava qualcosa come King's Road's Square o King's Road Garden. Credo che ci abitasse anche Mick Jagger: chi non sta al fresco potr controllare.
Correva l'anno 1980. Nel Sex Pistols si accalcavano teste rosse di borghesi provinciali da Hull, Manchester, Durban o gi di l, compravano t-shirt e altri stracci sbrindellati con l'effigie del defunto Sid Vicious. Il gruppo punk-rock si era dissolto gi da un pezzo, ma il negozio continuava a prosperare. Mi aveva presentato a Fiona l'esile professoressa Valja Poluchina (nel Libro dei morti un redattore della casa editrice ha deciso per suoi oscuri motivi che Kiel  una citt della Germania, e ha trasformato Valja nella professoressa di un'universit tedesca. Imbecille: Valentina Poluchina  docente dell'inglesissima Kiel University. Qualcuno dovrebbe mettergli un freno, a questi redattori!)*. Fiona piaceva a tutti gli uomini, soprattutto a quelli in l con gli anni. A me piaceva come amica e compagna di bevute e come autista (a proposito, una volta poco c' mancato che ci restassi secco per colpa sua, quando si  schiantata contro il guardrail vicino all'aeroporto. Ve l'assicuro, per un pelo non siamo passati all'altro mondo. Ma io non ho battuto ciglio). Per quanto riguarda il letto c'era invece un problema. Da quella fessura dove entra l'uomo le usciva una puzza del tutto repellente, canina. Sono una persona delicata, e non mi sarei messo a scrivere di queste cose, se non avesse cominciato lei per prima. I fatti sono andati cos. Quindici anni fa Valentina Poluchina ha fatto la conoscenza di mia moglie Elena e, dopo qualche bicchierino, le ha raccontato che ero vissuto in Inghilterra e avevo avuto una storia con l'attrice inglese Fiona. Tuttavia l'attrice era rimasta insoddisfatta di me. Al che la mia ex moglie, che non credeva alle sue orecchie, ha preso le difese del mio onore virile, riconoscendomi il dovuto. Quando mi ha incontrato, Elena si  comunque accertata di cosa fosse successo con quell'attrice, la scozzese (Fiona era scozzese). Io le ho detto: Un odore intollerabile mi toglieva ogni desiderio di fare l'amore con Fiona.
Che , non si lavava? ha sogghignato Elena. Le ho risposto che si lavava a sufficienza e faceva lunghi bagni nei sali aromatici, come amano le donne. Allora  l'odore naturale di quella poveraccia, - ha sospirato Elena - d'altronde ci sono uomini cui piace un odore un po' forte. Napoleone, di ritorno dalle campagne, scriveva alla sua Giuseppina che non si azzardasse a lavarsi ha concluso la mia ex moglie, facendo sfoggio di non trascurabile erudizione storico-ginecologica. Ma io vivevo da Fiona e per questo mi sforzavo di soddisfarla, per non apparire ingrato.
A Londra mi piaceva ubriacarmi. Nel complesso gli inglesi sono persone rozze e ineducate. Ma trincano come si deve. Bevevo Black Velvet, un cocktail di Guinnes e champagne. Dopo il Black Velvet potevo resistere anche all'odore di Fiona.
Tutte queste allegre storielle suonano un po' come un anacronismo qui tra le mura di Lefortovo, dove sento nei corridoi il carrello con la pappa di grano della sera.
Tra i miei piaceri d'Inghilterra del tutto a s sta la gita all'Isola dei cani. Non ricordo come avessi fatto a sapere che da qualche parte nel Tamigi c' un'Isola dei cani. Mi sembra che in una sua poesia Eliot parli della pioggia che avanza dalla parte dell'Isola dei cani. O di un uccello che vola verso l'Isola dei cani. E io ho cominciato a chiedere a Fiona di portarmici. Non aveva mai sentito parlare di Dog's Island, ma pu darsi che volesse sposarsi con me, forse perch ero allegro, forse gli altri reagivano ancora peggio al suo odore, come faccio a saperlo. Ha chiesto lumi a certi suoi amici attori, che le hanno spiegato che una Dog's Island esiste davvero.  una zona mostruosa di magazzini, dove gettano i cadaveri quelli che devono liberarsi di cadaveri, e che non c' un'anima in giro, non bisogna andarci. Il nome le era stato dato perch ci vagano branchi di cani randagi. Fin dal Medioevo.
Sentita questa descrizione del luogo, il mio desiderio di andarci non ha fatto che aumentare. Finalmente un giorno l'ho convinta, e ci siamo messi in marcia. Sul sedile di dietro della sua macchinetta si era arrangiato il lungagnone Ken, o Khen, insomma, dopo la k aveva nel nome da qualche parte una n. Ci siamo avviati lungo il Tamigi, noioso come un tubo per innaffiare.  cominciato a piovigginare. Gli inglesi non hanno una cucina nazionale e quella che c'  di merda; hanno un'architettura orribile e un carattere insopportabile. Hanno lo scotch,  vero, ma anche quello l'hanno conquistato ammazzando milioni di montanari scozzesi ho detto io, per lusingare Fiona. Che ha sorriso soddisfatta. Come una ragazzotta di montagna dalle sopracciglia scure, quale in effetti era. E abbiamo proseguito in direzione dell'Isola dei cani.
Intorno c'era ormai un muro di pioggia. Abbiamo chiesto pi volte la strada finch c'era qualcuno cui chiederla. Finalmente sono cominciati dappertutto magazzini e gru portuali, cani per la verit non se ne vedevano, c'era la pioggia e ho sentito che eravamo nel posto giusto. Perch intorno c'era una paurosa assenza di gioia. E neppure un'anima.  qui, - ho detto - fermati. Fiona ha frenato. E dov' il fiume?
I don't know where is a river ha borbottato Fiona, e le  crollata la testa sul volante. Ostinato, le ho chiesto di provare un'altra strada: ne abbiamo provate due, tre, e alla fine siamo arrivati all'acqua. Pu darsi che non fosse il corso principale del Tamigi, probabilmente era un canale, ma l'acqua doveva essere quella del Tamigi. Perci sono uscito sotto la pioggia battente. Se vuoi fare l'eccentrico, bisogna andare fino in fondo.
E non rimpiango di essere uscito. Mi sono inzuppato all'istante, ma fuori dalla macchina, in quel deserto d'asfalto, in mezzo ai depositi senza volto, sotto il cielo giallo e grigio, ho avvertito una certa grandezza. Le distese deserte suscitano sempre in me un palpito quasi mistico. Forse in un'altra vita sono stato ucciso in un deserto? Sono rimasto un po' l, ho visto il cielo squarciato da due crepe pallide di lampi, e sono risalito in macchina. Grazie, Fiona, le ho detto.
Nel 1981 in una lettera giuntami da King's Road's Square ho trovato il conto di una copisteria. Per svariate sterline e scellini. Di sua spontanea volont aveva fatto, mi ricordo, copie del manoscritto della traduzione inglese di Edicka, ovvero io. Non mi  passato neanche per la testa di mandarle i soldi. E poi non avevo niente da mandarle. Ero povero, come si addice a uno struggling writer. Questa te la devono tradurre, lettore**.

Tevere
Celebre dai tempi di Romolo e Remo, si  rivelato nulla pi che un fossato maleodorante. Si ha la sensazione che l'abbia colpito una perenne bassa marea. Quel fossato viscido e putrido era circondato da parapetti. Sui parapetti prima e dopo le lezioni si accomodava, sparpagliando le sue cartelle, la quasi totalit degli alunni della scuola d'inglese per emigranti. A questa scuola io e la mia ragazza-volpe ci andavamo pressoch ogni giorno. Eppure novembre, dicembre, gennaio e febbraio non mi sono bastati per imparare la lingua.
Osservando gli abissi puzzolenti, scuotevo la testa avvilito. Perch l'acqua si  ritirata cos tanto? Perch ce n' cos poca? Perch la Citt eterna l'hanno costruita lontano dal mare, su un fiume putrefatto? Spiegazioni non ne ho mai trovate. Fomenko e Nosovskij dicono che  tutto un imbroglio, che l non c' mai stata nessuna capitale dell'Impero romano. Sarebbero solo panzane, per vanagloria. Ventisette anni fa questo non lo sapevo. Andavo a scuola con la ragazza-volpe, e le sue gambe apparentemente esili riscuotevano grande successo tra i giovanotti romani, che fischiavano sempre, facendoci dietro il codazzo. Potrei generalizzare, osservando che le mie donne hanno sempre suscitato clamore, dappertutto e con tutti. Mi sceglievo ragazze di quel tipo, e le ragazze di quel tipo sceglievano me.
Roma  un campionario di vecchie pietre: edifici in rovina e rovine isolate, colonne, pareti, pavimenti con mosaici di marmo. E Roma si fa pagare da chi vuole guardare le sue pietre apparentemente antiche. Adesso hanno cominciato a cadere a ritmo sostenuto,  notizia recente che sono crollate le mura di Adriano. Quell'inverno ce ne andavamo in giro tra le pietre, leggendo le targhette esplicative. Qua e l, in mezzo, scorreva o giaceva il Tevere.
In alcuni punti aveva un aspetto pi pacato e rispettabile che davanti alla nostra scuola d'inglese. Per esempio dalle parti di Castel Sant'Angelo il Tevere appariva pi dignitoso. Il colore dei fiumi in citt  solitamente poco espressivo e mutevole, per effetto della luce e delle nuvole. In Castel Sant'Angelo, una fortezza tonda, panciuta, di mattoni rossi,  stato rinchiuso a suo tempo il grande scultore e avventuriero Benvenuto Cellini. E dalle finestre guardava il Tevere. Mi sembra che sia anche riuscito a scappare. Da qualche parte in periferia, ma sempre vicino al Tevere, c'era il mercato dei vestiti. Una volta due idioti, Elena e io, hanno comprato dei cappotti di pelle: lei pi leggero, di un marrone pastello, io nero. Il fatto  che avevamo venduto due monete d'oro dell'epoca dello zar, e gli ebrei, nostri compagni di disgrazia nell'emigrazione, ci avevano convinto a comprare i cappotti. La pelle in Italia costa pochissimo.
In Italia bisogna comprare la pelle, e cos noi abbiamo comprato la pelle nei pressi del Tevere. Tempo neanche un anno e gi io non potevo pi mettermela, la mia pelle. Non so come, ma il cappotto si era ritirato, come la pelle di zigrino dell'omonima opera di Balzac (se esiste una roba del genere). Forse gli italiani avevano inventato il cappotto che si rimpicciolisce?  evidente che la qualit di quella pellaccia era delle peggiori. Anche se il modello e il taglio non erano male.

Koksa
Vit'ka ha fissato un'estremit della rete a un enorme tronco divelto e per sicurezza ci ha piazzato sopra diverse pietre. Poi ha impugnato la rete tra la mano e il gomito del braccio sinistro ed  entrato nel torrente, srotolandosi pian piano la rete dal braccio. Il torrente era di medio impeto e media profondit, ma si vedeva che stare in piedi in mezzo alla corrente non era facile. Quando l'acqua spumeggiante ha sommerso i suoi grandi stivali di gomma, alti fino alle ginocchia, Vit'ka non se ne  minimamente curato e ha proseguito. Nel frattempo si sceglieva il percorso pi agevole. Avevamo pensato di fissare l'altro capo della rete alla riva opposta, se fosse stata abbastanza lunga. Per poi andarcene, e lasciare la rete per la notte, e al mattino tornare a raccogliere i pesci. Eravamo in mezzo alle montagne. A una ventina di chilometri dall'ultimo centro abitato, il villaggio di Bannoe, con duecento tra russi e altaici, oltre il quale non c'era pi niente. Quel torrente  un grosso affluente della Koksa che, ricevute le sue acque, continua la sua corsa per le valli ancora per ottanta o cento chilometri buoni, per poi confluire pittorescamente nel Katun' nei pressi del capoluogo del distretto, Ust'-Koksa. Il Katun' a sua volta attraversa tutta la Repubblica federale dell'Altaj e l'omonima provincia limitrofa, prima di accogliere, all'altezza della citt di Bijsk, il fiume Bija e poi giungere a Barnaul, dove confluisce con grandiosit nell'Ob', accrescendone ulteriormente le gi mostruose dimensioni. Attraverso la gelida Siberia, le acque dell'Ob' giungono al Mar Glaciale Artico.
Victor Zolotarev era nato a Bijsk, e viveva a Barnaul. L'avevamo preso con noi come guida quando siamo andati sull'Altaj in agosto. Ho dovuto faticare a convincerlo, per strapparlo alla sua ragazza. Sono persino venuti insieme da me all'albergo Altaj, se l'era portata dietro perch la convincessi a lasciarlo andare. Avesse saputo come sarebbe andata a finire quella sua amicizia con noi, gli avrebbe messo una catena al collo. Aveva quarantadue anni nel 2000, ai quarantatr non ci  arrivato. E la colpa  mia.
Victor ha fissato la rete dietro un masso, nell'acqua bassa, vicino alla riva opposta. Avevamo comprato una rete per torrenti stretti, da cinquanta metri.  ritornato, arrancando, da me. Io ero vicino al tronco dove avevamo fissato la prima estremit della rete. Sul tronco era poggiato anche il suo giubbotto di pelle, completamente liso. Nel tronco era piantata la mia ascia. Si  tolto gli stivali e ha rovesciato l'acqua che c'era dentro. Si  tolto i pantaloni e li ha strizzati. Si  tolto le mutande e le ha strizzate. Si  tolto la canottiera blu e l'ha strizzata. Vit'ka aveva un eccellente corpo asciutto, alla Dersu Uzala. Eccellenti addominali. Gambe snelle e scattanti da atleta. La barba, rughe marcate, il cranio abbronzato. Neppure un grammo di grasso. Tutti muscoli.
Durante queste operazioni io guardavo il paesaggio. Avevo capito da un pezzo che era il paesaggio di un romanzo di Fenimore Cooper, l'America incontaminata, dove solo pochi pellerossa se ne stanno nelle loro tende sulla riva del fiume. E tutt'intorno foreste vergini. E in effetti  proprio cos. In tutta la Repubblica federale dell'Altaj non c' neppure un'industria di un qualche rilievo. La densit di popolazione qui  incredibilmente bassa: zero virgola qualcosa. E per di pi se il capoluogo del distretto Ust'-Koksa arriver a cinque o settemila abitanti, in un qualche villaggio tipo Krasnojarsk, ben evidenziato sulle carte, si riesce a stento a mettere insieme una cinquantina di vecchietti.  probabile che nella Repubblica dell'Altaj vivano pi lupi, orsi e soprattutto cervi (i maral) che uomini.
Si  rimesso i vestiti strizzati, il giubbotto, e ci siamo messi in marcia. L'ho lasciato andare per primo, perch comunque sarebbe voluto passare avanti. Si  incamminato con passo svelto e leggero, fermandosi a cogliere bacche d'uva spina, ma io ero costretto lo stesso a corrergli dietro. Ripetevo la mia esortazione: Viktor, aspetta, tira le briglie!, e alla fine sono riuscito a prendere il ritmo di quel dosato mezzo trotto. Strada facendo abbiamo messo in fuga una grossa lepre, con un sedere tale che faceva fatica a saltare, l'estate stava finendo, e lei si era ingozzata a dovere. In citt nessuno pu apprezzare le tue qualit, Viktor - gli dicevo io - qui sei il Padreterno in terra, tu sai quali piante si possono mangiare, saltelli tra le rocce a cercare gli escrementi dei topi selvatici, sai dove trovare qualsiasi tipo di radice, dov' la rodiola, dove i maral, cammini in mezzo alle montagne e fai sette o otto chilometri l'ora, quando in citt un pedone non riesce a farne neanche sei. Sai piazzare le trappole e le reti. Sai curare la gente - davanti ai nostri occhi nel villaggio di Booci Zolotarev aveva curato una donna che aveva contraccambiato regalandogli una montagna di roba da mangiare - In citt sei un tipo strambo, una specie di hippy. Mettiti con noi, e sarai obbedito, amato e riverito. Lui si  messo insieme a noi, e gli  costato la testa.
A suo tempo aveva lavorato come guida per gli escursionisti. Accompagnava la gente sul lago Teleckij e sul monte Belucha. Accompagnava quelli che volevano trincare in mezzo alla natura, ma anche alpinisti. Raccoglieva gli escrementi dei topi selvatici sulle montagne gi in epoca sovietica perch erano considerati un rimedio efficacissimo e per fare questo prendeva davvero dei bei soldi.
Avevamo una macchina, una jeep che avevo comprato a Barnaul, e scorrazzavamo agevolmente per il distretto di Ust'-Koksa. Poi il direttore del complesso turistico di Ust'-Koksa ci ha dato gli indirizzi di alcuni pezzi grossi del luogo, dai quali avremmo potuto rimediare un'izba per viverci. Uno di questi, Dmitrij Alekseevic Ketrar', il direttore di un sovchoz privatizzato nel villaggio di Bannoe, ci ha portato a Suchoj Log in una casa di pastori mai finita di costruire (senza finestre e stufa in muratura). C'erano delle brande, abbiamo portato il fieno e una stufa elettrica e abbiamo cominciato ad abitarci. Per tutto questo tempo siamo stati costantemente spiati dai Servizi segreti. Ci eravamo accorti che ci seguivano due macchine gi al villaggio di Srostki, dov'era nato lo scrittore ukin, nel momento in cui abbiamo lasciato la strada e siamo saliti su una collina a fare colazione. Da l abbiamo subito visto i nostri segugi. Ci siamo tutti messi a ridere, bevendo latte, mangiando pane e lardo. Rideva anche Viktor. Eravamo in agosto.
Il mattino dopo abbiamo tirato fuori da quella rete sei pesci. Viktor li ha spinati, ha messo la polpa in una tazza, assieme a cipolle selvatiche, aceto, sale e pepe, e gi mezz'ora dopo quel piatto straordinario, freschissimo, era pronto da mangiare. Pi tardi con le spine e le teste ci siamo fatti una zuppa di pesce. Da lui ogni giorno imparavamo qualcosa. A raccogliere le bacche, che crescevano l intorno in quantit inverosimile: lamponi, ribes rosso e nero, mirtilli. Sull'Altaj si mescolano tutte le zone climatiche, e quindi si incontrano bacche del tutto tipiche della taiga, come il mirtillo e il lampone di bosco con i loro arbusti nani, accanto a bacche che crescono su alti cespugli, come il ribes. Verso la fine di settembre, per la verit, aveva cominciato ad annoiarsi. Si vedeva che aveva voglia di tornarsene a Barnaul, dalla sua ragazza, che aveva lasciato in citt. Alla vita confusionaria che aveva lasciato. Aveva promesso di tornare. Ci aveva insegnato molto.
Verso la fine di settembre, il 23 o il 24, l'ho fatto scendere davanti a casa sua, nel centro di Barnaul, non lontano dall'albergo Altaj. Ma non era pi quell'hippy apolitico che avevamo trovato in agosto. Condivideva le idee del nazionalbolscevismo. Gli ho promesso di portargli la tessera del partito, quando sarei tornato da quelle parti. Prima dovevo andare a Krasnojarsk, poi a Mosca e ancora a Krasnojarsk.  uscito dalla macchina con un grande sacco, nel quale erano ammucchiate tutte le sue sostanze. Non l'ho pi rivisto.
Victor Zolotarev  stato ucciso la notte tra il 17 e il 18 novembre 2000. Lo hanno pestato e buttato gi dalla finestra. Fino alle 23,30 del 17 novembre era vivo e vegeto, e aveva passato l'intera giornata nell'appartamento del responsabile del Partito nazionalbolscevico a Barnaul, il giornalista Evgenij Bersenev. Alle 23,30 gli sono finite le sigarette, ed  sceso per andarle a comprare. Il mattino presto una donna a passeggio con il cane ha scoperto il suo corpo. Giaceva sotto un palazzo di cinque piani, a cinquanta o cento metri da quello di Bersenev. Si sono sbrigati a seppellirlo. Sono state fatte delle indagini, ma in modo tale che Bersenev, per esempio, non  stato neppure interrogato.
Vi ricordo che il 17 novembre i nazionalbolscevichi Solovej, urkin e Gafarov avevano occupato la cupola della cattedrale di San Pietro a Riga, e in tutto il Paese le televisioni ne avevano dato notizia. Gli agenti dei Servizi che si occupavano di noi quel giorno dovevano avere un diavolo per capello e si mangiavano le mani. Non era passato molto infatti dal giorno in cui a Pietroburgo il colonnello Michail Kuznecov aveva tirato gi in pompa magna dal treno Pietroburgo-Kaliningrad una squadra di nazionalbolscevichi diretti in Lettonia. Un'altra squadra era stata bloccata dai lettoni nella zona di Daugavpils. Come devono essersi sentiti da schifo gli agenti dei Servizi segreti federali (FSB), di Barnaul il 17 novembre! Da un giorno all'altro avrei dovuto arrivare io da Krasnojarsk, e fermarmi da Bersenev.
Come effettivamente ho fatto, quando sono arrivato. A Krasnojarsk mi aveva accompagnato alla stazione un agente con il berretto rosso. Quando poi sono ripartito da Barnaul (da casa di Bersenev), la mia macchina  stata fermata e ufficialmente perquisita. Sorge spontanea la domanda:  possibile che quella sera dei malintenzionati abbiano preso Zolotarev per interrogarlo, e l'abbiano interrogato cos tanto, da essere poi costretti a gettare il corpo dalla finestra per nascondere le tracce?
...le belle acque trasparenti della Koksa continuano a scorrere nella valle. La vista pi bella sul fiume  dal valico Gromotucha. Proprio davanti alla cittadina di Ust'-Koksa. Le passioni umane gli fanno un baffo.

Hudson
Dalle finestre della mia camera, senza alzarmi dal letto, potevo vedere le navi, alte, pi alte del nostro giardino. Mi sentivo come Tom Sawyer o Huckleberry Finn sul Mississippi. I battelli fischiavano, aggirando Ellis Island, dove non tengono pi in quarantena gli emigranti, ma sono rimasti gli edifici della dogana e l'ospedale. Che uso ne facciano oggi, lo ignoro. Al numero 6 di Sutton Square si aveva l'impressione di vivere sul fiume. Le enormi moli delle navi avanzavano silenziose nell'aria umida, poi a un tratto emettevano un forte fischio. La nostra viuzza, la pi elitaria di New York, era in realt un vicolo cieco che sboccava sul fiume. I sederi di una dozzina di edifici brownstones si accalcavano a forma di pi greco, formando un giardino. Il giardino era sospeso sopra la highway, ma con il lato pi lungo si rivolgeva all'Hudson.  l che guardavo dalla finestra. Oltre il parapetto il fiume nero sciabordava.
Per tutto il 1979 e fino alla fine di maggio del 1980 ho lavorato come maggiordomo (housekeeper) in casa del milionario americano Peter Sprag. La mia camera si trovava al terzo piano. Entrambe le sue finestre, incorniciate d'edera, davano sul giardino e sul fiume. Nel giardino cresceva un enorme albero da cui pendeva un'altalena. A volte ci si dondolavano bambini e giovani ragazze ricche. Attirava l'attenzione anche un altro albero, una magnolia: era molto grande, in primavera aveva fiori bianchi e giganti. L'albero di magnolia cresceva all'estremit della terrazza posteriore della casa che apparteneva alla bella ebrea Idi Dushkin, madre di tre bambini. Come facesse ad avere tanti soldi non mi era molto chiaro. Suo padre sembra fosse stato un Rostropovich troppo in anticipo sui tempi, il direttore d'orchestra Dushkin. I suoi figli Idi li aveva avuti dal matrimonio con un portoghese, ma a quell'epoca viveva da sola. Avevano quattro San Bernardo, ciascuno grande come un vitello. E un cuoco cinese. Pi tardi Idi ha venduto quella casa e si  trasferita a San Francisco, dove suo figlio maggiore, un ragazzo molto bello,  morto di cancro. In tutti i giardini che confinavano con il nostro abitavano personaggi della pi alta societ. Una casa era appartenuta un tempo al miliardario greco Onassis, sebbene durante il mio soggiorno in questo paradisiaco angoletto di New York sia rimasta sempre vuota. A volte in giardino, vicino alla balaustra sul fiume, si fermava a metter gi degli schizzi un uomo di aspetto orientale, al quale apparteneva una delle nostre brownstones, l'architetto Pei, quello che ha fatto la piramide di vetro davanti al Louvre. La casa pi grossa e panciuta del nostro blocco apparteneva a mister Heinz, il re del ketchup. Il grosso e rosso proprietario dell'impero Heinz amava organizzare party nel nostro giardino.
Altro amante delle mondanit era Kurt Waldheim, il segretario generale dell'ONU. L'ONU affittava due intere case nel nostro blocco come residenza del segretario generale. Insomma, mi sembrava proprio di vivere dentro una rubrica di cronaca rosa.
Da parte mia, mi trovavo nella scala gerarchica dell'esistenza appena pi in alto di un servo. Sottoposta a me c'era, in effetti, una cameriera nera, Olga. Al numero 6 di Sutton Square il cuoco non ce l'avevamo, la famiglia di Peter, come d'altronde lui stesso, avevano come residenza stabile una cittadina del Massachusetts chiamata Springfield. Dunque del lunch, quando il mio boss si trovava a New York, me ne occupavo io. Di questo periodo felice sulla riva dell'Hudson ho scritto nel libro La storia del suo servo. La felicit, a dire il vero, aveva dei limiti precisi: quando Peter si tratteneva a lungo a New York, io mi dovevo alzare alle sei, andavo a letto a mezzanotte e alla sera avevo i piedi distrutti. I piedi sono la malattia professionale di tutti i servi, tutti i carichi ci si concentrano sopra. Quando poi arrivava la famiglia Sprag al completo: i quattro figli, l'autoritaria signora Tyasha e gli ospiti, mi ritrovavo a mezzanotte morto di stanchezza. L'Hudson era una fonte di estremo piacere quando stavo in casa da solo, senza i padroni. La mattina mi svegliavano i fischi delle navi e gli uccelli. Nella nebbia il fiume era bello e irreale. E le navi erano costrette a pi frequenti strombazzate, dovevano avvisare che si apprestavano a infilare la loro mole nel canale. In autunno gli uccelli si posavano sull'edera con particolare frequenza, era pieno di bacche mature e andavano a beccarle. Io mi svegliavo e mi affacciavo alla finestra. Guardavo le acque tra il grigio e il marrone, imbizzite, spaventose. Qualche volta mi svegliava il cigolio dell'altalena. Da basso si dondolava pensosa la figura di una ragazza in maglione, la criniera biondissima sciolta sulle spalle.
Il fiume sfociava nell'Atlantico, disperdendovi i propri flutti. Assieme ai flutti di molti altri fiumi. E tutto questo si chiamava Eternit. Qui, sul grande fiume in procinto di sfociare nell'oceano, erano loro a dominare, il fiume e l'oceano, ma sarebbe bastato vivere a un isolato dalla sponda, nel fitto degli edifici di pietra di Manhattan, per non accorgersene. L era un mondo completamente diverso.
Erano anni torbidi e felici nei quali vivevo con pi femmine alla volta. Quella che veniva pi spesso era Marilyn Masure, splendida Salom, fiore della Giudea, giovane puledra e fotografa che studiava alla School of Visual Arts sulla 14a strada. Molte volte mi sono sessualmente intrattenuto anche con Elena, detta Gengiscagna, una ragazza slanciata dai tratti sino-mongolici che mi piaceva molto, scoparla era una pacchia, anche per la sua allegria, l'indole disinvolta, le piaceva bere, ed  importante poter condividere una bottiglia con qualcuno di sesso diverso. Veniva anche, in bicicletta, Maria, alta, olandese, che aveva il sedere pi tondo e tenero che mai avessi visto al mondo. Ricordarmi di tutte le ragazze che si sono svegliate con me in quella camera da letto sull'Hudson  naturalmente possibile, ma sar tutt'altro che facile, perch ce ne sono state davvero molte. C' stata anche la piccola pianista russa Lena, grassoccia, con la faccia da porcellino, che una volta ha provato a tagliarsi le vene nel mio favoloso bagno, inondato di luce solare dal soffitto. Anche lei aveva un bel culo, assai grosso per le sue dimensioni miniaturizzate, il che mi eccitava molto, mi ricordo. All'epoca, con mia indicibile sorpresa, ha riallacciato i rapporti con me anche la mia ex moglie. Una volta me la sono ritrovata sotto all'improvviso, in una situazione in cui non restava da fare altro che introdurle il membro. Il che ho fatto, con piacere.  accaduto nel 1979, perci tre anni dopo la rottura sono divenuto l'amante di mia moglie. Nel frattempo lei si era sposata il conte italiano. Pi tardi Elena si  proprio trasferita nella casa di Sutton Square: la tenevo l di nascosto, perch non aveva un centesimo, non avrebbe saputo dove andare. E visto che si era cacciata nel mio palazzetto in quella situazione senza via d'uscita, io sono stato ben contento di sfruttarla per i miei pi bassi fini. Aveva gi raccattato a destra e a manca le peggiori maniere della media societ newyorkese. Sniffava cocaina, approfittava di qualsiasi robaccia narcotica le offrissero, immagino che non avesse nessuna voglia di vedere il mondo cos com'era, scialbo e caotico. Quando ci avvicinavamo all'orgasmo, abbrancava febbrilmente da sotto il cuscino o dal tavolino un papper, lo spaccava, lo annusava e dava da annusarne anche a me. Questi papper glieli forniva un farmacista della 57a strada.  un piccolo flacone rivestito di tessuto con dentro una specie di etere. Lo usano i malati di cuore in caso di attacco per stimolare l'attivit cardiaca. Quando lo si respira, il piacere diventa furioso. Non aveva insomma perso tempo invano la mia ex, aveva imparato le buone maniere. Si portava dietro da tutte le parti una certa polacca, come si chiamasse non me lo ricordo, che per lei era come un papper. Solo nell'inverno tra il 1979 e il 1980 Elena  volata finalmente dal conte, non prima per di avermi reso totalmente dipendente: mi ero abituato a lei come a una droga. E sebbene allora per me non fosse pi amore, adorazione per l'Eterno Femminino, ma penosa attrazione per una sgualdrina perversa, la sostanza cambiava poco: ero dipendente da lei, e nel mio arrivo a Parigi il 22 maggio 1980 c'era una buona componente di dipendenza fisica da lei. Lo ammetto adesso. Di norma ho sempre sostenuto, piuttosto tiepidamente, che mi ero trasferito a Parigi al seguito del mio libro, emigrato dall'America in Francia. Il destino del libro ha svolto effettivamente un ruolo molto importante in quel trasferimento. Pensavo solo a quello quando sono arrivato: Come sedurre Jean-Jacques Pauvert per fargli pubblicare Edicka?. Tuttavia, come vedete, erano la mia ex e i suoi talenti vecchi e nuovi di troietta ad attirarmi a Parigi, come un cane che corre dietro alle tracce di una cagna.
Ricordo di aver guardato con rimpianto l'interno della mia camera prima di partire. C'erano due letti, uno a fianco dell'altro, e quanto avevano visto e sentito quei letti! Elena che respirava i papper negli spasmi dell'orgasmo. I pianti della piccola culona Lena; la puttanesca, sempre cupa, Nataka B. dagli occhi neri, moglie di un regista cinematografico, che diceva parolacce dando forti strattoni con il sedere; l avevo ammirato gli imponenti seni della star del cinema polacco Elvbieta Czyvevska... Tratto un gran sospiro, ho socchiuso la porta, e per l'ultima volta mi  baluginata davanti agli occhi la striscia dell'Hudson.
Da basso Gengiscagna mi aspettava in macchina per accompagnarmi all'aeroporto. Partivo per Parigi.
In prigione ho una sola storia d'amore. Mi incontro con lei di notte. Si chiama Succubo.

Ob'
Barnaul  una bella citt. Non grande, e gi pi una citt siberiana, sebbene si trovi a soli 230 chilometri a sud della citt siberiana per eccellenza, Novosibirsk. Di Barnaul ho sempre voglia di dire citt meridionale. Questo Burned Aul, cio villaggio asiatico bruciato, come mi piace chiamarla con personalissimo calembour, ha qualcosa in comune con citt del sud come Krasnodar. Le vie del centro di Barnaul e di Krasnodar si assomigliano, con i loro piccoli aggraziati edifici dalle linee eleganti, in tinte albicocca con sfumature rosa. Barnaul  una citt confortevole per i suoi 400.000 abitanti. La prima volta che ci sono stato mi  subito piaciuta, e la mia buona disposizione verso la citt  stata ulteriormente accentuata dal fatto che a farmi da guida c'era un grandissimo esperto della regione, lo scrittore Rodionov. Buona disposizione che resta intatta, sebbene proprio a Barnaul mi abbiano condotto in manette a sirene spiegate all'alba del 9 aprile i cekisti. E da l mi hanno imbarcato sull'aereo per Mosca, circondato da cekisti con la pistola in pugno. Ma la simpatia per la citt resta.
Barnaul  collegata alla Russia da due treni diretti. Uno mi sembra che passi per Petropavlovsk, la Petropavlovsk che sta in Kazakhstan. Dio ve ne guardi. Meglio, se avete qualche soldo in pi, arrivate a Novosibirsk in Transiberiana, e poi trasferitevi dalla stazione ferroviaria a quella degli autobus. L mettetevi d'accordo con qualche taxista privato (scegliete sempre una macchina nuova), che per duecento dollari vi porter a vele spiegate alla citt meridionale di Barnaul in non pi di tre ore. A met strada di solito l'autista si ferma a pisciare e a bere un caff. Fategli compagnia.
Se ci andate in macchina, arriverete a Barnaul attraversando il grande Ob'. Se  primavera, troverete blocchi di ghiaccio accatastati l'uno sull'altro. Nel punto in cui il Katun' confluisce nell'Ob' si forma una specie di banchisa. Dal ponte sull'Ob' si pu vedere l'edificio della stazione fluviale e il parapetto del lungofiume.  quello il luogo per eccellenza delle passeggiate. La gente di Barnaul vi accorre in massa a bersi una birra e a guardare il fiume, sul quale la corrente trascina grandi tronchi, e a volte anche pescatori sopra pezzi di ghiaccio che urlano disperati. L'altra riva dell'Ob' non  alta, non  bella e spesso paludosa, ma  lontana, e gli abitanti di Barnaul si consolano con il fatto che il loro fiume  largo. Anche i membri del Partito nazionalbolscevico vanno a passeggio in quel posto.
Giunto a Barnaul, non potevo fare a meno di recarmi anch'io alla passeggiata assieme ai membri del Partito nazionalbolscevico. Se non sbaglio, a presentarmi al dotto Rodionov dalla barba bianca era stato enja Bersenev, il responsabile del partito nella regione dell'Altaj. O almeno enja era presente durante la visita alla citt fatta con Rodionov. Nella storia locale un posto di rilievo spetta a Demidov, pupillo di Pietro il Grande e iniziatore dell'industria mineraria dell'Altaj: ne devo aver visto almeno due monumenti, con i lunghi boccoli di bronzo della parrucca che gli cadono sulle spalle. Attorno a Barnaul grandi montagne non ce ne sono, ma  la citt pi importante sull'Ob', e la pi vicina alle montagne e alle miniere dell'Altaj, quelle del triangolo Ust'-Kamenogorsk-Leninogorsk-Zyrjanovsk, che racchiude nelle sue rocce tutta la tabella di Mendeleev.  a quelle che mirava Demidov. E l'Ob', il Katun' e i loro affluenti erano nel XVIII secolo le uniche arterie praticabili.
Da quelle parti il sole picchia. Anche in inverno. Sulle montagne dell'Altaj ci sono molti pi giorni di sole all'anno che in localit balneari come Soci o Suchumi. Quindi  sud vero. enja Bersenev  pi un intellettuale di vaste letture che un rivoluzionario. Questo per noi non era un segreto, come pure le sue piccole debolezze personali. In citt  noto come giornalista, si sapeva anche che era il responsabile del nostro partito, e nulla pi. E in questo modo si  andati avanti per diversi anni, nessuno con maggior polso ed energia di Bersenev  comparso a Barnaul. Non che enja abbia polso, al contrario,  un biondino deboluccio con le lentiggini e gli occhiali. Non  un grande organizzatore e a fatica era riuscito nei tempi di miglior spolvero a raggruppare attorno a s alcune decine di nazionalbolscevichi. Ma noi a Mosca non ce ne davamo troppa pena, molte sezioni regionali avevano ricevuto l'impulso iniziale da intellettuali un po' imbranati, se non mezzi citrulli, ma poi i vessilli del partito erano passati in mano a persone pi energiche. Nell'aprile dell'anno scorso (2000) mi sono recato a Barnaul. In precedenza Bersenev era stato a Mosca per qualche suo impegno come giornalista.
Mi avevano seguito la mia guardia del corpo Nikolaj e il maggiore Saa Burygin. Era il mio primo viaggio nell'Altaj, una regione che mi interessava moltissimo. Strada facendo, mi ero gi fermato a Krasnodar e a Novosibirsk. A Barnaul siamo stati a dormire a casa di Bersenev (vi faccio notare che tutti e due i nostri compagni prematuramente scomparsi, sia Burygin che Zolotarev, avevano dormito da Bersenev). Volevamo partire il prima possibile, andare alla scoperta delle montagne. Ci hanno presentato due grandi conoscitori della regione. Uno era Zolotarev. Ma lui non aveva la macchina. Per cui abbiamo scelto il secondo. Abbiamo pagato l'anziano e distinto atleta canuto una bella sommetta, e quello ci ha portati a Bijsk, Gorno-Altajsk ( l'unica citt di un qualche rilievo alle pendici delle montagne), Manerok, Ust'-Kan e via dicendo, che  gi l'Altaj vero e proprio. Ci ha anche aiutati a trovare alloggio in un vecchio allevamento di api.
Prima di metterci in marcia eravamo andati a vedere l'Ob'. Con Bersenev e i nazionalbolscevichi di Barnaul. Abbiamo bevuto birra, c'era un vento veramente gelido. Lungo l'Ob' la corrente trascinava ancora qualche blocco di ghiaccio. La seconda volta sono stato a Barnaul che era gi maggio, di ritorno dalle montagne alla volta di Mosca. Il mio primo viaggio nell'Altaj non si  quindi protratto a lungo. Sono comunque riuscito a fare alcune influenti conoscenze. A Ust'-Koksa ho conosciuto il capo dell'amministrazione regionale Grecunikov, da cui sono andato a nome del deputato della Duma Michail Lapin, ho conosciuto Ovsienko, direttore di un complesso turistico a Ust'-Koksa. A maggio a Barnaul sono di nuovo sceso alla stazione fluviale sull'Ob' assieme ai ragazzi del Partito nazionalbolscevico. Ci siamo trattenuti un poco, abbiamo bevuto birra. Poi sono ripartito per Novosibirsk, e di l a Mosca.
A Mosca ho firmato un accordo con la casa editrice Limbus-Press, per la quale avrei scritto il Libro dei morti, impegno che ho rispettato nel tempo record di ventiquattro giorni. Ripresentatomi a Barnaul in agosto, ho saputo che Bersenev era stato interrogato dal locale FSB: Che  venuto a fare Limonov?. In citt s' sparsa la voce, per lo meno tra quanti erano vicini al Partito nazionalbolscevico, tra i loro parenti e conoscenti, che le mie visite nell'Altaj erano oggetto di sospetti. E che le persone che mi accompagnavano si sarebbero comportate in modo sospetto. Al che ho risposto che fino al 18 settembre 1996 avevo viaggiato in tutta libert, senza accompagnatori, ma dopo l'aggressione e la bomba alla sede del partito ero stato colto dal sospetto che alcuni rappresentanti del genere umano potessero volermi del male. Abbiamo comprato una jeep, di quelle che usano nell'esercito. All'albergo Altaj mi hanno riconosciuto, la jeep era sempre parcheggiata sotto le nostre finestre. Quella volta Burygin non l'avevo portato, doveva restare a Mosca per dar da mangiare alla famiglia. Era un ufficiale in pensione, e lavorava come guardia giurata per una chiesa. Era invece venuto con noi Zolotarev, l'avevo sedotto, letteralmente, strappandolo dalle braccia di una ragazza di Mosca. L'acqua dell'Ob', tornando indietro, si era trasformata prima nel Katun', poi nella Bija e nel Katun', poi ancora nel Katun', ed eccoci in viaggio lungo il torrente Koksa in direzione di Ust'-Koksa. Al complesso turistico anche Ovsienko ha confermato che quelli dell'FSB si erano interessati al mio arrivo. E un ragazzo del governo regionale, che la volta prima era venuto a portarci birra e pesce, Andrej agin mi sembra che si chiami, anche lui ha detto che i Servizi si erano mossi. Nonostante l'interessamento dell'FSB, Ovsienko ci ha sistemati nel suo albergo e il giorno dopo  venuto con un elenco di persone a cui avremmo potuto rivolgerci per trovare alloggio: Dmitrij Alekseevic Ketrar', direttore di fabbrica, o barone, come meglio lo si sarebbe potuto chiamare, era al primo posto di quell'elenco. Dopo di lui c'era Aleksandr Nikolaevic Cajka, esperto di caccia del distretto. Avevo intenzione di comprare una casa nell'Altaj. Ma l'Ob' gi non c'entra pi. L'Ob'  Barnaul. E poi continua il suo corso verso Novosibirsk.

Enisej
A Krasnojarsk ci sono andato verso la fine del 2000 per scrivere il mio libro su Bykov. Ho preso con me la mia bambina Nastja, lo scricciolo, come la chiamo sulle pagine del libro Caccia a Bykov. Da quelle pagine, con mio indicibile disappunto, un redattore che  arrivato a mettere le mani sul testo (l'autore  in prigione, non glielo pu certo impedire) ha tagliato alcune scene con lei (era come se mi avessero reciso il prepuzio, quando ho ricevuto il libro e ho scoperto lo scempio). Spero che l'editore riparer nella seconda edizione, rimettendo a posto tutto quello che riguarda la mia bambina.
 uno scricciolo perch l'ultima volta che l'ho misurata non superava i 157 centimetri d'altezza. Quando io ero gi in prigione, ha compiuto i diciannove anni. Lo scricciolo ha studiato per un anno alla facolt di Lettere e poi l'ha piantata. Scrive splendidamente storie orripilanti e con foto smozzicate delle riviste fa furibondi collage. E naturalmente non  mia figlia, sebbene l'abbia chiamata bambina.  la mia ragazza. Tra noi ci sono trentanove anni di differenza. La pi giovane Penelope della letteratura russa.
Arrivati a Krasnojarsk, dopo aver cambiato un paio di case, ci siamo sistemati in un appartamento all'angolo tra le vie Gor'kij e Lenin, proprio dietro il museo Lenin, o meglio il luogo dove viveva l'operaio al confino del quale Lenin era stato ospite nel 1897. Questa circostanza ha salvato quella casa di legno dalla distruzione quando hanno cominciato a costruire palazzi in tutto il centro. La casa  divenuta un museo.
Mi alzavo verso le otto, andavo in cucina, mi vestivo e cominciavo a scrivere. La temperatura era scesa moltissimo, c'era parecchia neve e in casa faceva decisamente freddo. Lo scricciolo sotto sei coperte se ne restava beatamente a sonnecchiare a letto. Io non avevo voglia di lasciare la mia tiepida bambolina, ma per il libro avevo gi ricevuto un anticipo e volevo concludere per tempo il lavoro cominciato. Parallelamente alla stesura dei primi capitoli del libro, continuavo a incontrarmi con i personaggi della tragedia di Bykov. Era un libro in presa diretta, il che permetteva di non aspettare di aver raccolto tutte le testimonianze. Avevo iniziato in ordine cronologico, dall'infanzia e dalla giovinezza di Anatolij Petrovic, e i materiali relativi all'infanzia e alla giovinezza li avevo gi raccolti, prima nella sua citt natale di Nazarovo e poi a Krasnojarsk. Del mio viaggio a Nazarovo assieme a Nastja c' qualcosa nel libro Caccia a Bykov. Nel libro ci sono anche le fotografie fatte da Nastja. Cos buffa, con un montone arancione con cappuccio, uno zainetto militare in spalla Nastja andava a fare la spesa. Vivevamo senza concederci nulla: come al solito, tutti i soldi finivano al partito. Di solito si comprava del pollo a 41 rubli al chilo o del salmone congelato, patate, riso, pasta, per me una bottiglia da un litro di vermut che costava tra i 40 e i 45 rubli. Gi sulle scale la si sentiva arrivare con il suo zainetto, in bocca un qualche gelato verde. Le guance arrossate. L'aspetto infantilmente raggiante nel suo caso era ingannevole: in realt nascondeva dentro un essere traumatizzato, sempre sulle difensive e pronto a mordere. La sua creazione pi lunga si intitolava La ragazza bull-terrier, quaranta pagine di osservazioni misantropiche sul mondo. Il suo cantante preferito era Marilyn Manson. Nel corridoio della nostra casa di Mosca avevamo il suo poster a colori in formato A2. Il suo eroe era Cikatilo, il mostro di Rostov, che chiamava familiarmente Andrej.  cos indifeso, diceva.
In citt erano cominciati i preparativi per Capodanno. Una volta ci siamo finalmente decisi a concederci una bella passeggiata, perch le avevo detto che in centro avevano scaricato dappertutto blocchi di ghiaccio, con i quali avevano cominciato a fare delle sculture. Persino delle lucertole. Ci siamo vestiti, abbiamo preso la macchina fotografica e siamo usciti. Lei si era messa calze pesanti, un vestito lungo, una giacca a vento e sopra il montone. E sotto il cappuccio pure un cappello di lana con i pompon. Ci siamo avviati per il prospekt Mira, abbiamo camminato a lungo e tutti congelati siamo sbucati sull'Enisej coperto di ghiaccio. Quando siamo arrivati a Krasnojarsk, il fiume gi era gelato. Purtroppo non avevamo fatto la strada giusta: volevamo sbucare sul fiume all'altezza dell'hotel Krasnojarsk, dove, come avevano detto alla TV locale, c'erano le pi belle sculture di ghiaccio. Non c'era niente da fare: siamo tornati sui nostri passi. Io ho sempre le mani molto calde, non porto mai i guanti. E lei aveva dimenticato a Mosca le sue manopole di lana, anche se si era preparata con grande cura per il viaggio, alla fine le aveva lasciate. L'ho presa per mano, e abbiamo ricominciato a camminare. Io in un cappottino di cerata grigia impermeabile (che non so quando ho avuto da Taras Rjabko in cambio di un paio di jeans Levi's). Con la barbetta, che mi faceva assomigliare a un nonno di provincia, e lei, in tutto simile a una nipotina. E pensare che quei due tipetti s'ingroppavano senza posa!
Finalmente il pap e la figlia (o il nonno e la nipote) sono arrivati all'hotel Krasnojarsk, dove ho immortalato Nastja sullo sfondo di giganteschi fiaschi, bicchieri, bicchierini e altre suppellettili di ghiaccio. Ci saranno stati 30 gradi sotto zero, per cui non ce la siamo sentita di attraversare il vialone e scendere all'Enisej gelato. Siamo tornati a casa. Lungo la strada abbiamo comprato vermut e da mangiare. A casa ho preparato un pollo alla casseruola. Ce lo siamo divorato, Nastja ha assaggiato appena un sorso dal suo bicchiere, io ne ho bevuti due o tre. Poi abbiamo sistemato il letto, ci siamo sdraiati, ci siamo abbracciati, io le ho tolto la camicia da notte che le aveva mandato mia madre e, come dicono nei vecchi, rispettabili romanzi, non c' stata coppia al mondo pi felice di loro.
Capisco adesso che vivevo in Paradiso. Potevo guardarla piena di sonno scendere dal letto e brancolare verso il bagno in camicia da notte, senza aprire gli occhi. E come si veste la mattina. Si infilava tutto distesa: le mutande, le calze, i pantaloni. Quando ci hanno portato una stufa, di cui devo ringraziare Irina Mianeva, e la temperatura dell'appartamento si  fatta pi sopportabile,  stato finalmente possibile coprirsi con una quantit inferiore di coperte e vestirsi senza tremare troppo. Per vestirsi, dunque, agganciava le mutandine a un piede, sollevava le gambe, le faceva dondolare in aria, e poi tirava su le mutande e tutto il resto per le sue dolci coscette. Ci facendo, potevano uscirle le parole pi sboccate se l'operazione non procedeva con la velocit auspicata. Animava gli oggetti, e se urtava un tavolo, lo aggrediva: Vigliacco, come ti sei permesso! e gi una scarica di insulti. Ancora bambina, ma gi una donna dal carattere forte, un essere veramente speciale. In lei a ogni passo, in ogni movimento e sguardo si avvertiva la santit. A tratti quella dei santi folli russi. Proprio cos, immagino, doveva essere Giovanna d'Arco. Ho avuto un'enorme quantit di donne. Ma tra di loro mai ce n' stata una cos.
Al mattino il mio scricciolo beveva un t leggero versandolo nel piattino, come le vecchiette. Beveva a lungo e con cura. Nei primi tempi che stava con me al mattino mangiava, ma poi, seguendo il mio esempio, ha smesso di fare colazione. Dalla cucina passava nella camera, dove si sedeva a un grande tavolo e, contorcendosi tutta e parlando da sola, si dedicava a due tipi di attivit. O leggeva il volumone di Fomenko e Nosovskij Nuova cronologia della Russia, dell'Inghilterra e di Roma, oppure scriveva con accanimento. Ha scritto a Krasnojarsk alcuni quaderni interi, ma il risultato non me l'ha voluto far vedere. Da dietro, mentre stava seduta, le si vedeva il collo sottile, la lunga, sottilissima coda che le scendeva sulla nuca. La mia biondina l'ho rasata a zero diverse volte, lasciandole solo questo codino.
Di solito ci riunivamo verso le tre. Chiacchieravamo, ci divertivamo, io preparavo da mangiare. Lei faceva la civetta. Gli occhi tondi grigioazzurri, il naso curioso, il rossore sulle guance... Domani il mio avvocato Sergej Beljak la porter a una conferenza stampa, dove parler come compagna di Limonov assieme allo stesso Beljak e a Genrich Padva. Presenteranno il mio libro Caccia a Bykov, quello stesso che ho scritto in sua presenza sulle rive dell'Enisej.
Ha diciannove anni, ed  in una situazione molto difficile. Come altre prima di lei,  la moglie sola di uno scrittore russo. La pi giovane di tutte. Il suo man, che assomiglia a un Grande di Spagna e al capitano Nemo, sta chiuso in prigione.
* La citt di Kiel e la sua Universit si trovano realmente in Germania [N.d.R.].
** Al lettore italiano credo non sia particolarmente indispensabile la traduzione di questi, come di altri termini stranieri, che invece  di solito inserita a pi di pagina dai redattori russi. Sarebbe invece l'inglese di Limonov a necessitare di interventi redazionali dai quali ci siamo astenuti nella quasi totalit dei casi per non alterare il tono di impulsiva irruenza e improvvisazione di un testo che si propone dichiaratamente come non dotto [N.d.T.].

Laghi, stagni, paludi

Lago nei pressi di Georgievsk
distretto di Stavropol'
Bisognava andarci in autobus, e poi passare a piedi davanti alle baracche del battaglione del genio. Nel 1997 questo battaglione malmesso, dietro la sua recinzione ondivaga, era l'unica difesa della citt di Georgievsk dai nemici. Mi sembra che quel posto si chiamasse il Gabbiano, era in mezzo a ruscelletti luridi e vegetazione marcescente sprofondata nel sudiciume: mentre gli passavamo accanto, i soldati restavano immobili in pose assurde. Non ce n'era nessuno che stesse con le mani in mano, tutti andavano da qualche parte, scavavano.
Quello che ho chiamato recinzione ondivaga erano, piantate l in mezzo al bosco, staccionate di quelle che usano i contadini per non far scappare i cavalli, e pi avanti del filo spinato: tutto, insomma, quello che poteva servire a non far disperdere i soldati. Una settimana prima ero riuscito a penetrare nella gloriosa guarnigione. Nelle mie vesti di candidato per le elezioni supplettive nel distretto di Georgievsk. Dentro avevo trovato esattamente quello che c'era fuori: calura, pigrizia, soldati che trasudavano energia sessuale e bellica, e ufficiali messi a guardia di quell'energia.
In realt passavamo di l per andare a fare il bagno. In testa c'era Saka Titkov, il responsabile delle nostre strutture di partito a Georgievsk, alle sue spalle Aleksej Cvetkov, segretario editoriale del giornale Limonka, io, Mika Chors, la mia guardia del corpo, e un ragazzotto del luogo, il manovale Nikolaj. Chors e Cvetkov erano arrivati con me da Mosca. Il fatto  che un po' di tempo prima aveva tirato beatamente le cuoia, dopo lunga e penosa malattia, il deputato alla Duma per il distretto di Georgievsk, ex presidente di un kolchoz, il nome non me lo ricordo. Per il 15 settembre erano state fissate le elezioni supplettive. Per questo il 13 settembre, quando la campagna elettorale era gi ufficialmente chiusa, avevo finalmente deciso di concedermi una nuotata dopo sette settimane di sgobbo. La prima volta in quel luogo singolare c'ero stato gi in luglio. Poi ero tornato brevemente a Mosca, per ricevere la seconda parte dell'anticipo per un libro (era la raccolta di opere in tre volumi per l'editore Vagrius, se non sbaglio), e subito ero ripartito per quelle terre infernali. Per quelle elezioni ci ho rimesso una ragazza: e che ragazza! Parlo di Liza. Ma se pensate che me ne sia pentito, vi sbagliate. Di ragazze se ne trovano sempre di meglio, finch non ci bacer in eterno quella con i denti di brillanti e le cosce di cigno, la Morte!
Ho attribuito al circondario di Georgievsk l'aggettivo singolare perch a nord di questo lembo orientale della regione di Stavropol' si stendono le steppe e le saline della Calmucchia, a est confina con l'inquieto Dagestan, e a sud-est con la Cecenia indipendente. Allora, nel 1997, il confine con la Cecenia correva per il distretto di Kursk, nelle aride steppe a ridosso del villaggio di Galjugaevskaja, aveva l'aspetto di una trincea mezza franata scavata nel terreno sabbioso, larga due metri, profonda un metro e venti. I ceceni rubavano continuamente bestiame, e spesso rapivano qualcuno, a volte dei semplici trattoristi. Se completiamo il quadro geografico collocando a sud e a sudovest del distretto di Georgievsk l'Ossezia e la Kabardino-Balkaria, si fa ancora pi chiaro con che territorio abbiamo a che fare. Nella Kabardino-Balkaria mi ero addentrato per sbaglio per una trentina di chilometri in agosto. Posti cupi. A mettere i puntini sulle i potremmo aggiungere che al mio distretto era stata accorpata anche la citt di Budnovsk, quella dove i ceceni avevano preso in ostaggio un ospedale intero.
A dire il vero c' sempre tempo per aggiungere puntini. Qui in prigione, su sedici ore di veglia, ci viene somministrato un men radio di questo tipo: otto ore di Russkoe radio, tre ore di Echo Moskvy la mattina, dalle tre alle cinque ore di Europa plus e un paio d'ore del primo canale di Stato: ma anche tra questi cibi non prelibatissimi c' un posticino per le notizie, e talvolta sono notizie dal mio ex distretto. Saranno un cinque giorni che ho sentito che a Neftekumsk hanno arrestato un comandante ceceno (anche se sono un nazionalista russo, sono solidale con lui. Anch'io sono prigioniero, e per di pi della mia gente). Neftekumsk me la ricordo perfettamente, era nel mio distretto. Ci sono due testone di cemento che spuntano dal deserto. Due teste gigantesche, una di un russo e una di un calmucco. Uno spettacolo surreale. Costruita all'epoca sovietica in mezzo al deserto, privata del potere sovietico, Neftekumsk sta ora per essere inghiottita dal deserto. In quella citt ho tenuto un comizio davanti agli elettori, che erano gli ufficiali del reggimento motorizzato. Neftekumsk  gi infuocata, come tutto il Dagestan. Ci soffia un vento bollente.  un posto molto adatto per un amante della carne di montone e del Corano come me. E vi si coltivano delle eccellenti uve a maturazione anticipata...
Quella volta siamo passati in fretta accanto al Gabbiano, abbiamo tagliato per un bosco rado, siamo sbucati su una strada asfaltata e l'abbiamo seguita verso sinistra. Dopo un chilometro abbiamo attraversato un torbido corso d'acqua su un ponte sufficientemente scalcagnato, abbiamo poi preso a destra e siamo arrivati alla stretta estremit di un lungo lago. Non si vedeva neppure dove finisse, dall'altra parte. Titkov ha gettato il suo sacco di plastica sulla spiaggia, annunciando che il lago era stato comprato da un uomo d'affari locale. E in quell'esatto istante ci  volato sopra un airone, o un'oca, o forse un uccello ancora pi grosso, sbattendoci quasi in faccia le sue nude zampe rosse. Ne ho un ricordo chiarissimo, di quegli zampotti rossi disneyani distesi in aria. Un'oca? Probabilmente era un airone. Ci siamo sdraiati sulla sabbia.
Sono comparse le grasse cosce di Cvetkov, bombate verso dentro e lise una contro l'altra. Normalmente questo  un difetto che hanno le donne in carne. Ho pensato: Che mollaccione! Non gli farebbe male un po' di sport..., ma non ho detto nulla e non ho tratto conclusioni. Per avrei fatto bene a trarle. Un uomo con un tale fisico deve avere anche altri difetti. Queste sue cosce cellulitiche si sono mutate in tradimento la primavera dell'anno successivo, il 1998. E ha tradito nient'altri che me. Se n' andato assieme a Dugin. Pi tardi Dugin si  liberato, uno dopo l'altro, di tutti quelli che l'avevano seguito, e di Cvetkov pure. Con un qualche stupido pretesto. Per togliersi di torno Maks Surkov ha detto che gli dava disgusto la gente con i tatuaggi, e Maks di tatuaggi era quasi coperto. O Saa Dugin mio, archetipo del traditore, come ti ci crogioli in quest'antico ruolo!
Siamo entrati in acqua in un punto dove c'erano meno alghe. Tra i giunchi alcuni ragazzini pescavano con la canna. Il nostro manovale Nikolaj  andato ad aiutarli. Gli riusciva cos bene che i pesci saltavano fuori dall'acqua uno dopo l'altro, procurando un danno ininterrotto al proprietario. Naturalmente il detentore della propriet privata non era troppo rigido con i giovani bracconieri armati di canna da pesca.
Non c'era proprio nessuno che facesse il bagno. Delle due l'una: o i cosacchi di Georgievsk se ne fregavano bellamente dei bagni in quanto tali, o forse avevano paura del nuovo imprenditore. Oltre che per la mia partecipazione alle elezioni supplettive per la Duma, Georgievsk  anche famosa perch nel 1777 vi  stato firmato il patto per l'unione della Georgia alla Corona russa, allora indossata da Caterina II.  per questi due episodi che Georgievsk sar celebrata in eterno e rimarr nella Storia. In citt c' un monumento che ricorda l'adesione della Georgia all'Impero russo.  in periferia, non lontano dal carcere minorile.  un alto monumento di cemento spelacchiato, che assomiglia a un compasso richiuso. O anche alla ghigliottina che avevo visto molti anni fa a Parigi a una mostra di strumenti di morte e di tortura. Una ghigliottina che era stata in attivit fino al 1981 (quando i socialisti hanno abolito la pena di morte) in quel di Lione. Senza interruzioni.
Torniamo al lago, e notiamo il cielo grigio con squarci di sereno, il sole, il 13 settembre. Fa caldo, voli di uccelli con le gambe a penzoloni. C' appena stato uno scroscio di pioggia, e ancora ce ne saranno. Ho un certo qual languore, attendo conferma ai miei peggiori sospetti. Dieci giorni prima avevo fatto un sogno premonitore del tutto particolare. Sogni del genere mi capitano a distanza di alcuni anni. Gli americani hanno una parola per definire chi  cos sensibile alle onde elettromagnetiche: sarei uno psychic, cio qualcuno in grado se non di prevedere il futuro, almeno di sentirlo arrivare. Nel sogno premonitore fatto all'inizio di settembre avevo visto me e Liza, che avevo lasciato a Mosca, nelle vesti di due pesci che nuotano in acquari separati. Non rimaneva che aspettare il giorno delle elezioni e tornare poi a casa sul treno Vladivostok-Mosca per sincerarmene.

Stagno di Tjuren'ka - Char'kov
Ce ne stiamo tutti sdraiati in alto, sugli scomodi declivi, verdi o brulli, alla rinfusa: bambine, bambini, genitori. In basso, recintato, con i pontili, con un trampolino per i tuffi e i viottoli, lo stagno. Lo limitava una recinzione di ferro quasi a pelo d'acqua. Le sbarre erano spezzate in pi punti, per cui bastava attraversare la strada d'asfalto che contornava l'intero perimetro dello stagno per infilarsi in uno di quei buchi e tuffarsi nell'acqua bruna. In alto a molti livelli e anche immediatamente dietro la recinzione crescevano numerosi alberi. Per questo la superficie dello stagno era sempre in penombra, e sembrava scura. Nell'infanzia mi sorprendevano i dettagli, ricordo che nell'acqua nuotavano e schizzavano a centinaia e a migliaia pesciolini e girini. L'acqua pullulava di pesciolini e sull'acqua volavano libellule, vespe, zanzare, ogni sorta di piccoli insetti.
I militari in quegli anni, come oggi, non amavano lo sport, e mio padre non era un'eccezione, me lo ricordo con le mutande nere e una calvizie precoce che s'infila in acqua, nuota un poco, sbuffa. Mia madre con il costume intero sguazza vergognosa, altri l intorno entrano in acqua strillando. Vedo tutto quanto come fossero istantanee appese sulla parete della mia cella.
Bisogna spiegare che quello stagno era stato costruito vicino a una sorgente di acqua minerale. C'era un tubo che spuntava dalla roccia, e d'estate, verso sera, arrivavano a frotte con taniche e borracce gli abitanti dei dintorni. La costruzione, del resto, non era stata molto impegnativa. Era bastato scavare, togliere un po' di terra con il bulldozer. In quel punto c'era in realt un grande avvallamento naturale, e le pendici erano fortemente scoscese. Dopo il vecchio cimitero ebraico il sentiero praticamente precipitava in basso, fino alle prime case di Tjuren'ka, e poi di nuovo in basso. Gli abitanti di Tjuren'ka andavano orgogliosi della loro Svizzera in mezzo alla steppa. E persino in quegli anni stavano attenti agli estranei. Volevano controllare il loro luogo di delizie, la loro Svizzera dei poveri. Proprio l di fronte, sulla via che correva subito dietro il trampolino per i tuffi, viveva il pi noto dei capibanda locali, signore di tutti gli abitanti di Tjuren'ka negli anni 1955-60, un ragazzo con la barba lunga soprannominato Asso.
A Tjuren'ka c'erano anche gli zingari. Quando cominci a vivere da ragazzino allo stato brado, non c' giorno che qualcuno non attacchi briga con te, o tu con qualcuno. Un continuo rincorrersi di sfide. Pi di tutti mi faceva imbestialire lo zingaro Kolja. Una volta si era messo la mia maglietta blu e non me l'aveva ridata. Bassetto, le gambette sottili con cosce grasse, il petto largo, se n'era andato con la mia maglietta in mezzo alla folla dei bagnanti. L'ho incontrato solo l'estate successiva. Ma io ero gi pi furbo. Avevo ormai tredici anni, l'ho preso da dietro le spalle e gli ho spiegato che l'estate prima mi aveva preso la maglietta blu, e adesso desideravo riaverla indietro. O avere in cambio per esempio quella camicia, di cui avevo afferrato e tirato un lembo. La camicia era colorata, con disegni che sembravano quasi palme, non sovietica, lo zingaro Kolja sicuramente l'aveva rubata, forse sulla spiaggia della citt. Ma che vuoi? aveva cominciato interdetto. Le gambe lo zingaro ce le aveva pi forti, e le sopracciglia gli si erano infoltite, il petto era pi largo. La gente del sud matura in fretta. In compenso io ero pi intelligente di lui. Sanja - ho chiamato - vieni un attimo, per favore. Qui c' una piccola questione. Sanja Krasnyj, diciannove anni, novanta chili, imponente, con l'asciugamano annodato in testa come un turbante, l'anello con un teschio sul pollice,  venuto verso di noi. Durante l'inverno avevamo talmente legato che andavo sempre a casa sua: da Sanja, da zia El'za e da Svetka. Per Sanja ero come un fratello minore, un attendente, persino un complice (ci avevano fermati una volta per una cosa veramente da nulla, e subito ci avevano lasciati andare). Sanja si  avvicinato. Si  strofinato l'anello sul costume. L'ha fatto scintillare al sole, orgoglioso.  avanzato con il petto da ricattatore contro lo zingaro. Quello aggrottando le sopracciglia si  tolto la camicia e me l'ha data. Da quel momento gli zingari di Tjuren'ka hanno cominciato a salutarmi. Fino a quando Sanja non  stato messo dentro per tre anni.
Mi ricordo come fosse oggi quel primordiale, atavico primo stagno della mia vita. Ricordo tutte le formiche, le libellule, le api, le vespe, le mosche, le zanzare, i pesciolini, tutta quella congrega di insetti che ci pungevano sulle ripide scarpate attorno allo stagno. Ci pungevano negli anni Cinquanta. Negli anni Sessanta ci pungevano gi altri insetti, in altri specchi d'acqua. A nuotare ho imparato non nel nostro stagno. Mi ha insegnato a nuotare Saa Cepiga, elettricista, Dio l'abbia in gloria, nel ruscello Staryj Saltov, che sar stato largo dieci metri. Sulle rive pascolavano le mucche e le capre, le loro padelle e palline decoravano le pi che modeste sponde spelacchiate. Insegnava a nuotare a me, e insieme anche a suo figlio, Vit'ka.
Se avessi adesso la possibilit di camminare lungo quell'infelice laghetto, mi sembrerebbe un basso, ordinario, squallido, sconcio specchio d'acqua russo di piccole dimensioni. Ma quando non sei ancora cresciuto e stai accanto a tuo padre, e gli arrivi al petto, tutto quell'anfiteatro, lo stagno pullulante di gente che prende il sole ti sembrano la culla dell'universo. Dal tubo coperto di muschio colava l'acqua, strillavano gli uccelli e gli umani. Far ridere, ma da tutto questo caravanserraglio di vita emergo, dopo una cinquantina d'anni, solo io. Se non ci fossi io, a chi cavolo fregherebbe qualcosa in tutta la Russia di quello squallido laghetto? Due terzi di quelli che pisciavano nelle sue acque, che friggevano l accanto tra i cespugli, che flirtavano, sudavano, che dormivano fischiando ciucchi su stracci, che rubavano ai vicini i pantaloni e le stuoie sono morti. Ma che dico due terzi: tre quarti, o forse quattro quinti! Le ragazze che immergevano le cosce, il petto e le passerine in quel brodo di animaletti si sono dissolte, e quelle che sono vive sono ragane squacquerate. Approfitto dell'occasione per gridare a tutti quei merdosi: Chi cazzo siete! Chi? Non contate un cazzo, come i pesciolini nell'acqua, siete scolati nelle fogne della vita. Conta solo quello strano ragazzino con il costume che vi sta guardando. E che vi noti, sollevando lo sguardo dai pesciolini, dalle lucertole e dai girini. Se non vi nota, non esistete.

Paludi del delta del Dnestr
vicino al confine con l'Ucraina
Quando io e Vlad abbiamo lasciato la guerra, ci hanno organizzato una festa d'addio. Proprio cos: spinti da circostanze esterne, io e Vlad siamo stati costretti ad abbandonare la guerra che tanto amavamo. E pensare con quanta gioia, quanto ardore eravamo arrivati in guerra sulla corazza di un blindato del battaglione Dnestr insieme a un branco di giovani belve in uniforme nera! Siete mai andati in giro per una citt in carroarmato, assieme a giovani belve? Il ferro delle armi s'infiamma sui corpi. No, non ci siete andati? Be', allora siete delle mezze tacche, niente di pi. Ci si sente un guerriero di Alessandro che ha conquistato l'India. Ignota, misteriosa, dove ballano donne nude, rosse, e soffiano nelle conchiglie guerrieri dai lunghi capelli con decorazioni bianche sul volto.
La festa d'addio ce l'hanno organizzata sul delta. C'era il sempre cauto e controllato evcov, agente dei Servizi segreti, ex poliziotto in Lettonia, gi allora colonnello, poi generale, c'era il capo del KGB nella Repubblica Moldava del Transdnestr, un alto dirigente del ministero dell'Interno di quella repubblica, il procuratore, e poi comandanti militari di minor rilievo ed et. Eravamo in un'izba su palafitte affacciata sull'acqua. Una casetta con l'ormeggio per il motoscafo. Soldati in mezzo alle erbe di palude facevano la guardia a tutti gli accessi. Quelli del ministero dell'Interno e il procuratore si erano industriati a preparare una zuppa di pesce, il vinello moldavo e l'acquavite scorrevano a fiumi. Si mangiava una quantit indescrivibile di carne. Tutti i convitati, Vlad compreso, hanno rivelato stomaci capienti come quelli dei cormorani, dei pellicani e di altre bisacce volanti, che si ingozzano mettendo in serbo cibo per il futuro. Io lo stomaco con il doppio fondo non ce l'ho, del che mi  rincresciuto allora e amaramente mi rincresce adesso. Quanto  avanzato, da bere e da mangiare! Quanto buon vino rosso scuro, che bei pezzoni profumati di pesce e carne marinata!
Non sapevo ancora che gli uomini di evcov avrebbero fatto fuori Kostenko qualche giorno dopo. Guardavo in faccia il colonnello con tranquillit. Ancora non sapevo che nel 1994 Sergej Kiricenko sarebbe morto misteriosamente pulendo la pistola: quell'ufficiale ben piantato continua a sorridermi da una fotografia che mi sono ritrovato, nella quale c' anche evcov, con in mano un mazzo di cipolle. Neppure sapevo,  chiaro, che nove anni dopo sarei finito in prigione. Nei canneti gli uccelli urlavano felici, il sole si nascondeva tra le nuvole ucraine per poi riaffacciarsi a illuminare le acque della Repubblica separatista Moldava del Transdnestr. E se ne stavano nascosti nella palude i robusti soldati di guardia alle baldorie dei loro capi.
Come dicono gli americani in situazioni del genere, we had a good time. Poco distante andava e veniva dai colloqui di pace il generale Lebed', appena designato comandante della 14a divisione. Si tessevano intrighi. Dall'Ucraina da poco indipendente i rappresentanti dei distretti militari confinanti si presentavano a Lebed' e promettevano di scatenare un quarantotto. Nessuno si era ancora abituato alle indipendenze, a quegli Stati poppanti di otto, nove mesi. Il successo della rivolta del Transdnestr aveva mostrato la strada da percorrere. Ancora nessuno aveva capito Lebed'. Ancora per un pezzetto evcov sarebbe stato infatuato del generale dalla voce da basso, solo pi tardi alla loro amicizia condita di bevute fraterne sarebbe subentrata una feroce ostilit.
Noi quindi si discuteva di Lebed', del presidente della Repubblica Moldava del Transdnestr Smirnov, delle trattative di pace, della Moldavia, dei rumeni, della televisione rumena, del vino moldavo, del destino delle celebri grotte da vino di Krikov, della qualit delle armi. Ho chiesto informazioni, mi ricordo, sulla pistola da generale che mi aveva regalato il comandante del battaglione Dnestr. Criticavamo anche El'cin, Gajdar, Mosca.
Di tanto in tanto qualcuno scendeva su un gommone e si allontanava per un po' remando, perch assieme al sudore uscisse anche l'acquavite e si potesse continuare a bere vino e acquavite. Sono sceso anch'io e mi sono fatto il bagno nell'acqua calda, odorosa di giunchi. Il canotto era giallo. Nonostante l'apparente cordialit e trasparenza, molte cose si tenevano nascoste. Quando Vlad ci ha voluti immortalare, hanno tolto dall'inquadratura tutte le armi, e met dei convitati non ha voluto proprio farsi fotografare.
E come avrebbe potuto essere altrimenti? Erano tutti dei Servizi, la diffidenza ce l'avevano nel sangue, con loro non si poteva essere amici. Gi di sera tardi, mentre ci portavano a Tiraspol in macchina, evcov, che si era addormentato, si  svegliato all'improvviso e ha ordinato di fermarsi, di tornare indietro e prendere un'altra strada. Nella notte moldava assolutamente buia e piena di odori si sentivano spari isolati.
Nell'ottobre del 1994 hanno ucciso Kiricenko, inventandosi un incidente mentre puliva la pistola, e pi tardi hanno scritto che era un trafficante d'armi. Pi o meno nello stesso momento i loro rivali hanno cominciato a mettere alle strette e ad arrestare gli sbirri provenienti dalle Repubbliche Baltiche che avevano organizzato lo Stato del Transdnestr. evcov stesso si aspettava di essere arrestato, ma se l' cavata. Quindi non  sufficiente portare a termine con successo una rivoluzione e fondare uno Stato. Pi tardi bisogna anche difendersi dagli ex amici. E difendersi fino alla morte.

Minuscolo laghetto a Pietroburgo
O quant'era cupa e minacciosa! Ce ne stavamo seduti davanti a un laghetto verde di muschio nel debole sole di maggio a Pietroburgo, e lei mi rovesciava addosso una valanga di disprezzo. Chi ha insegnato tanto disprezzo a un essere cos piccolo, uno scricciolo, si potrebbe dire? Nessuno, tutto da sola, l'istinto, anche se pu darsi che abbia avuto occasione di allenarsi: il padre beveva. Diciassette anni, pantaloni dell'esercito con tasche cucite sopra, i capelli sciolti, un berrettino, un piccolo zaino.
Eravamo arrivati in citt la mattina del giorno prima. Ci erano venuti a prendere quelli del partito. Le avevo promesso, ora che aveva finito la scuola, di portarla a vedere la citt sulla Neva. Non c'era mai stata prima. Ma avevo fatto l'errore di lasciarmi coinvolgere dagli affari di partito. Avrei dovuto venire appositamente per gli impegni politici, prima o dopo, senza mescolare pubblico e privato.
Il deputato del Consiglio comunale Leonov mi aveva dato le chiavi del suo appartamento di servizio nell'albergo Oktjabr'skaja. Ma appesi alla chiave mi ero ritrovato anche una mezza dozzina di attivisti pietroburghesi. La cosa era andata avanti fino a notte inoltrata, e quando se ne sono andati ho trovato il mio severo angelo steso sul secondo letto che guardava la televisione. Mi sono seduto accanto a lei.
Sei ubriaco mi ha detto severo l'angelo.
Nastik, - ho detto io - a me non succede mai di essere ubriaco, sono stato costretto a passare la serata con il gruppo d'assalto di Pietroburgo, come amano definirsi. Ce ne sono molti che ormai non partecipano neanche pi alle attivit politiche, ma all'inizio hanno fatto molto per dare il primo impulso al partito. Non potevo mandarli via.
E quindi ti ci sei messo a tracannare insieme ha detto l'angelo incattivito e con una pedata mi ha messo senza mezzi termini fuori dal suo letto. Tutti i tentativi di pacificazione non hanno avuto esito. Mi sono messo a dormire da solo nel mio letto. Addormentandomi, sentivo di tanto in tanto i suoi singhiozzi rancorosi.
Al mattino le ho proposto di svignarcela e andare da soli in giro per la citt. Alle sei del pomeriggio avevamo fissato una manifestazione non autorizzata al muro del pianto, davanti ai grandi magazzini Gostinyj dvor, proprio all'uscita del metr: mi sarei presentato direttamente l.
In maggio in Europa fa sempre freddo. Non solamente in Russia. Quel freddo l'avevo notato ogni anno anche a Parigi: prima lascia gemmare i castagni, e poi il freddo immancabilmente cala sulla capitale della Francia verso la met di maggio, o alla fine, e rimane per alcune settimane. A Pietroburgo faceva freddo. I pantaloni di cerata, gli stivali inglesi, una camicetta annodata sotto la gola, un pulloverino, il berretto, i capelli. Quando aveva sedici anni gliene davano undici, pi tardi tredici. Ed era stata punk dalla prima elementare, l'aveva coinvolta il fratello, di quattro anni pi grande. Cio con quella faccetta innocente di bambina era pronta a fare qualsiasi porcheria. E adesso ce l'ha con me.
Tutto il giorno avevo cercato di farmi perdonare.
Ferma l, benissimo, signorina, ecco un eccellente monumentuccio,  Ercole: l accanto alle possenti palle coperte dalla foglia di fico, tra i lombi dell'eroe, il suo visetto biondo far un figurone. Molto bene, cos, clic! Oh, gradirebbe forse, signorina, essere immortalata sullo sfondo di questa cattedrale dedicata allo zar assassinato, fatto saltare in aria dai crudeli terroristi? Ma la prego! Mi accovacciavo. Mi mettevo gi in ginocchio sulla terra gelida, mi trattenevo, per paura della sua ira, e non tiravo fuori la fiaschetta piena del pi delizioso distillato casalingo. Perch a Pietroburgo fa sempre freddo, e tirava oltretutto un vento penetrante, e se pure la sera prima non ero ubriaco,  molto raro che io sia ubriaco,  la prima volta che me lo diceva da quasi un anno che ci conoscevamo, avrei comunque bevuto con piacere per riscaldarmi.
Girando attorno alla cattedrale dello zar assassinato abbiamo trovato, all'ingresso di un piccolo parco, uno studente del conservatorio alto e pallido che suonava al violino Il tango della morte. Gli ho gettato una invitante manciata di rubli, impetrando il perdono della piccola ragazza severa che mi rimproverava il mio comportamento amorale. A me, lavoratore e leader del partito! Ci siamo addentrati nel giardino e ci siamo seduti su una panchina davanti a un piccolo laghetto verde, minuscolo, come Nastja. Cos siamo rimasti in silenzio per un po'. Poi ho ammesso di avere freddo sul serio, proprio da battere i denti, e ho suggerito che sarebbe stato meglio cambiar posto, sederci proprio sulla riva del laghetto, dove batteva il sole. Sulla nostra panchina, sotto le chiome degli alberi, il sole non arrivava.
Bisogna bere di meno ha borbottato lei, ma comunque si  alzata.
Ci siamo seduti sui talloni, a un passo dall'acqua. Accanto alla riva scorrevano lentamente i petali di fiori gialli. Ce n'erano molti. Non si capiva chi li avesse staccati e gettati in acqua. Vicino alla riva di quei fiori non ce n'erano. I petali neppure scorrevano, perch non c'era corrente, ma flattavanocome si dice in francese.
Nastja ha preso un rametto e si  messa ad allontanare pian piano i petali. La nostra punk ha mani aggraziate, curate, le piccole dita bianche e sottili, ogni unghia dipinta di due colori diversi: met rosa e met nera.
Le ho chiesto lo zaino per sedermici sopra. Ho tirato fuori la mia fiasca e ho dato una sorsata, facendo preventivamente stridere i denti e dicendo ad alta voce:
Che accidenti di freddo!
Fintone! ha ribattuto lei, senza girarsi.
La guardavo, il sederino di cerata, i tacchi nell'erba, il biondo chiaro dei capelli sciolti sulle spalle, il piccolo orecchio trasparente sotto il sole. Nel 1982 a Parigi avevo scritto il romanzo Gli ultimi giorni di un Superman, dove il protagonista, che ha quarantacinque anni, fa la conoscenza di una ragazzina punk di quindici, e tra loro nasce una relazione. Nel 1995, senza pi un centesimo in tasca, ho venduto il romanzo all'editore Eksmo per quattromila dollari. L'azione del libro si svolge a Parigi, il protagonista finisce ammazzato dalla polizia. Nel 1998, quando avevo cinquantacinque anni,  comparsa nella mia vita Nastja, di sedici... Ho cominciato a mandarle segnali, a chiamarla, a evocarla, ed ecco che  arrivata.
Un piccolo orecchio trasparente sotto il sole... La mia prosa fa paura. Ho predetto la mia vita futura. Gi con il Diario di un fallito sapevo misticamente tutto in anticipo, pensavo, guardando il piccolo orecchio trasparente sotto il sole. Nessuno ti potr mai allontanare da me, mia amata.
Vuoi bere, Nastik?
Non pensi a nient'altro che a bere, - ha detto con un sospiro - prendiamoci piuttosto qualcosa da mangiare. Ho fame.
Dalla mia diletta spirava gi un pochino meno di severit. Ci siamo alzati, una scrollatina, e in marcia. Per chi non ci conoscesse eravamo un pap con la figlia, quando il pap  premuroso con la piccola. Ma la mano non me l'ha data.
Non lontano dall'Ammiragliato abbiamo trovato una tavola calda seminterrata, dove non mancava proprio nulla, perch il proprietario era un armeno. Io ho bevuto del vino rosso. E ci siamo fatti fuori tre piatti ciascuno. Ci si  avvicinato uno sbirro travestito recandoci i saluti dei compari sbirri in divisa.
Lei  Limonov, vero?, i compari erano seduti in un angolo.
Esatto, sono venuto a mostrare a mia figlia la capitale del nord ho risposto io rispettosamente.
Qui c' molto da vedere per una ragazza, io stesso sono padre di due figli, vi auguro un buon soggiorno. E lo sbirro se n' andato.
Non mi piacciono gli sbirri ha detto il mio scricciolo.
Abbiamo pagato il conto e ci siamo avviati faticosamente verso l'Ammiragliato, per favorire la digestione. L ci siamo annidati su una panchina. Nastja mangiava un gelato e dondolava le gambe. Il sole scaldava, e in quel punto non c'era vento. Sulla lunga panca mi si  seduta accanto una donna che ha cominciato a pulire il naso a un bambino.
La sua quanti anni ha?
Undici ho risposto io senza battere ciglio.
Il mio solo sette. Cresce in fretta...
Tempo un'ora e ci si era formata attorno un'intera colonia di mamme con i ragazzini. Ma di pap c'ero solo io. Si  avvicinata, a dire il vero, anche una famiglia campagnola, marito e moglie con due bambini, ma se ne sono andati quasi subito. Tutti questi bambini correvano alla fontana. Anche la mia, e si  messa a fare fotografie. Alla manifestazione non autorizzata mancava ancora un'ora. La mia bambina  tornata, mi ha poggiato la testa su una spalla, e ci siamo illanguiditi per il calore.

Lago nella riserva Tigrovaja balka
Tagikistan
In Africa non ci sono mai stato, ma alla Tigrovaja balka ci siamo trovati davanti a una vera savana. Di giraffe non se ne vedevano, e se ci fossero state, gi da un pezzo le avrebbero ammazzate tutte i guerriglieri. I guerriglieri vengono qua a riposarsi, si inciuccano, poi, sbronzi, si mettono a sparare traccianti, e allora la savana brucia. Questo me l'ha raccontato un turkmeno dal viso di terracotta, uno dei capi locali, che era anche un cacciatore. Ho una fotografia dove ci stringiamo la mano, io nudo fino alla cintola con i pantaloni della mimetica e un berretto militare. Mi piacciono i popoli esotici. I tratti somatici pi impensabili mi procurano piacere, sarei ben contento di essere a capo di un reparto di soldati dall'aspetto totalmente folle.
Dopo esserci fatti la fotografia ci siamo messi seduti. Ci piacevamo. Io ero un russo come li descrivono sui libri,  raro incontrarne nella vita: il tipo sveglio, pronto, con l'esperienza dell'avventuriero coloniale. Di ferro, duro, risoluto, non pesante. Non di piombo, come la maggior parte dei russi. Nel bel mezzo di una lite potevo a un tratto mettermi a sghignazzare, far pace, togliermi i pantaloni e tuffarmi nel lago. Me ne andavo in giro per il mondo, scrutando tutto con curiosit dalla porta sul retro, rischiando la pelle. Ci siamo accomodati a bere alcol puro. Intorno i miei ragazzi mi osservavano con ammirazione.
Ci eravamo appena fatti il bagno in un eccellente lago caldo africano. Non bisogna dimenticare che da l l'India non dista molto. Il nome Tigrovaja balka, Valle delle tigri non era un'esagerazione poetica, le tigri se n'erano andate negli anni Sessanta, attraverso la frontiera con l'Afghanistan, per motivi noti alle sole tigri, ma non per il clima. Era come in Africa. Assieme all'ardito turkmeno ho ingollato alcol puro, accompagnandolo, senza fretta, con un sorso d'acqua. L'intera squadra dei volontari del Partito nazionalbolscevico ci fissava rapita. Nel momento pi cruento della guerra il turkmeno era stato costretto a sezionare i cadaveri, perch aveva studiato qualche anno medicina. Il turkmeno non era impazzito, sezionando i corpi delle vittime della guerra civile.  per questo che l'ho chiamato ardito. Era doppiamente ardito perch sapeva andar d'accordo sia con la 201a divisione motorizzata che con i guerriglieri dell'opposizione musulmana e con i soldati governativi di Imamali Rachmonov, e anche con quelle piccole formazioni armate, sbandate e prive di ogni controllo, che scorrazzavano per la sua savana. Al tempo dei sovietici tutto era pi facile, per questo il turkmeno benediva i tempi dei sovietici, ma se la cavava anche al giorno d'oggi.
L intorno il bamb veniva su beato assieme a palme a forma di lappole, con foglie cos grandi che a stenderne una sola sopra tre o quattro soldati addormentati non ne sarebbero spuntate neanche le gambe. Le formiche, ciascuna delle dimensioni di una mezza penna a sfera, attraversavano in bell'ordine la trave di una casa bruciata proprio sulla sponda del lago.
I guerriglieri - ha risposto alla mia muta domanda il turkmeno - si ubriacano e via con i traccianti: sono dei selvaggi.
Lui di suo era inaffossabile, l'alcol non gli faceva assolutamente niente. Sempre quegli occhi neri impassibili e quel largo naso benevolo sul volto di terracotta.
I suoi pescatori hanno tirato fuori dalle reti almeno sei irreali giganteschi pescioni, ognuno lungo un metro. Sembrava li avessero fusi in una fonditrice ad alta precisione. Ma muovevano le code. La Russia non doveva lasciarla andar via quella terra, doveva tenersela stretta, non fosse altro per un fatto estetico. Anche solo perch qui nei laghi vivono pesci del genere e cresce il melograno, frutto complicato, come celle d'alveare serrate a pugno, piene di pungente sangue rosso. Il turkmeno ci ha fatto vedere il suo frutteto, dove a maggio le pesche erano mature ormai da un pezzo, e i melograni avevano raggiunto le dimensioni di una piccola arancia. Poi ha lasciato entrare i miei ragazzi per mangiarsi la frutta. Quei ragazzi di Mosca vagavano nel frutteto a maggio come in sogno, scuotevano gli alberi schiacciati dai frutti. Poi, assieme ai soldati della 201a divisione, nel burrone dietro il frutteto del turkmeno, hanno messo su una gara di tiro con il mitra e con la pistola. Io come comandante non partecipo mai a gare del genere. Il comandante non deve mai poter essere messo in dubbio. Per questo li guardavo e mi rifacevo gli occhi. I nostri vestiti non si erano ancora asciugati dopo il bagno nel lago africano.
Quando hanno smesso di sparare, abbiamo sentito le raffiche di una mitragliatrice. In lontananza, per la verit. Pu darsi che i guerrieri dessero il benvenuto ai guerrieri. In quell'antica terra di guerrieri.

Fontane

Fontana di Trevi - Roma
A quei tempi l'Italia era povera. Ma nei giorni di festa, verso sera, anche dai caseggiati pi indecenti, tappezzati di biancheria stesa fin sotto il tetto, uscivano i giovani vestiti a puntino. Pantaloni aderenti al sedere, giacchette strette in vita, camicie di seta. I vanitosi giovanotti italiani si svenavano per i vestiti. E come in realt vivessero lo si pu indovinare considerando come viveva la famiglia della signora Francesca. La doccia una volta a settimana, il lucchetto al telefono, infilato in un buco fatto sotto una delle cifre del disco. Pasta e poi ancora pasta, e pomodoro, e aglio, aglio, aglio...
Ho notato che i popoli poveri si farebbero in quattro pur di vestirsi bene. Pi un popolo  ricco, pi se ne strafrega di com' vestito. Gli americani sono famosi per il loro aspetto assolutamente trasandato: vanno dappertutto in sandali e ciabatte, in shorts e maglietta, sia di giorno sia di sera. Sembrerebbero dei morti di fame, non hanno nessuna cura di s. Quando puoi scegliere tutti i vestiti che vuoi, e hai i soldi per comprarli, subentra l'indifferenza per come ti vesti, si apprezza quel che  comodo, non quello che  caro e alla moda.
Quindi all'epoca in cui abitavamo in Italia in attesa di trasferirci in America, la gente del posto era ben vestita. E andava molto in giro. I caff erano cari, inaccessibili per noi emigranti. Due o tre tazzine di espresso potevano costare due o tremila lire. Per farsi un'idea, il fondo Tolstoj pagava a ciascuno di noi 122.000 lire al mese. Per questo nei caff non ci andavamo. Gli italiani s, ma comunque preferivano il passeggio. Nei fine settimana le vie erano piene di gente che andava su e gi. In via Veneto tutti guardavano le vetrine e gli altri che passeggiavano. Lo stesso in piazza d'Italia [sic] e in altri posti animati della citt.
Tutti gli emigranti naturalmente andavano alla Fontana di Trevi a lanciare la monetina. A dire il vero non c'era nessuno che volesse lasciare l'Italia e l'Europa, ma l non ci volevano, ci volevano solo l'America e il Canada.  paradossale, ma molti, ancora prima di partire, gi facevano progetti, per lo pi irreali, per tornare. Faccio i soldi e torno qua! Per questo ogni volta che passavano per la Fontana di Trevi ci lanciavano una monetina.
Di per s la fontana non era niente di speciale. Una costruzione acquosa, vischiosa, ossidata. Sulle cartoline fa miglior figura. Non mi ricordo con quale frequenza raccogliessero le monete (mi sembra ogni giorno), ma la fontana contribuiva considerevolmente agli introiti delle casse comunali. La cosa pi sorprendente  che se tutto il mondo da duecento anni va ripetendo che bisogna gettare le monete in una certa fontana,  sicuro che un marchingegno cos rende pi di qualsiasi marchingegno fiscale. Elena ci ha buttato solo una volta delle monete sovietiche, ma nel suo caso la credenza ha avuto effetti prodigiosi.  tornata in Italia cinque anni dopo, si  sposata un conte (impiegato, per la verit, al Banco di Napoli). E poi il conte  morto, lasciandole un appartamento a Roma, una casa di campagna simile a un convento, un paio di macchine e una figlia. Le monete sovietiche con le turgide spighe di grano dovevano, evidentemente, avere una forza speciale. Impregnandosi dell'acqua della fontana hanno procurato questo destino alla fanciulla.
E noi invece allora passeggiavamo per Roma tenendoci per mano, almeno nei giorni che lei non metteva il muso e si degnava di alzarsi a un'ora sensata. Tutti e due con i palt nuovi. Se faceva pi freddo, di solito lei si metteva il pellicciotto con il pelo corto, che sua sorella le aveva portato da Beirut, e che a Mosca era all'ultimo grido, con una sciarpa rossa al collo. Poi mi infilava una mano in tasca. E nella tasca stringeva la mia mano. Io stringevo la sua. Mi bastava che esistesse, non cercavo altro. E neppure lei. Tempo un anno, e a New York ci saremmo separati, lei sarebbe andata dove si stava meglio. In quello stesso anno, sulle tracce fresche dell'infelicit, avrei scritto su di me, su di lei, sul nostro amore e la nostra separazione un libro, che sarebbe stato tradotto in tutte le lingue del mondo sviluppato. Nel 1996 l'ho rivista a Mosca, all'et di quarantasei anni, e ho descritto in Anatomia dell'eroe la terribile impressione che mi ha fatto. Questo attacco dell'autore verso la sua Musa richiede una spiegazione. Il problema  che Elena non era soltanto la donna che amavo, era anche il mio eroe. L'ammiravo, mi inebriavo di lei. Nel febbraio del 1976 a New York, quando mi ha lasciato, sono stato male da cani, ma lei ha continuato a essere il mio eroe. Venti anni dopo, nel 1996, ho rivisto a Mosca una donna volgare e gonfia che diceva sciocchezze. E ha smesso di essere il mio eroe, ha tradito le mie speranze. Non le  riuscito di avere un destino straordinario. Un destino straordinario l'aveva avuto solo con me. Se si fosse innamorata di un bandito, di un narcotrafficante, di un guerrigliero, di un ceceno, di uno con le palle, e fosse morta assieme a lui, l'avrei rispettata. Se avesse sedotto Bill Gates, l'avrei rispettata. Se fosse diventata la pasionaria del Partito fascista italiano, l'avrei rispettata. Ma si  scelta il ruolo della signorotta romano-moscovita, ha anche tenuto la cronaca mondana in un qualche giornalucolo di Roma (almeno Nataa, la moglie che l'ha seguita, vive con un musicista tossicodipendente, e pu darsi che un giorno o l'altro crepi d'overdose. D'altronde anche Nataa Medvedeva ha scritto sulla rivista OM di mutande e di occhiali, una cronaca mondana pure quella, a suo modo).  per questo che ha smesso di essere il mio eroe, e non perch abbia perso la bellezza della giovent.
Come facevo per a saperlo quando ce ne stavamo assieme davanti alla Fontana di Trevi, e l'acqua cadeva gorgogliando dai tubi ossidati? La amavo, e le carezzavo la mano nella mia tasca. Pensavo che fosse tutt'altro che brutto trovarsi a Roma insieme a lei, e che importa se eravamo poveri! Dopo la passeggiata saremmo tornati al nostro alloggio dietro la stazione, io avrei preparato le patate e l'insalata. La sera saremmo andati a letto presto, e ci saremmo amati. Per questo avevamo tutto quel che serviva, non c'era nulla da comprare.

Fontana di Washington Square
New York
Di questa fontana ho scritto a lungo e particolareggiatamente nel mio primo romanzo, ma vorrei ritornare di nuovo alla scena, facendo ingrandimenti fotografici dei particolari. Passando sotto l'arco di Washington Square, in direzione downtown, gi si vede il calice di questo fiore di cemento. Quando la canicola estiva diventava pi intollerabile, si poteva trovare gi a mollo nel calice una significativa quantit di culi, in prevalenza neri, perch l'immediatezza  il loro forte. Per loro  pi breve la distanza tra la percezione: caldo, oh che caldo! e l'azione: scavalcamento del bordo della fontana, e sedere nell'acqua! I bianchi sono impacciati dal senso della decenza. Visto che in quel periodo ogni forma di decenza era da parte mia nel pi profondo dimenticatoio, me ne stavo l sdraiato come un cane randagio, e stavo bene. Sotto, il bel freschetto dell'acqua, sopra come un ferro da stiro il sole sulla fronte. Un cane libero in un Paese libero. Non mordo nessuno.
In posizione distesa si potevano spiare le ragazze. Che d'altronde non facevano nulla per nascondersi. I corpi neri traboccavano fuori dalle gonne e dai jeans, pezzi di tetta rotolavano nel vano delle t-shirt. Dalle ascelle nere giungeva un odore un po' acidulo di carne infuocata. Le piante bianche dei piedi delle ragazze nere sorprendevano tanto quanto le dimensioni spropositate, inumane delle loro natiche. La cosa pi avvincente erano gli ippopotami in shorts. Sulle trepidanti gambe-tronchi entravano nella vasca della fontana, sussultando si sistemavano sul bordo con il sedere e, immersi i piedi nell'acqua, cominciavano a farli dondolare, come ragazzine. Nel mentre, le tette oscillavano con tutto l'impasto. Quando ci parlavo, ogni volta mi convincevo che sono persone niente male, buone e sensibili. In quanto a white trash, tra gli abitatori della vasca della fontana c'erano anche delle bagascione bianche, ma queste erano per l'appunto delle vipere incattivite, o strafatte di droga fino alla pi ebete santit. Erano cos sante che potevano dimostrare la loro buona disposizione anche in uno scantinato l accanto. Come vi dico, avevano il cervello interamente spappolato dalla chimica: quale esattamente non saprei, forse l'LSD paranoico, o la mescalina capace di far ballare l'intero universo, considerato che era il 1976. Il picco del movimento hippy si pu collocare tra gli anni 1968 e 1969, dopo di che ci sono state ancora a lungo ondate di riflusso. In una di queste ondate me ne stavo sdraiato anch'io in Washington Square, ma era gi un'altra epoca. Gli anni Settanta sono entrati nella storia con la definizione di era dell'io, cio la vetta massima dell'individualismo. Sono convinto di aver scritto due dei libri pi straordinari di quest'era: Edicka, ovvero io e Il diario di un fallito. L, nella fontana, quei libri maturavano. Li ho scritti in russo, perch sarebbe stato impossibile scriverli in qualunque altra lingua. Perch? La causa  la stessa del paradosso che ha fatto di Brodskij il miglior poeta americano. E dell'emigrante Limonov l'autore dei migliori libri della controcultura occidentale. Il fatto  che la generazione dei coetanei occidentali miei e di Brodskij si  rifiutata di esprimersi letterariamente. I migliori talenti e le migliori forze andavano a finire nella musica, nelle canzoni. Io e Brodskij eravamo stati educati in una cultura molto pi tradizionale come quella russa. E noi siamo venuti da loro e abbiamo fatto quello che loro non facevano. Del tutto inutile cercare libri di talento occidentali degli anni Settanta. Non esistono. Potete credermi. Li ho cercati per vent'anni io stesso. Cos un poeta accademico ha dato al mondo la sua accademica interpretazione letteraria dell'epoca in cui viveva, e io ho dato la mia, una vista dalla Fontana di Washington Square. Una vista al di sotto della cintola: natiche, sederi, sudore, ascelle nere e via dicendo.
Hare Krishna, Hare Rama
Rama Hare, Hare Krishna
Ve lo ricordate, eh? Edicka  eternamente sdraiato nella fontana; una bionda, con la biancheria incollata addosso, trascina via dalla fontana il suo boxer che si era messo a bere da un getto d'acqua. Sono riuscito a incollare addosso al mondo quell'estate bollente di New York. E ci rimarr per sempre.

Fontana nel Giardino di Lussemburgo
Parigi
La celebre fontana  equidistante dai diversi ingressi al parco, nel punto pi basso dell'anfiteatro verde che la circonda, allo stesso livello del palazzo del Senato. Le celebri sedie di ferro color insalata di solito non vengono disposte troppo vicino alla fontana, ma in mezzo alle aiuole, in file e in semicerchi. Le sedie sono realizzate con tubi e stanghe di ferro saldati, secondo lo stesso principio delle panche qui del carcere, solo che al Giardino di Lussemburgo sulle sedie sono sedute graziose studentesse, fannulloni, disoccupati, e a Lefortovo criminali di Stato.
Un tempo, per le sedie del Giardino di Lussemburgo si doveva pagare, ma quando sono arrivato io a Parigi nel 1980 questo piacere era gi gratuito. Appena il sole primaverile comincia a riscaldare, subito le sedie soggiacciono al peso dei corpi. Gli studenti vengono qui a preparare le loro lezioni, gli sfrontati garons rimorchiano filles, fiumi di gente in cerca di nuovo e insolito fluttuano intorno. Parigi  una citt calda, e nei quattordici anni che ci ho passato ricordo solo un inverno con la neve e la temperatura sotto lo zero. Per il tempo  grigio: piove piuttosto spesso, e il sole ogni volta  una festa. E quand' festa bisogna correre a esporsi al sole. Sui prati non ci si pu sdraiare, ma sulle sedie e sulle panchine di ferro (ce ne sono poche) ci si pu sistemare come meglio si crede. Ho visto anche delle ragazze in topless. Quando il tempo mette definitivamente al bello, il parco si riempie di bambini (in realt  aperto anche d'inverno, si pu camminare e star seduti quanto si vuole, ma chiude sempre per la notte a orari diversi, a seconda della lunghezza delle giornate). Di solito i bambini si radunano in due punti del parco: dove ci sono i pony, per farsi portare in groppa o in carrozzella da una famiglia o, meglio, organizzazione a delinquere in cui tutti hanno il naso e la bocca storta: i genitori di solito gli camminano accanto e sostengono i loro rampolli o li fotografano. Ma la maggioranza dei bambini si agita intorno alla fontana. L c' un tipo con i baffi grigi e il cappello da capitano, la giacca da club nautico con le ancore, pantaloni e scarpe bianche. Ha accanto un carrello. Si pu affittare da lui una barchetta a vela di legno e farla navigare nella vasca della fontana. Quando una nave incorre in qualche intoppo, diciamo, per esempio, che finisce in qualche punto di bonaccia, dove non arriva il vento, o si urta con un'altra nave, e non si pu pi n smuoverla, n tirarla fuori, il cortese capitano mette a disposizione un bastone di bamb con un uncino, con il quale si pu agganciare e portare in salvo la propria nave. I bambini di ogni et ci piantano le radici attorno alla fontana, con l'acqua che scorre monotona dalla colonna centrale. La seconda attrazione della fontana sono le grasse carpe e i grandi pesci rossi che ci nuotano. Ce ne sono molti. Una volta in autunno ho visto come i giardinieri in stivali di gomma li pescavano con il retino dalla vasca senza quasi pi acqua. Erano giganti veramente grassi del peso di diversi chili. Nei primi anni a Parigi avevo sempre fame e mi ricordo di essere stato l a leccarmi i baffi guardando l'acqua dove quei mastodonti facevano salire da sotto le squame grandi bollicine. Una volta mi era venuta anche l'idea di comprarmi un retino e venire in un giorno di pioggia a pescare per lo meno una carpa.
Vicinissimo c' il piccolo Senato. Le porte posteriori saranno non oltre cento metri. Nelle garitte di vetro agli angoli stanno di guardia poliziotti in grand'uniforme. Una guardia, per la verit, scarsuccia, a quell'epoca almeno la protezione lasciava alquanto a desiderare. Un paio di ceceni con i bazooka, arrivando dalla fontana, avrebbero potuto procurare danni seri alla Repubblica Francese. Dalla parte di rue de Vaugirard, dove c' la facciata del Senato, le sentinelle erano pi numerose, ma quattro ceceni avrebbero lo stesso fatto bei danni.
Ho oziato nel Giardino di Lussemburgo una considerevole quantit di ore. Forse alcune migliaia di ore. Ci andavo a prendere il sole, correggevo sulle sedie color insalata le bozze dei miei libri in diverse lingue, facevo il teppista con le ragazze, ci stavo seduto ubriaco, passeggiavo per il parco di cattivo umore. Mi sono cos tanto inculcato negli alberi, nelle sedie, nelle statue e nella vasca che, se ci capitate, provate a cercare il mio riflesso nella vasca della piscina: sono convinto che lo troverete.
Ho nominato le statue perch l ce n' un'intera galleria. Sono disposte in alto, all'altezza della strada, e nell'anfiteatro del parco lungo la balaustra che sormonta il livello della fontana, del palazzo di Lussemburgo e della promenade. Le statue dei re e delle regine di Francia non sono niente di che, pietra da parco, produzione di massa del XIX secolo, ma tuo malgrado ti senti coinvolto quando leggi sulla targa Bianca di Castiglia Vattelappesca, secolo XI. Le statue sono collocate sullo sfondo di alberi eternamente fruscianti, e se si va oltre le statue sulla sinistra c' un piccolo giardino botanico. A fianco di meli legati, circondato da una bassa ringhiera, su un praticello c' il busto di Charles Baudelaire.  un posto fresco, mi piaceva stare seduto accanto al poeta e pensare.
Per l'esattezza nel Giardino di Lussemburgo le fontane sono due. La seconda, la Fontana Medici,  pi antica e pi bella di quella principale che tanto amano i bambini.  di fianco al palazzo del Senato, un po' in diagonale, in linea con il teatro dell'Odeon dietro la recinzione (proprio vicino all'Odeon c'era allora la Nouvelle agence, la mia agenzia letteraria diretta dalla mia agente Mary Clint). Il terribile Giove e gli altri personaggi mitologici della Fontana Medici, verdi per gli anni, dal muro versano rumorosamente la loro acqua in un piccolo stagno nero. E nello stagno nuotano pesci rossi. Ho citato questa fontana in un altro libro di ricordi in merito al destino del poeta Vadim Delone, del gruppo russo d'avanguardia Smog. A Vadim piaceva trincare accanto alla Fontana Medici. Ed effettivamente ci si sta bene, soprattutto se si va dietro la fontana tra gli abeti e gli allori, c' un posto ideale per scolarsi una bottiglia, con un canalino privato che scende in una vasca altrettanto privata.
Sebbene per la Fontana Medici sia pi antica, e sia stata effettivamente costruita per ordine di Caterina de' Medici, la fontana principale del Giardino di Lussemburgo  comunque da considerarsi quella centrale.  pi democratica, pi viva, ci sono pedofili pervertiti che adocchiano i bambini, e i negri immigrati che seducono con i loro muscoli le bellezze bianche, dalla fontana si pu vedere un tipo (un senatore? E chi altri?) che esce dalle porte del Senato, stiracchiandosi, sbadigliando e aggiustandosi la cravatta, ed ecco che arrivano, cinguettando come uccellini, le ragazze della nazionale cinese di ping pong, e ancora... Insomma, non c' limite alle piroette della vita, l intorno...

Due fontane: la Fontana degli Innocenti
e la Fontana del Beaubourg - Parigi
Se l'Esposizione delle conquiste dell'economia socialista a Mosca  il sogno di un pasticcere ubriaco, il Museo d'arte moderna, o Centre Pompidou, che si trova a Parigi in rue Beaubourg ed  di conseguenza detto Beaubourg,  il sogno di un fabbro ubriaco. Ricoperto senza alcuna ragione di tubi, sembrava un'assurdit quando l'hanno costruito, ma pian piano ci si  stesa sopra la patina del tempo, ci si  abituati alla sua presenza, come alla Tour Eiffel. Mi ricordo il rosso e il blu di quei tubi. I francesi fanno bene a osare di tanto in tanto. Chi osa viene ripagato. La Tour Eiffel  unica al mondo. E anche il Centre Pompidou  unico. I russi avrebbero potuto avere la torre della Terza internazionale progettata da Tatlin gi negli anni Venti, ma il nostro Paese  troppo timido con gli esperimenti.
Io ho sempre sperimentato e osato. Anche nel 1986. Nel giugno 1985 c'era stata la prima separazione con Nataa Medvedeva, ma avevo una debolezza: continuavo ad andarci a letto, perch era una cosa che mi piaceva. Ci facevamo reciprocamente visita. Lei viveva gi in rue St-Sauveur, vicino a rue St-Denis, la via delle prostitute, ce n'erano battaglioni. Quel giorno ci siamo accordati per incontrarci in territorio neutrale. Le ho detto per telefono:
Alle sei di sera davanti alla Fontana degli Innocenti?
E dov'? ha chiesto insoddisfatta.
Vicino a Les Halles, - le ho spiegato - dove sta William.
Vicino al Beaubourg? ha fatto lei.
Ma no,  vicino a Les Halles.
Ma se hai detto dove sta William il suo tono era sempre pi insoddisfatto.
Ma s, a cento metri da William, ma dall'altra parte di boulevard de Sbastopol.
D'accordo, - ha detto - la trover.
Cosa sia il Beaubourg l'ho spiegato. Per Les Halles basta prendere il centro commerciale della piazza del Maneggio, ingrandirlo di una decina di volte, farlo parecchio pi zozzo e parecchio pi allegro, e avrete Les Halles. Molti piani interrati di negozi dozzinali, e una gran massa di gente in giro: arabi, negri, abitanti delle periferie parigine: un ritrovo poco raccomandabile quanto spassoso, sorto al posto del celebre mercato che era il ventre di Parigi, sventrato negli anni Sessanta. La Fontana degli Innocenti  stata costruita nel luogo in cui il fanatico monaco Ravaillac aveva ucciso Enrico IV, se non sbaglio nel 1610. Il monaco si era lanciato con il pugnale dall'alto, nascondendosi sotto la volta di un arco per aspettare il passaggio della carrozza reale. Il regicida era stato giustiziato fra strazi e supplizi indicibili, il re se l'era cavata con meno e, cosa pi importante, pi in fretta. Il fattaccio era accaduto in rue de la Ferronnerie.
A dire il vero la Fontana degli Innocenti non sta proprio nel luogo esatto dell'assassinio. L'edificio si  conservato, i celebri archi (sono due, evidentemente c'era traffico di carrozze, e in quel modo non dovevano aspettare) passavano proprio attraverso l'edificio, sono sormontati da finestre. Li sostengono dei piloni di legno.
Nataa, naturalmente, ha imparato molte cose da me. Pi tardi ha sostenuto di aver scritto i suoi primi libri per piacermi e per dimostrare di non essere una pappetta di semola; le virgolette stanno a indicare un mio poco lusinghiero apprezzamento. In effetti, se c' qualcosa di lodevole in lei  la testardaggine. Ma la naturale disattenzione femminile e la pigrizia non le consentivano mai di cogliere l'essenza, sapeva tutto superficialmente. Lo stesso vale per la storia di Parigi: probabilmente era passata accanto a quella fontana decine di volte. Sarebbe bastato leggere la targa: il francese lo capiva perfettamente.
Se Les Halles sono queste, William  William Bruy. Un tempo personaggio stravagante, e in quegli anni nostro comune amico, artista. Aveva ottenuto un atelier vicino al Beaubourg, in un palazzo grande, con un'immensa vetrata, i due terzi dell'affitto, mi sembra, glieli pagava lo Stato francese. Quindi avevo detto bene dove sta William, perch il Beaubourg e Les Halles sono divisi solo da boulevard de Sbastopol. Ma il Beaubourg, rispetto alla fontana, sta dall'altra parte del boulevard.
Finite le spiegazioni. Torniamo alle sei del pomeriggio. Sto accanto alla Fontana degli Innocenti e aspetto. Non si vede nessuno. Comincio ad arrabbiarmi. Ancora nessuno. Penso: si  ubriacata, o ha dimenticato l'appuntamento. Del resto, continuo a riflettere,  capacissima di ubriacarsi e di venire sbronza.  pi probabile che le sia successo qualcosa. Quaranta minuti dopo suono al citofono di William e chiedo:
Nataa non  per caso da lei? L'ho aspettata quaranta minuti alla Fontana degli Innocenti, ma non s' vista.
Anche lei l'aspettava, Eduard,  appena andata via.
Grazie borbotto io. E tiro dritto.
Una cinquantina di passi pi in l, un urlo straziante.
Eduard! Ma dov'eri?
In mezzo alla folla, con le lacrime agli occhi e un golfino verde con fili argentati, un berretto pure verde, mi viene incontro Nataa. Ci siamo abbracciati.
Mi sono cos spaventata. Pensavo che ti fosse successo qualcosa. Perch hai ritardato tanto?
Come ho ritardato? Alle sei in punto ti aspettavo alla fontana. E tu non c'eri.
Lei ha puntato il dito verso una piccola folla. Dietro la folla agitavano allegramente le mani e i tentacoli dei giocattoli-mostri multicolori. Erano immersi nell'acqua fino alle ginocchia. Era effettivamente una nuova, buffonesca fontana. Il Centre Pompidou aveva portato fuori delle statue semoventi e le aveva sistemate sulla piazza. E la signora Medvedeva aveva deciso che la Fontana degli Innocenti era quella.
Era cos autentica, sincera la paura nei suoi occhi, cos improvvisa la fiammata d'amore in quel grido Eduard! di una donna russa che giganteggiava su tutta quella piazza francese. Che, Dio mio, in quell'istante mi era parsa bellissima! Capitano dei momenti nella vita quando tutto il meglio che abbiamo dentro all'improvviso si mette a risplendere. Lena con gli occhi pieni di pianto e il suo barboncino sudicio nella fanghiglia di febbraio, che per farmi un regalo di compleanno aveva lasciato il marito il 22 febbraio 1973. La gioia di Liza quando mi ha visto tornare, abbronzato e screpolato dal vento, dalla mia campagna d'Asia del 1997, e mi ha trascinato da tutti i suoi amici e parenti raggiante di felicit. Donne in felicit, cos li chiamerei questi momenti. Che hanno anche una contropartita: Donne in infamit.
Quattro anni dopo, nel 1990, si stava rovesciando un acquazzone di marzo: ero in un caff in rue Beaubourg, dalla finestra si vedeva il Centre Pompidou. Seduto di fronte a me c'era William Bruy e beveva un caff con panna. Io bevevo vino bianco.
Come ha potuto, Willy! - gli dicevo -  mio amico, come ha potuto permettere che s'incontrasse con quel ragazzo nel suo atelier! Che venisse assieme a lui alle sue feste?!
Eduard, non faccia il bambino. Cosa avrei dovuto fare, sbatterla in mezzo alla strada? Anche lei, tra l'altro,  mia amica... il tono era offeso, era evidente che non capiva perch me la stavo prendendo con lui. E io quasi urlavo. Gli artisti sono sempre amorali. Sono capaci di rubarti la moglie, pervertire i tuoi figli, e poi stupirsi se li prendi per la gola. Perch? Veramente: perch?!
Se la sua compagna venisse da me a dondolarsi al braccio di qualche furfante, la caccerei su due piedi! ho detto io.
Eduard, se Nataa non si fosse incontrata con lui da me, si sarebbe incontrata sempre con lui o con qualcun altro da un'altra parte.
Mi guardava e sorrideva, comprensivo. Ma guarda tu che cinico, pensavo io, ma guarda tu! Avevo voglia di spaccargli la testa o infilargli il calice vuoto nell'orbita dell'occhio, ma non l'ho fatto. Mi sono alzato, ho messo cento franchi sul bancone del bar e sono uscito sotto la pioggia.
Alla met degli anni Novanta  finito in galera a Parigi per una denuncia per violenze sessuali su minori presentata dalla sua ex moglie e dai suoi figli. Nel mio romanzo Domare una tigre a Parigi c' un episodio in cui William (l si chiama Heinrich) viene a casa mia con sua figlia Falafel in carrozzina. La stessa Falafel che, una volta cresciuta, lo ha denunciato. Va detto che in quegli anni c'era in Francia una martellante campagna contro la pedofilia, e potrebbe darsi che i suoi bambini e la moglie abbiano esagerato. Comunque non  rimasto dentro a lungo. Ma io sono stato vendicato.  stato ripagato per il suo cinismo.

Fontana a specchio - Char'kov
Sembrava che l'edificio in cemento in via Sumskaja non servisse pi a nessuno dopo la fine dell'URSS. Nel mio libro Il giovane farabutto ho dedicato un intero episodio a questa costruzione a tutti gli effetti banale e provinciale. In epoca sovietica il bacino dietro la fontana a specchio era pieno d'acqua, e tutt'intorno vi erano piantate aiuole di fiori, che emanavano un intenso odore sia in estate sia in autunno, e l'acqua scorreva gi per la facciata come un'onda chiara. Sopra gli zampilli si innalza una cupola di cemento a mo' di gazebo. Nel 1994, quando sono stato a Char'kov per l'ultima volta, l'acqua non scorreva, si vedevano spuntare tubi arrugginiti. Per non parlare delle aiuole e dei vasi di fiori, disposti simmetricamente lungo i lati. I vasi di fiori erano scomparsi gi alla met degli anni Sessanta. Avevano la forma di un'anfora, alti come un ragazzino, nello spirito del classicismo staliniano. E l'altezza di un ragazzino si spiega perch c' una fotografia dove io, sui dieci anni, me ne sto sullo sfondo della fontana a specchio accanto all'anfora con i fiori. La fotografia  stata scattata l'anno della morte di Stalin, o un anno prima.
Ogni citt provinciale ha il proprio simbolo. Char'kov, naturalmente,  una citt molto grande, era, se non sbaglio, la quarta o la sesta per popolazione nell'URSS, ma sempre provinciale rimane. In quanto a simboli ha avuto sin troppa fortuna. Ha un monumento per niente malvagio, scolpito da Menizer e dedicato a Taras evcenko, (sempre in via Sumskaja, un po' pi avanti della fontana a specchio). E la piazza pi grande d'Europa, dedicata a Dzerinskij. E poi la mole di cemento dello Specchio. Il popolino preferiva lo Specchio, lo sceglievano come sfondo per fotografare i ragazzini con il vestito buono, e ci si facevano fotografare il giorno delle nozze. E noi giovani bohmien, uscendo dalla caffetteria con il distributore automatico, ci sedevamo sulle panchine circostanti. Insomma, probabilmente  proprio lo Specchio il simbolo di Char'kov. Una piazza infatti  un grande luogo vuoto, come pu essere un simbolo? Il monumento al poeta Taras evcenko invece  troppo orientato ideologicamente,  il monumento al poeta nazionale ucraino, mentre lo Specchio scorre e basta, tutto l. Pi precisamente la si sarebbe dovuta chiamare parete a specchio, perch scorreva proprio come una lama, una superficie piatta. Tutto, insomma,  impreciso e incongruo in questo scontato monumento. Come Parigi ha la Tour Eiffel e Mosca il Cremlino, Char'kov ha il suo Specchio. C' quasi da vergognarsi: grazie al cielo almeno non ci sono nato, a Char'kov. Un simbolo deve essere pi tosto. Immaginatevi una citt che avesse per simbolo la lama affilata di un rasoio. Niente male, no?
Nel complesso il mio atteggiamento verso le citt  il seguente: deve essere stata splendida, immagino, la citt di Phnom Penh deserta e bruciata. Di persona ne ho viste parecchie di citt bombardate e crivellate: c' in loro una qualche grandezza, un'estrema saggezza. Erano belle le citt malate, la New York degli anni Settanta, la Parigi dei primi anni Ottanta. La cosa pi disgustosa  una citt in piena salute, che trabocca grasso e merda.  questo l'effetto che mi ha fatto New York nel 1990.
Dire che io sbavi dietro al passato e ai suoi simboli sarebbe improprio. Al contrario, a distanza di tempo vedo chiaramente quali errori hanno commesso le persone che in questa o quell'occasione si trovavano attorno a me. Ci che pi posso rimproverargli  la fiacchezza. Il succo della vita  semplice: se si  presa coscienza, se si sente di essere superiori al destino di un semplice mortale, allora bisogna correre a menar sciabolate sulle barricate della vita. Non risparmiarsi, tendersi come una corda, sfruttarsi come un cane. Essere superbi, incoraggiare la mania di grandezza, mettersi al pari dei grandi. Essere severi con se stessi, ma rallegrarsi delle vittorie. Altrimenti ci si ritrova seduti davanti allo Specchio, e la storia non funziona pi, se ne sta l arrugginita e crepata.

Fontana sulla Quinta Avenue
New York
Tuffandomici ho perso le mie prime lenti a contatto. Proprio in quell'infuocata e per me storica estate del 1976, un quarto di secolo fa. Scendendo per la Quinta Avenue in direzione downtown, questa fontana si incontra prima dell'incrocio con la 57a strada, e certamente dopo il Pan American Building, che sbarra la Quinta avenue all'altezza della 42a strada. Da qualche parte l in mezzo, sulla sinistra, sotto un grattacielo. Per la precisione ce ne sono due, di fontane, e due vasche cubiche. Come i due leoni di gesso messi simbolicamente a protezione della tenuta di un antico proprietario terriero a Kaluga, le due fontane fanno la guardia al grattacielo. Alla prima che trovate provenendo da nord ci dovrebbe essere attaccata una targa: Here, in industrial summer of 1976, Eduard Limonov have lost his contact lenses, when swimming and diving at midnight time.
 da non credersi quanti pochi poliziotti ci fossero a quell'epoca a New York. Come spiegare, altrimenti, che un gran numero di atti teppistici, compiuti in gran quantit da me e dai miei pi cari amici, sia rimasto impunito?  forse normale che un figuro fumato e ubriaco perso si sia messo a sguazzare nel centro del mondo borghese, sulla Quinta Avenue di New York, senza che nessuno venisse a tirarlo fuori? E non s' visto proprio nessuno, sono io che mi sono multato per 250 dollari: ho aperto gli occhi dentro la fontana, e l'acqua ovviamente si  portata via le lenti. Io non me ne sono accorto, perch avevo comunque la testa assai poco a fuoco, e al residence mi ci hanno dovuto portare i miei compagni di bevuta, con Andrej Poljakov Meylunas in testa. Solo il mattino dopo ho capito quanto fossi stato sventato e cretino: si fa il bagno con le lenti a contatto?! Erano assicurate, quelle lenti, l'avevo dovuto fare per forza quando le avevo comprate. Non mi ricordo per se sono tornato al negozio e se poi me le hanno sostituite. La nottata era straordinariamente calda, l'intero universo si era rimpicciolito fino a entrare tutto dentro la nostra congrega, in un cubo d'aria di non pi di dieci piedi di lato:  nel cubo, mi ricordo, che mi  mancata l'aria e di l mi sono tuffato nella vasca dove andava a finire tra molte bollicine l'acqua della fontana. Che era profonda, verde chiara per le luci sul fondo e nel complesso assai confortevole. Ci sarei rimasto ad abitare, emergendo solo per scroccare hamburger ai passanti.
Meylunas  rimasto a dormire da me quella notte, e il mattino dopo si  messo a strillare come un forsennato. Come in galera, anche nell'emigrazione tutti quanti avevano i nervi a pezzi, e di tanto in tanto gli partiva la brocca. Voleva dimostrare che era migliore di me, e me le ha cantate, rimproverandomi, biasimandomi, mi ha detto che la mia Elena era una sgualdrina da quattro soldi. Non ho preso le difese di Elena, l'ho solo cacciato via e mi sono rimesso a dormire. E poi quando ho capito che non ce la facevo pi, ho preso l'ascensore per scendere nella citt di New York e mi sono ubriacato. Cos sono arrivato al bagno nella fontana. Terribile quanto sia dolorosa la memoria del corpo. Mi ci  voluto ancora molto tempo per togliermi di dosso Elena fisicamente. Per esempio a ottobre, quando ho finito di scrivere il libro, ho pensato:  fatta! E all'improvviso ti vedo una figuretta sulla 57a strada:  lei! E ricominciamo! Le corro dietro! Subito un trabocco di passione, riecco il dolore, la speranza. La raggiungo, la guardo in faccia. Non  lei. Ma di nuovo mi sento da schifo. Tutta la giornata rovinata.

Fontana alle Tuileries - Parigi
A Parigi sono divenuto uno scrittore professionista. Ho lasciato da parte le abitudini della vita da bohmien e ho cominciato a lavorare sodo. In galera, guarda caso, lavoro ancora di pi. Comunque, a dispetto del gran lavoro, a Parigi mi rimaneva anche del tempo libero. Passeggiavo lungo la Senna, andavo al Giardino di Lussemburgo. Pi di rado andavo a passeggiare alle Tuileries. Les Tuileries, come il Louvre, sono strette tra rue de Rivoli e la Senna. Solo che il Louvre si  salvato dalla folla inferocita della Rivoluzione, mentre il palazzo delle Tuileries  stato dato alle fiamme e al suo posto, circondato da una cancellata, si distende ora, come in prosecuzione del Louvre, il giardino delle Tuileries. Vicino all'ingresso, dalla parte del Louvre, ci sono dei bronzi muliebri di Maillol, tutti modellati sull'odessita Dina Verni, la futura gallerista di Michail emjakin. Maillol era innamorato di questa Dina, piuttosto tarchiata. Prima di entrare nel giardino c' un piccolo arco di trionfo rosa. Se si guarda attraverso l'arco in direzione di place de la Concorde, la prospettiva abbraccia prima il celebre obelisco egiziano, e oltre l'ago dell'obelisco, ma qui  gi meglio usare il binocolo, entra perfettamente nel campo visivo il grande Arco di Trionfo in place d'Etoile. I francesi amavano le prospettive. Un cinese di New York, l'architetto Pei, ha inserito su quest'asse prospettico anche la sua piramide di vetro nel cortile del Louvre.
Nel giardino delle Tuileries gli alberi sono piantati lungo il viale principale (che naturalmente segue la stessa linea prospettica). All'inizio del viale, se si entra dalla parte del Louvre, si trova un'altra fontana circolare, di dimensioni non minori rispetto a quella nel Giardino di Lussemburgo. Anche davanti a questa fontana c' (almeno ai miei tempi c'era) un capitano in costume da pirata che noleggia barchette giocattolo. Ha anche i bastoni di bamb uncinati per salvarle dai naufragi. Il vialetto  cosparso di ghiaia fine che scricchiola sotto i piedi: percorrendolo si arriva all'uscita su place de la Concorde, e prima di uscire c' un'altra fontana, ma pi modesta e trascurata. Proprio su quella piazza della Concordia ai tempi della Rivoluzione c'era la ghigliottina, dalla parte della Senna, a sinistra uscendo dal giardino delle Tuileries. Proprio l il 21 gennaio 1793  stato giustiziato Luigi XVI. Nel Libro dei morti ho gi ricordato come ogni 21 gennaio andassi a celebrare il giorno della decapitazione del re assieme agli amici delle Sentinelle di Saint-Just.
Ma rientriamo alle Tuileries. Capita nel giardino una grossa quantit di gente di passaggio, proveniente dalla commerciale rue de Rivoli, parallela, come ho gi detto, al Louvre e alle Tuileries. Le signore piene di buste e di borse si siedono e si tolgono le scarpe. Se il Giardino di Lussemburgo  pieno di studenti e di ragazze a servizio presso i ricchi francesi (negli anni Ottanta era di moda assumere svedesi dagli occhi azzurri), alle Tuileries di bonnes e di studenti ce ne sono molti meno. Circondato com' da due strade di traffico intenso e ininterrotto, rue de Rivoli e il lungofiume, che lo inondano di gas di scarico, il giardino  considerato un posto non particolarmente salubre.
Alle Tuileries ci sono stato in pi occasioni, impegnato in diversi miei affari, anche se adesso fatico perfino a ricordare cosa esattamente ci facessi. Mi ricordo animate spiegazioni con delle donne. Probabilmente tra loro c'era anche Nataa. Una volta mi ha invitato alle Tuileries Saa Borodulin, che doveva fare nel giardino delle riprese di modelle. Il servizio gli era stato richiesto da una celebre rivista di moda. Quando sono arrivato ho visto uno spettacolo grandioso. Gli autobus pieni di modelle, gli agenti di sicurezza, le transenne e una gran quantit di uomini allupati che si mangiavano con gli occhi le ragazze. C'era anche un arabo, con i pantaloni a strascico dentro la ghiaia e la pancia che gli spuntava fuori dalla camicia marrone di acrilico; da dietro le transenne reggeva un cartello assolutamente incredibile: Voulez-vous couchez avec mois? J'ai d'argent pour a. Borodulin mi ha spiegato che quel tipo non parlava n inglese n francese, il cartello se l'era fatto scrivere, ma la sua brama non aveva limiti. Era l gi da un'ora. Abbiamo riso dell'ingenua insolenza dell'arabo. Borodulin adesso vive a Mosca. Si occupa sempre dello stesso business: le ragazze. Ha un'agenzia di modelle. Un anno fa sono stato a un ricevimento per il suo compleanno. C'erano cinque o sei gentlemen in l con gli anni, soprattutto stranieri, e probabilmente un centinaio di modelle. Tutte avevano portato a Saa fiori e regali. Avevano le stesse facce delle ragazze delle Tuileries. Ma dopo vent'anni,  chiaro, erano altre ragazze.

Fontana della Turandot
presso il teatro Vachtangov - Mosca
Ho vissuto sei anni a cento metri di distanza da questo marchingegno. E ne ho fatto uso due sole volte. Una volta dovevo incontrare una disegnatrice di fumetti polacca, e le ho dato appuntamento davanti alla Turandot. Pi esattamente era una fumettista non polacca, ma tedesca, e aveva un nome poi addirittura rumeno, Mariola. Per duemila marchi aveva comprato i diritti per fare un cartone animato dal mio crudo romanzo L'adolescente Savenko. Sto cercando di ricordarmi, ma invano, il cognome di quella ragazza con il cappotto rosso. Ah ecco: Brillovska! Era una tedesca di origine polacca. A che le serviva il mio Adolescente Savenko se i suoi due cartoni animati che avevo visto erano popolati di esserini assolutamente sommari, fatti di buchini e stanghette, al posto del sesso. Al diavolo, questa Mariola! Io vivevo ancora con Liza, e siamo scesi insieme per incontrarla. Anche Mariola era venuta con una ragazza. Ho presentato le ragazze, poi Liza si  allontanata.
Mariola si  espressa in modo lusinghiero nei confronti miei e di Liza:  sua moglie, quella? Che bella ragazza....
Quel giorno faceva freddo, e Liza aveva la punta del naso rossa. Non le piacevano le giornate in cui ti si arrossa il naso, forse per quello se n'era andata quasi subito. Ho preso sottobraccio la tedesca e la sua amica con gli occhiali e le ho portate su da me. La principessa Turandot, indorata e grossolana come tutti i monumenti contemporanei,  rimasta da sola sulla fontana. O pi precisamente sopra la vasca vuota, perch di acqua non ce n'era.
Nel mio appartamento abbiamo firmato il contratto che Mariola aveva portato con s. Si guardava intorno con curiosit. Le erano piaciuti i miei manifesti. Un operaio con i capelli imbrillantinati pettinati all'indietro sullo sfondo di un gigantesco ingranaggio, di Lebedev-Frontov. La morte con una fascia al braccio, che incita: Non fartela sotto! Entra nel Partito nazionalbolscevico!, opera di Kulemin. Due ragazzi con il cappotto e la maschera antigas, collegati tra loro da un tubo, e la scritta: Unisciti al Partito nazionalbolscevico, opera di Pudlo. Erano manifesti un po' pi tosti di quelli che facevano da lei in Germania, immagino. Ho detto risoluto che mi servivano i soldi, in contanti. Un conto in valuta non ce l'avevo, per fare un bonifico con tutte le procedure che ci sono ci sarebbe voluto chiss quanto tempo. Meglio in contanti.  andata assieme alla ragazza a prendere i soldi. Sono rimaste fuori molto, poi sono tornate. Mi hanno contato sull'unghia mille e duecento dollari. Brillovska era un ragazza d'avanguardia sui trent'anni, quali sanno essere le tedesche, e ancor meglio le polacche. Oltre al cappotto rosso aveva anche capelli rossi e neri, come piume. Io per la verit non approvavo le generalizzazioni nell'arte, i suoi omini ridotti a uno schema in qualche modo mi stuzzicavano, ma comunque non la capivo. Ha detto che aveva una figlia. Io ho detto che ero il presidente di un partito. Mi ha detto che sapeva che ero Chairman of National-Bolsheviks Party, che in Germania ne scrivevano.
But you are not fascist, aren't you? mi ha chiesto.
Non sono stato a spiegarle tutte le sottigliezze della nostra dottrina, lei e l'occhialuta se ne sarebbero comunque dovute andare subito, le ho detto che no, non ero un fascista. L da loro in Germania tutti vivevano ancora all'antica, quelli di sinistra davano addosso ai fascisti, i fascisti tormentavano i turchi, e il grasso Helmut Kohl o i suoi eredi se la ridevano beati, osservando come si accapigliavano fra di loro i fratelli. Brillovska se n' andata, nascondendosi dietro l'occhialuta. Pu darsi che abbia gi fatto il film sull'Adolescente Savenko.
La seconda storia che ha a che fare con la Turandot  a proposito di Saa Petrov. Ed  ancora pi banale della prima. Saa Petrov viene a trovarmi pi o meno una volta ogni due mesi con vodka e provviste. Perch sa che a casa non ho n vodka n pappatoia, o solo un po', e non della migliore qualit. Saa Petrov vive e lavora prevalentemente in Portogallo. Il suo standard di vita  molto alto. Per questo porta buona vodka, champagne, birra, carne e pesce sempre dai migliori supermercati di corso Arbat. E beviamo insieme. Quella sera faceva caldo. Nastja era andata dalla madre, a lavare le sue cose, e per vedere come andava (ci includeva la speranza che il padre le desse qualche soldo). Per questo abbiamo bevuto io e Petrov, e lui mi ha dato notizie di Nataa Medvedeva, quante ciucche si prendeva negli ultimi tempi, se il suo bestione continuava a bucarsi. Prima che si esaurissero tutti i nostri argomenti di conversazione era finito da bere, per cui Petrov si  offerto di andare a comprare ancora champagne o birra, come preferivo. Io me lo sono guardato, grande e grosso com'era, e gli ho detto che in violazione alle direttive del partito in merito alla mia sicurezza personale, sarei andato con lui senza chiamare la scorta, ci avrebbe pensato lui a proteggermi.
Sarai capace? gli ho chiesto. Ha risposto di s.
Nella notte afosa abbiamo comprato champagne. L'ho stappato direttamente sull'Arbat. E ci siamo fermati, spalle ai getti d'acqua della fontana della Turandot, a guardare la fiumana di gente sul corso. Contrariamente all'opinione molto radicata in Russia che da noi ci siano le ragazze pi belle del mondo, io le ho sempre giudicate grasse e provinciali. Quella sera non trovavo che conferme alla mia tesi. Petrov era d'accordo con me. Ce ne stavamo beatamente l a bere champagne, e Dio non ha voluto metterci tra i piedi neanche uno sbirro. E gorgogliava la fontana della Turandot. Una storia banale. Alla fine un giovanotto sui trent'anni di aspetto del tutto rispettabile mi ha riconosciuto, ha confessato di essere stato in prigione e mi ha chiesto consiglio su come comportarsi con la ragazza che amava. Si  aperto un dibattito. Presto mi sono visto circondato da una folla di uomini sofferenti per amore che cercavano il mio consiglio. Fin quando Petrov non si  deciso a comunicare che la seduta con il dottor Limonov era conclusa. Abbiamo stretto molte mani e abbiamo piantato l la Turandot. Il Comitato centrale del partito non ha saputo nulla della mia inadempienza.

Fontana dei Cavalli nella piazza del Maneggio
Mosca
Nelle calde giornate di sole andavo alla piazza del Maneggio, accompagnato da una guardia del corpo (o da Andrej Fdorov). L c' un posto particolare. Bisogna stare sulla passeggiata sovrastante la fontana con i cavalli e guardare in basso. L in basso vanno in giro le ragazze moscovite. Dalle adolescenti in su. Vanno in giro, strillano, se sono ardite, o bevono, sotto gli spruzzi della fontana. Se ce ne sono tante insieme, si fanno anche pi ardite: si spingono, si schizzano l'acqua addosso, ridono, strepitano. Se tira vento, l'acqua finisce addosso alle ragazze a passeggio, e allora sulle camicette si scolpiscono le piccole tette. Sono giovani belve, davvero carine.
Nella terra di Mosca ci sono cos poche occasioni di divertirsi e mostrare il proprio corpo, la sua grazia, passione, tenerezza. Per nove mesi l'anno tutte vanno imbacuccate fino al collo per i parchi invernali. Per questo  ancora pi preziosa la breve, fantasmagorica stagione estiva. Come pure un angoletto del genere, dove un signore della mia et pu osservare indisturbato le fanciulle scatenate. D'altronde non ci andavo da solo, non sono pi andato solo da nessuna parte dopo il 18 settembre 1996. C'era il partito a proteggermi. Un generale di ragazzini come me  sempre accompagnato da ragazzini che gli fanno la guardia. Il pi vecchio era Kostja Lokotkov.  morto nel maggio 1999. Siamo stati tutti alla sua cremazione. Aveva ventotto anni.
Alla fine di marzo del 1998, di ritorno da Novosibirsk, ho capito di essere rimasto senza Liza. Le sue menzogne e la sua infedelt erano divenute insopportabili. Non volevo condividerla con nessuno. Ma a lei era proprio questo che piaceva. Il 26 marzo ci siamo detti addio per telefono. Alla sua vocina faceva da sfondo un sordo vocione maschile. Era con qualcuno: affari suoi! mi sono detto e, da Vologda, ho fatto venire Vasilisa che mi ha aiutato a superare la perdita e se ne  tornata a casa.
Quando  iniziata la primavera ho cominciato ad andare di frequente in piazza del Maneggio con Kostja. Non  chiaro se Kostja approvasse o no il proprio capo, non si esprimeva. Kostja era venuto a Mosca in cerca di lavoro dall'Ucraina, dalla citt di Energodar, a sud dello Zaporo'e. In passato aveva fatto il muratore, il macellaio, l'attore e il soldato sovietico in Germania. Dove dormiva nella caserma che era appartenuta alla divisione Testa di morto dei tankisti delle SS. Non aveva un aspetto rassicurante: la testa rasata, la faccia di Hermann Gring da giovane. Imperturbabile, Kostja non commentava il comportamento del suo capo; comportamento che io stesso, ridendo, definivo alla ricerca di una giovane sgualdrina.
All'epoca la casa editrice Limbus Press mi aveva telefonato offrendomi di scrivere per loro un nuovo libro. Gli ho chiesto 10.000 dollari di anticipo, e ridendo ho detto che avevo gi un titolo e un intreccio. Il loro rappresentante ha voluto farsi dire quali fossero. Alla ricerca di una giovane sgualdrina. Nella cornetta c' stato un momento di silenzio. Penso che avessi superato le loro pi rosee aspettative.
Forse in termini un po' affettati, ma avevo formulato correttamente il mio stato d'animo d'allora. Volevo davvero una ragazzina apertamente troia: dissoluta e accessibile, allegra e svelta come una scimmia, perversa e rachitica. Ma bugiarda no! Il progetto della Limbus Press non  andato in porto allora. Io e Kostja abbiamo continuato a battere piazza del Maneggio. L mi si confondevano gli occhi, tanta era la scelta. Un intero mercato di giovani esseri. Credo che ci vadano proprio con il vago scopo di trovarsi un acquirente.
Nello stesso tempo avevo complessi rapporti con un'affascinante quanto piatta diciannovenne. Ed ecco che il 20 giugno l'affascinante diciannovenne doveva trasferirsi da me. Questo la sera. E il destino ha voluto che la mattina del 20 giugno si presentasse a casa mia per prendere la tessera del partito la piccola Nastja. Era fatta: non aveva pi senso cercare una giovane sgualdrina. A quale scopo visto che era comparsa quella bambina. In una bambina c' tutto. La giovane sgualdrina. E la santa.
Cazzo, quanto mi ha turbato... quanto mi piaceva! Fino ad agosto non l'abbiamo fatto. Abbiamo fatto tutto, tranne quello. So che la gente pensa che io l'abbia sedotta, che sia un pervertito. Certo che l'ho sedotta. Non so cosa far di me la prigione, come ne uscir, ma nel 1998 ero un bell'uomo brizzolato con raffinati tratti del viso, le guance un po' scavate, una ciocca di capelli sulla fronte, proprio uno di quelli per cui si prendono una cotta le ragazzine. Direttore di un giornale con le palle, per i giovani, e presidente di un partito rivoluzionario. Di chi si doveva innamorare una ragazza di talento che alla proposta di scegliersi un regalo ha voluto un libro con i quadri di Bosch? Di chi mai? Non c' dubbio, era piuttosto selvatica, mostrava segni di autismo, non amava la gente. Dichiarava di amare il mostro di Rostov, ma era tutta una posa, o in gran parte una posa. Anche lei voleva far vedere di avere le palle.
Abbiamo fatto lunghe passeggiate quell'estate. Venivo meno alle disposizioni del partito. Andavamo insieme in piazza del Maneggio, ed  stata lei stessa a portarmi alla Fontana dei Cavalli. In front of the horses c' una piccola vasca tonda con lo zampillo e noi ce ne stavamo seduti per ore sul bordo, circondati dal sole e dall'acqua, al centro della folla. Tutti intorno ci sorridevano. Una scena commovente: un'adolescente con i jeans strappati sopra le ginocchia bianche, le guance rosa, ciocche di capelli chiari, e un bel pap dai lineamenti delicati, come un pianista, come si dice da noi... Un pap a passeggio con la figlia. La figlia abbraccia da dietro il pap per il collo, cercando di spingerlo dentro la vasca, ma ci cade lei. Tutti sono molto soddisfatti... Che birichina... Si rialza zuppa, ride.
Eduard, io... voglio un gelato...
Quell'estate aveva sedici anni, ma ne dimostrava undici o tredici. Un paio di anni prima aveva provato l'eroina, poco c'era mancato, come mi aveva detto, che le partisse definitivamente la testa.
Dio mio, quante pose di lei sono rimaste impresse l alla fontana, girata, di fianco, i capelli nell'acqua, le guance gonfie per fare le bolle di sapone! Portava legata al collo una boccetta rosa con le bolle di sapone! Una volta che avevamo appuntamento alla stazione della metropolitana Kropotkinskaja con alcuni ragazzi del partito arrivati da fuori citt, si  portata dietro, mi ricordo, una scimmietta legata a un elastico. Lokotkov per un attimo  rimasto perplesso. Gli attivisti si scambiavano sguardi terrorizzati. Io, a dire il vero, non ho fatto nulla per chiarire la situazione. Lasciavo credere che potesse essere mia figlia. Mia figlia strattonava la scimmia mentre io e i nazionalbolscevichi, sistematici attorno al tavolo di una birreria, discutevamo gli affari di partito. Fremeva di collera perch il tavolo era troppo alto per la sua altezza, non poteva stare al nostro stesso livello, piccolina com'era, e per questo s'inviperiva.
Abbiamo trascorso un'intera stagione vicino a quel piccolo specchio d'acqua. Oltre la vasca, l'acqua scorreva in mezzo a tutti i pi idioti personaggi delle fiabe tipo il pescatore e il pesciolino. Un orrore di bronzo eretto sconsideratamente sotto le mura del Cremlino. Io e lei abbiamo nobilitato quel posto... Basta, non scrivo pi... Mi fa star male... Questo luglio  cos caldo.

Saune e bagni turchi

Sauna a Lesosibirsk
regione di Krasnojarsk
Nel febbraio 1992 sono arrivato a Krasnojarsk. Ero stato invitato dal direttore della Krasnojarskaja gazeta Paenko, un vero rivoluzionario. Che di l mi ha mandato in macchina a Enisejsk e Lesosibirsk, assieme a Krutov, un dirigente industriale comunista. Da tutti e due i lati della strada si stendeva possente la taiga. A confronto, i boschi della Russia europea sembravano rachitici. La pelliccia lucida degli abeti siberiani, i pini dalla scorza possente, un sole sorprendentemente forte, il gelo: com'era bella la Siberia. In macchina si stava caldi.
Poco dopo essere usciti da Krasnojarsk ci siamo fermati un momento. Krutov (se per caso ho sbagliato il suo cognome, lo prego di perdonarmi, qui non c' proprio modo di fare verifiche) mi ha indicato una guglia in lontananza, la celebre stazione di controllo, un prodigio della tecnica. Allora se ne parlava molto. Proprio in quel periodo per compiacere gli americani avevano cominciato a smontarla. Dopo avermela mostrata, Krutov si  allontanato dalla strada per pisciare sulla neve. Quando  tornato aveva le lacrime agli occhi. E imprecava a tutto spiano. Mi ha spiegato che aveva partecipato alla costruzione della stazione di controllo. Anch'io sono passato agli insulti pesanti: non c'era altro modo per esprimere quello che sentivamo. La collera, il disgusto per il proprio Paese, per il regime, l'impotenza.
Ero arrivato in Siberia solo con il giubbotto da marinaio. Era tedesco, con la fodera di lana, ma si sa che i tedeschi erano morti di freddo gi alle porte di Mosca. In testa avevo un berretto comprato in un supermercato di Titovgrad, nel Montenegro. Poi Krutov mi aveva dato un cappello di pelliccia. In quella tenuta me ne andavo per le strade della cittadina di provincia Enisejsk, rimasta in eterno nel XIX secolo. Circa due terzi della citt erano annoverati tra gli edifici di particolare rilievo artistico: case di legno, grigie e nere per il tempo. Fazzoletti, pellicce, colbacchi: tutto come in un museo. E soprattutto questo concentrato di antichit sotto un cielo blu scuro diurno, denso come colla. La temperatura era di -32 gradi. Allora scrivevo gi da un anno per il giornale Sovetskaja Rossija, tutti mi conoscevano.
Usciti da Enisejsk ho ricevuto il battesimo del siberiano. A un certo punto Krutov ha dato ordine di fermare la macchina. Siamo usciti nella colla blu. Hanno aperto il bagagliaio. Hanno tirato fuori la vodka e un pezzo di pane congelato, duro come il cemento. Quando la versavano nei bicchierini, la vodka colava come colla. La capote ci serviva da tavola improvvisata.
Sei pronto, Eduard Venjaminovic, al battesimo del siberiano?
Mi sono infuso dentro con ardimento la colla gelata. Bruciava. All'improvviso ho sentito strombazzare: erano alcuni camionisti delle sterminate tratte siberiane. Sorridevano dalle cabine, gesticolavano.
 te che salutano, Venjaminovic! La cerimonia  rinomata. Ammesso ormai tra gli autentici siberiani, sono rientrato nel caldo abitacolo e ci siamo messi in marcia per Lesosibirsk. Nelle vicinanze della citt confluisce nell'Enisej l'Angara, lungo il quale viene fatta viaggiare la maggior parte del legname. A Lesosibirsk il legname viene immagazzinato, segato, assortito e trasportato fino alla foce, sulle sponde del Mar Glaciale Artico. Di l parte per l'estero. Il legname concorre benissimo con il gas naturale, il petrolio e i diamanti come prodotto russo da esportazione. Lesosibirsk in realt  una specie di enorme magazzino per i prodotti forestali. Tutto quello che racconto mi hanno portato a vederlo: l'Angara, i magazzini, le foreste. Mi hanno anche portato a vedere una mostra di artisti locali, sebbene uno come me fosse da trascinare subito in caserma o al poligono di tiro. Ho girato per la mostra un paio d'ore, e mi sono annoiato a sufficienza. Il mio gusto  esigente e paradossale: cosa mai mi si poteva far vedere, se gi avevo setacciato tutti i musei di Vienna e di Roma e le gallerie di Parigi e di Soho a New York! Tuttavia non mi sono messo a fare lo snob e ho esaminato a lungo e seriamente i quadri degli artisti di Lesosibirsk.
Alla fine della giornata Krutov mi ha portato alla sauna, che si trovava su un territorio strettamente controllato. Noi perlomeno siamo stati fermati tre volte, e ogni volta ci davano indicazioni aggiuntive per la strada. Poi ho capito che eravamo entrati in una base militare e delle forze speciali di polizia. Pi tardi ho capito anche (il giorno dopo, e con le indicazioni di Krutov) che gli uomini nudi con i quali avevo fatto la sauna erano i pi influenti della citt. Chi tra loro fosse un semplice imprenditore e chi un padrino non mi  stato dato di sapere. Per parte mia ho identificato solo il comandante della polizia locale, un uomo alto con i gradi di tenente colonnello che l, per la verit, era nudo e avvolto in un lenzuolo. Di cognome faceva, se non mi sbaglio, Petrov.
L'accoglienza  stata degna di un ospite moscovita, patriota e giornalista di Sovetskaja Rossija. C'era un tavolo ricoperto di pesce siberiano di ogni tipo: rosso, ambrato, rosa, diversamente salato e affumicato. Hanno portato anche la carne. Ma il pezzo forte del programma  stato il fegato di cervo congelato. Di tanto in tanto un sergente della polizia con una vestaglia aperta sulla pancia nuda (con le maniche arrotolate) apriva la porta e tirava dentro dal gelo un sacco, dal quale tagliava sul tavolo pezzi porosi di fegato. Lo mangiavamo crudo, cospargendolo di sale grosso. Lo stesso sergente calvo, tozzo e forte come un toro ci serviva la vodka. Devo ammettere che era lusinghiero vedersi serviti da uno sbirro. Nella Russia da dove venivo io, uno con la mia posizione nella societ gli sbirri li deve temere. L tutto al contrario, c' uno sbirro che ti serve.
Dopo la cena siamo andati alla sauna. C'erano rami frondosi dei tipi pi diversi. Tra noi c'era un giovane con i capelli scuri assai bello, un ceceno, ho poi saputo, che aveva un'arte particolare nel fustigarti e camminarti sulla schiena in mezzo al vapore. Avevo letto Il fiume accigliato di ikov e ho accolto con piacere la sua offerta di prestazioni. Il ceceno si  rivelato un maestro e tra scherzi e risate mi ha tormentato in modo sorprendente, tanto che sono tornato completamente sobrio. Dopo il trattamento del ceceno si poteva uscire all'aria aperta e mettersi a saltare nella neve o tuffarsi nella piscina con l'acqua fredda. A proposito, Sergej  stato il primo ceceno vivo che ho avuto occasione di vedere in vita mia. In quei Paesi dell'Occidente dove ho abitato, cio in Francia e negli Stati Uniti, le saune non hanno grande diffusione, non siamo in Finlandia o in Scandinavia. In California sono capitato in una Jacuzzi, come ho scritto nel mio libro La tigre domata di Parigi. La Jacuzzi  una vasca sterminata, quasi una piscina, dove getti d'acqua calda ti colpiscono da sotto, spesso mescolati a zolfo. In Francia, in virt di specifiche circostanze storiche ed economiche, l'arte del lavaggio del corpo, e l'igiene in generale,  sensibilmente meno sviluppata che nei Paesi settentrionali. Quando sono arrivato a Parigi nel 1980, i servizi igienici francesi mi sono parsi arretrati. Basti dire che in molti appartamenti, soprattutto nelle vecchie case del centro, non c'erano bagni. I bagni erano uno per pianerottolo, con due poggiapiedi di metallo e una tinozza sotto il soffitto per scaricare. Nel mio primo studio in rue des Archives nel bagno c'era un motorino elettrico che sospingeva gli escrementi attraverso un tubo d'ottone nella grande conduttura della fogna, che a sua volta scorreva in cortile, lungo il muro esterno della casa. Per l'acqua calda nelle case c'erano scaldabagni elettrici fissati sotto il soffitto del bagno o della cucina. Riscaldare l'acqua costa molto caro. Per questo i francesi si lavavano e si lavano meno degli altri popoli. Per gli italiani  la stessa storia. Solo due popoli hanno acqua calda a volont, i russi e gli americani. Basta aprire il rubinetto, e via...

Bagno turco sulla via Maa Poryvaeva
Mosca
Era il 1968. Vivevo con Anna Rubinstein nel vicolo Kazarmennyj, affittavamo una camera in una casa di legno. La padrona dell'appartamento si chiamava Ljudmila. Aveva un marito alcolista soprannominato Trinca, ex direttore di un politecnico universitario, che faceva l'inserviente in un negozio di alimentari, un figlio, Alik, una figlia, Alla, e la figlia pi piccola Lena. A venticinque anni gi mi piacevano le ragazzine, per questo mi ricordo come mi tremavano le mani mentre misuravo Lena: sua madre mi aveva chiesto di cucirle una blusa. Oltre alla macchina per scrivere infatti avevo in camera anche una macchina per cucire, e di tanto in tanto guadagnavo qualche soldarello cucendo pantaloni. Questa Lena adesso dovr avere quarantotto anni, difficile che la tocchi pi anche il marito, ma allora era una ragazzina meravigliosa con gli occhi neri, i capezzoli che le spuntavano sotto la maglietta, il sederino serpeggiante... La scena della misurazione, cui mia moglie Anna non ha assistito, l'ho immortalata nel Diario di un fallito.
Vivevamo molto poveramente. Mi ricordo che andavo alla mensa seminterrata sulla circonvallazione dei giardini, all'angolo di via Kirov, mi prendevo un t, mangiavo pane nero, che era gratis, con la senape e quando nessuno guardava finivo di mangiare il cibo lasciato nei piatti dagli altri avventori. Ci che contava era l'arte. Comporre poesie straordinarie. Mi sforzavo di renderle straordinarie straniandole secondo il metodo di klovskij e dell'Opojaz.
La casa era di legno. Adesso quelle case le hanno demolite, ma all'epoca ce n'era ancora un gruppetto dietro il vicolo Kazarmennyj (parallelamente alla circonvallazione dei giardini). Nell'appartamento di Ljudmila c'erano tre camere. In quella pi grande erano alloggiate la madre e i figli, in un'altra Trinca, nella pi piccola noi, con una finestra che dava sul cortile. Guardando dalla finestra si sarebbe potuto credere di essere nel XVI secolo, si vedevano le pareti di legno delle stalle, cumuli di neve, vecchi tetti. L'igiene era abbastanza precaria: tutti quanti, certo, ci davamo una lavata la mattina in cucina, c'era il gabinetto, anche se senza riscaldamento, ma non c'era la vasca. C'erano anche le pulci di terra, che ci divoravano le gambe fino alle ginocchia. Per lavarci andavamo al bagno turco in via Maa Poryvaeva. Adesso al suo posto ci sono dei meandri di cemento, non ho voluto neanche addentrarmici per quanto era deprimente quel nuovo paesaggio. Nel 1968 in via Maa Poryvaeva c'era il bagno turco, vecchio, a misura d'uomo, dove, entrando nel vestibolo, si poteva comprare un biglietto o per la sala comune o per una cabina. La cabina costava pi cara, c'era uno spogliatoio con panche abbastanza larghe, e le docce. I prezzi di quel bagno non me li ricordo. Il vecchietto che accompagnava i clienti nelle cabine non faceva tante storie e non costringeva nessuno a dichiarare le proprie generalit, per questo io e Anna usavamo la stessa cabina, come marito e moglie. Malgrado sembrassimo piuttosto madre e figlio. Non ci eravamo in realt mai sposati davanti alla legge. Ma al buon vecchietto non gliene fregava nulla. Sulla vecchia giacca aveva un cumulo di decorazioni e medaglie, su pi file. Fumava non so quale selvaggia essenza ed era eternamente avvolto dal fumo.
Una volta a settimana prendevamo una cabina sulla via Maa Poryvaeva. Ci toglievamo i cappotti, Anna aveva un cappotto color prugna, con il collo di pelliccia, e portava anche una cuffia di lana d'angora. Io mi toglievo il mio pesante cappotto nero, di ratin, cucito a Char'kov da un sarto armeno; dopo averli appesi ai ganci, stendevamo sulle panche le lenzuola da bagno, ci toglievamo il resto dei vestiti ed entravamo nella doccia, io per primo, per regolare l'acqua. Anna mi seguiva, coprendosi con le mani, una al posto d'onore, dove le statue hanno la foglia di fico, l'altra su tutto il seno. Gi vivevamo insieme da quattro anni, e la donna rubensiana, evidentemente, mi aveva un po' stancato. Era una cosa che sentivo, ma non formulavo razionalmente. La sua carne via via pi gonfia ormai mi irritava, per questo i nostri rapporti erano sempre pi camerateschi. Amichevoli. Ci strofinavamo l'un l'altra la schiena e solo talvolta, in un attacco di sensualit, ci accoppiavamo in una cabina di via Maa Poryvaeva. Succedeva invece pi spesso quando avevo bevuto, e quindi nel vicolo Kazarmennyj. Anna aveva troppa carne soffocante; il sedere spropositato le conferiva una specifica imponenza terragna, come una dea Demetra. Avevo venticinque anni, lei trentuno, non a caso tenevo gli occhi incollati alla ragazzina Lena, che ne aveva quindici, quando, ancora assonnata, inciampava in cucina contro una sedia, con la grazia di un giovane salvadanaio di gesso in bilico. Lena stirava la cravatta della sua uniforme da giovane comunista, se l'annodava, in cucina restava l'odore della cravatta, e facendo ondeggiare il sedere scivolava via nel vano della porta. Io tornavo in camera e mi mettevo a scrivere versi. Mi tormentavo con i versi, mi punivo con i versi, ne scrivevo a chilometri, a volte per dieci ore al giorno! Solo una piccola parte di questo abbondantissimo pur ritmato  stato compresso nel libretto di poesie Cose russe, edito dalla casa editrice Ardis, del Massachusetts, nel 1979. Nel 1974 tutto quanto avevo realizzato, anche quanto scritto nel vicolo Kazarmennyj, a poca distanza (cento metri) dal bagno turco di via Maa Poryvaeva, l'avevo portato via dalla Russia. Lasciando gli Stati Uniti nel 1980, ho affidato i miei manoscritti all'archivio dello slavista John Bowlt della Texas University di Austin. Successivamente Bowlt ha ceduto questi chilometri di versi con numerazione progressiva (ricordo per certo che c'era una pagina 1235) a non so quale altra universit. Quindi da qualche parte devono esserci. Quando l'ostilit nei miei confronti in quanto presidente del Partito nazionalbolscevico si sar dissipata, queste mille e rotte pagine cominceranno a essere studiate. Tanto pi che inframmischiate ai versi ci sono anche annotazioni di avvenimenti, diari. C' in pillole la storia dei miei ultimi anni di vita con Anna, e si pu seguire l'inizio e lo sviluppo della storia con Elena.
Il bagno turco sulla via Maa Poryvaeva era uno stabilimento di tipo comune, rimasto in eredit forse persino dall'epoca zarista. Vecchie porte, rigonfie per il vapore acqueo, vecchie mattonelle scheggiate, pulizia e povert. Venti anni dopo a Parigi hanno cominciato a invitarmi al night club Bains-Douches; aperto da poco accanto al boulevard de Sbastopol, il Bains-Douches era subito diventato di moda. Verso la fine degli anni Ottanta ci ho incontrato Roman Polanski, ho visto seduta al bar la giovane star rachitica Vanessa Paradis, ho fatto la conoscenza con Jacques Chaban-Delmas, che era all'epoca, se ben ricordo, presidente dell'Assemblea nazionale. Dunque, Bains-Douches significa letteralmente bagni-docce. Il club era sorto ristrutturando un vecchio bagno turco. Gli intelligenti proprietari avevano lasciato alcune belle mattonelle, parte di una vasca (anche l si ballava). Quest'idea originale ha reso il Bains-Douches un club di culto piuttosto a lungo. Davanti alle sue porte c'era sempre una folla di personaggi cui era negato l'accesso. E a me venivano in mente Anna Moiseevna e i bagni di Mosca in via Maa Poryvaeva.

Piscina - Duanb
Il colonnello Krjukov, Capo di stato maggiore della 201a divisione, mi  venuto a prendere cos presto che nel cervello mi gorgogliava ancora tutta la vodka che avevamo bevuto assieme la sera prima. Saranno state le sei del mattino, o anche prima. Eravamo d'accordo, cos s' scoperto, di andare alla sauna, e quando sono uscito dai meandri della nostra caserma (che era anche sede della redazione della rivista Soldat Rossii), lui se ne stava seduto fresco e profumato di acqua di colonia nella jeep militare accanto all'autista, il volto di pietra del soldato, i baffi, il petto robusto del soldato. Ci siamo salutati. Aveva una mano di ferro. Le quattro bottiglie di vodka che ci eravamo scolati non si riflettevano minimamente sulla saldezza della sua stretta. Io non ho mostrato alcun segno di insoddisfazione, sebbene le quattro ore di sonno, due per ogni litro e mezzo di vodka bevuto a testa, erano una dotazione ben scarsa di ristoro. Ma avevo sognato per tutta la vita di bere con il Capo di stato maggiore di una divisione coloniale fino alle due di notte nell'esotica citt di Duanb sotto il crepitio secco delle scariche di mitra notturne, come potevo lamentarmi? Mi sono arrampicato sulla jeep, sforzandomi di non ciondolare la testa. La mia guardia del corpo, Lka Razukov, l'avevo lasciato a dormire. Mika Chors voleva seguirmi fuori dalla camerata, ma gli ho ordinato di tornare a letto. Se stavo con la 201a divisione, c'era la 201a a proteggermi. Siamo usciti dalla zona militare sull'asfalto gi infuocato, ho notato che accanto all'ingresso non c'erano ancora i cambiavalute, anche quelli dormivano.
La notte  passata pi o meno tranquillamente, - mi ha messo al corrente Krjukov - la 201a non ha subito perdite. Speriamo che anche il giorno sia tranquillo. Il momento pi infame  verso sera, quando gli ufficiali finiscono il turno di servizio. Sanno la strada che devono prendere, gli fanno la posta. Il maggiore l'hanno ucciso alle 19,20 quando gli mancavano trecento metri per rientrare a casa.
Si riferiva al maggiore ucciso il giorno prima. Gli avevano sparato da in mezzo ai cespugli mentre scendeva dall'autobus. L'avevano centrato proprio in testa. E all'uccisione del maggiore era stata dedicata buona parte del nostro tte  tte notturno nel cortile della redazione (dalla cucina un soldato aveva portato carne in scatola, pane e pomodori, altri si erano affacciati dalle camerate, ma non si erano avvicinati, gi edotti della disciplina militare: lasciamo bere in pace i comandanti, se ci sar bisogno, ci chiameranno). Pi in generale, si era parlato molto delle uccisioni dei militari. I fondamentalisti islamici erano in frenetica attivit. Volevano far saltare il processo di conciliazione tra l'opposizione moderata e il governo di Imamali Rachmonov. Per questo sparavano addosso agli ufficiali russi. Quello che non ero riuscito a capire era perch ufficiali disarmati andassero in giro a fare i bersagli del tiro al piccione. Come si potevano mandare fuori dalle caserme ufficiali disarmati, quando per le strade sfrecciavano automobili piene di guerriglieri con mitra, se non addirittura mitragliatrici? Krjukov mi aveva spiegato che Mosca non autorizzava gli ufficiali a portare armi. Lo status ufficiale della 201a divisione era quello di forza di pace. N poi sarebbe di grande aiuto mettere in mano agli ufficiali delle pistole contro i kalashnikov dei fondamentalisti islamici. Si potrebbero dare i mitra anche a loro, avevo proposto io. E che fare allora con i soldati semplici? Invece degli ufficiali avrebbero cominciato ad ammazzare la truppa. Ad ogni modo decide Mosca, aveva chiuso il discorso Krjukov, e Mosca non acconsentiva a dare armi agli ufficiali fuori dagli orari di servizio.
Ormai avevamo lasciato l'asfalto, e correvamo su strade sterrate. Gli odori dell'Asia, la puzza, l'Asia che dondolava i rami degli alberi. Era la fine di maggio, il periodo migliore da quelle parti, poi sarebbe cominciata una canicola intollerabile.
Stiamo andando in un centro sportivo molto famoso, - mi ha spiegato Krjukov - o almeno lo era un tempo. Quando sono cominciati gli ammazzamenti, nel 1992, alla gente  passata la voglia di sport, i responsabili del centro sono scappati.  rimasto il custode, e ha mantenuto tutto operativo. Da un po' di tempo lo controlliamo direttamente noi. Gli diamo qualche soldarello perch tenga in ordine la sua struttura, faccia le pulizie. A volte ci andiamo in quattro o cinque, o gli mandiamo dei tagiki dell'apparato statale. Vedrai: non  niente male una sauna come si deve. Ti senti in forze? si  deciso alla fine a chiedermi.
In realt non potevo stare peggio. Mi sentivo ancora la vodka in bocca. Dopo una dormita di solito si distribuisce uniformemente per il corpo, ma io ce l'avevo tutta in gola e in testa. In qualche modo per contavo di resistere, nonostante la testa marinata nella vodka. Ci siamo fermati davanti al portone, l'autista ha suonato il clacson. Hanno risposto latrati feroci di cani. Poi  uscito un tagiko con i sandali, i pantaloni e la camicia di fuori. Ha sorriso, ha aperto il portone. Siamo entrati, Krjukov  saltato a terra. L'ho osservato con soddisfazione. Agile, con i suoi centottanta centimetri di altezza, in tiro, neanche un grammo di troppo, braccia muscolose che spuntavano dalle maniche corte della camicia dell'uniforme, i gradi sulla manica, e sopra l'ampio petto il taschino con le decorazioni. I baffi, la setola dei capelli brizzolati. Il volto scuro. Pochi millimetri di barba fitta e abbronzatura coloniale accumulata negli anni. Krjukov era del luogo, era nato a Duanb. Un pied noir, avrebbero detto i francesi.
Ha preso una busta di plastica dalla macchina, e ci siamo infilati in una piccola porta blu, che conduceva in un grande capannone. Ci precedeva il padrone della piscina. Ci siamo subito trovati a bordo acqua. C'erano persino le boe di divisione delle corsie, i trampolini da competizione. Ogni cosa aspettava che tornasse il suo momento. Abbiamo camminato sul bordo della piscina per tutto il lato lungo, fino a una porta dipinta di blu con una croce rossa. L c'era l'ambulatorio, e poi la sauna. Era pronta, ma Krjukov  rimasto insoddisfatto della temperatura e ha dato al tagiko una bella lavata di capo in tagiko. Quello umilmente, lo capivo dal tono della voce, si giustificava, pure in tagiko.
Ha ragione, - mi ha detto Krjukov - l'ho avvisato tardi. Non ha fatto in tempo a riscaldare abbastanza. Be', vediamo un po' che esce fuori. Facciamoci intanto un bicchierino per smaltire la vodka di ieri.
Bevi tu, - gli ho risposto - io preferisco aspettare. Solo a guardarla, quella dannata, mi viene il vomito.
Padrone Krjukov ha rovesciato il contenuto della busta, e ha mandato gi una gran sorsata da una grande borraccia, poi ha cominciato a spogliarsi. Mi  sembrato che fosse divenuto brusco nei miei confronti.
In quel momento mi sono venuti in mente i greci, e Senofonte, condottiero di diecimila mercenari greci che si ritiravano dalla Persia, e mi sono ricordato che nella 201a divisione ci sono settemila soldati a ferma breve, a contratto, insomma, e che l'incarico di comandante  quasi onorifico, quello che tutti i giorni si fa in quattro e tiene sulle spalle la divisione  il Capo di stato maggiore, e sono giunto alla conclusione che Krjukov  Senofonte. Ho preso la fiasca e ho bevuto il sorso pi lungo che ho potuto, non potevo perdere la faccia davanti a Senofonte. La testa mi scoppiava. Mi sono tolto i pantaloni e ho seguito il colonnello nella sauna.
L non era abbastanza caldo per qualcuno che non avesse bevuto con il colonnello Krjukov fino alle due di notte. Per me era come all'inferno. Quando non ce l'ho pi fatta a reggere, sono uscito e con cautela sono entrato in piscina. Ho nuotato lungo una corsia, a fatica sono riuscito a risalire. L'indistruttibile Krjukov tagliava la carne e spezzava il pane. Si era annodato un asciugamano attorno alla vita. Ho bevuto di nuovo con lui, questa volta dal bicchiere. Un'ora dopo, quando siamo risaliti sulla jeep e abbiamo lasciato la sauna, mi sentivo leggero come una piuma, e straordinariamente spirituale, come fatto di solo spirito. Mi facevano ciao i rami d'acacia nel cortile del centro sportivo. Pu darsi che non fossero acacie.
Ma la mia giornata non  finita l. Le ore successive le ho trascorse nell'ufficio del colonnello Krjukov. Mentre lui, sotto la bandiera e lo stemma della Russia e davanti a un pollo alla diavola si occupava degli affari della divisione, riceveva i rapporti degli ufficiali e firmava le carte, io bevevo ora caff, ora t. Quando  arrivato il comandante della divisione, abbiamo bevuto vodka da alti bicchierini di metallo.
Il procuratore si  rivelato ancora pi indistruttibile. Nel suo studio, ricordo, abbiamo anche mangiato uno spiedino. Poi siamo andati tutti insieme in un ristorante molto pretenzioso e freddo. Ho poi saputo dai miei ragazzi che mi hanno riportato verso sera due ufficiali, pallido come una pillola d'aspirina. Mi trascinavano in spalla. Mi sono riavuto il mattino dopo. I greci a contratto sono fatti cos. Bevono acqua di fuoco. Non mi era mai capitato prima di essere rispedito al mittente in tali condizioni.

Jacuzzi - California
La California non difetta certo di universit. Ce ne saranno una decina, o anche di pi. C' la State University of California, la University of South California, c' Berkeley e molte altre. In qual  che insegnava Elena (Weiss o Weil), accipicchia, gi non me lo ricordo pi? Mi ricordo solo che la sua universit si trovava a una distanza del tutto ragionevole da Los Angeles. Cos ragionevole che persino in assenza di patente Nataa Medvedeva si  arrischiata a portarmici in macchina. Questa Elena era una donna elegante, emigrata dall'URSS, sui quaranta, magra, con i capelli rossi. Un tempo aveva avuto un marito americano, dal quale le erano rimasti due figli, o forse pi. Di uno, lo spilungone rosso, me ne ricordo distintamente perch ero geloso di come lo guardava Nataa; il secondo era ancora in tenera et, sui diciassette anni, immagino, e si nascondeva sempre nella loro grande casa, saltando fuori confuso dai posti pi impensati. Lena Weiss o Weil adorava il mio libro. All'epoca tutti gli slavisti del mondo adoravano il mio libro, oppure lo detestavano. Lena era anche celebre per essere l'amante americana del poeta Bulat Okudava. Va detto che tutte le slaviste dall'aspetto minimamente femminile erano le amanti di un qualche scrittore o poeta sovietico. Chi fosse il responsabile di questa sana consuetudine, se le slaviste o i poeti scrittori sovietici, nessuno ha mai provato a spiegarlo.
I professori e le professoresse di slavistica delle innumerevoli universit americane erano di grande aiuto per la sopravvivenza fisica dei loro scrittori. Persino uno cos poco malleabile nei rapporti umani come me era invitato a tenere conferenze, e per finanziarle si consorziavano di solito varie universit. Mi ricordo che quando ancora abitavo a Parigi ho fatto alcuni giri di conferenze per le universit della California. Questi slavisti pagavano non cos tanto, un paio di centinaia di dollari per universit, ma i tour erano ben organizzati, e alla fine rendevano. Io avevo venduto male in Francia il mio secondo libro Il diario di un fallito all'editore Albin Michel: pochi soldi, perch all'epoca valevo ancora poco. Per questo nell'autunno del 1982 mi sono presentato a New York, ci ho passato un paio di mesi seduto a una finestra che dava su Broadway all'altezza della 93a strada, scrivendo nella camera di una ragazza, la figlia del padrone di casa, il romanzo Il boia. E per ottobre mi hanno organizzato un giro per le universit della California, e sono partito. Le prime che ho sedotto sono state la California University a Los Angeles e la South California, poi  stato il turno di Elena Weil o Weiss (propenderei forse per Weil). La mia lezione non me la ricordo,  naturale, non mi ricordo neppure una delle mie lezioni; ho parlato, immagino, dei miei due libri allora esistenti e ho risposto alle domande. Questa parte delle domande era senza dubbio quella che preferivo, in quanto ero pigro, come si addice a un giovane genio. Dopo la lezione Lena Weil ci ha portati nella sua enorme casa di due piani, con la terrazza e la Jacuzzi (tutti dicevano: Ha la Jacuzzi, Lena ha la Jacuzzi). Se c'era Nataa ad accompagnarmi, vuol dire che abitavo gi da lei e dal suo amico Borja Zakstel'skij. Quando siamo arrivati, la casa ci  parsa davvero una meraviglia, tutta in stile messicano, in disparte da tutte le altre abitazioni, come un'antica tenuta russa. La casa aveva un cortiletto messicano interno con cactus carnosi, alle pareti erano appesi grossi teli dai colori vivaci, sombreri e selle, e i muri erano rivestiti di legno pregiato. Tutto disinvolto, essenziale, un gran numero di libri.
A vedere l'ultima stella delle lettere russe si era radunato un bel gruppetto di ospiti: professori, studenti, emigranti. Abbiamo bevuto tequila, tutta la sera sono proseguite le domande e le risposte. Inviperita da non dirsi, abituata a essere lei la stella e non l'amica della stella, si aggirava tra gli ospiti Nataa. E beveva.
Quando gli ospiti se ne sono andati e noi tre ci siamo avviati alla famosa Jacuzzi, la nostra Natalija Georgievna era gi ubriaca. Allora aveva 24 anni, per cui anche ubriaca faceva il suo effetto, una ragazzona grossa e un po' buffa. Aveva i capelli molto corti, sdraiata nella Jacuzzi somigliava a una grande gatta bagnata. Aveva una scottatura sul seno, la vita aveva gi cominciato a lasciarle segni profondi, ma ancora non troppo. La gatta bagnata Nataa ha cominciato a dire peste e corna di me davanti alla professoressa Lena. Questo episodio  descritto passabilmente nel mio romanzo Domare una tigre a Parigi, per cui ci si pu limitare qui all'oggetto immediato della nostra analisi. La Jacuzzi mandava un forte getto d'acqua dal pavimento di maiolica: ti frustava dolcemente, poteva anche indurti a non opporre resistenza, potevi sentirci dentro il sapore della ricchezza. Io, purtroppo, stavo malissimo, probabilmente mi trascinavo una polmonite senza curarla, e di conseguenza mi era difficile apprezzare a pieno il piacere di quel getto. Un getto cui si mescolavano delle bollicine di zolfo, almeno cos mi pareva. Stranamente dopo quella volta in California non mi  pi capitato di fare il bagno in una Jacuzzi, sebbene la ricchezza media della mia cerchia di conoscenze sia sensibilmente aumentata. Lena Weil  morta di cancro qualche tempo dopo; con Nataa ho convissuto intensamente ma infelicemente per ben tredici anni e adesso, qui dalla prigione, ho dato ordine di farmi divorziare da lei. La Jacuzzi pu darsi che sia ancora viva, che adesso alloggi da qualche inutile e del tutto antistorico erede della professoressa Lena.
Quella sera, secondo me, la professoressa ci voleva sedurre, me e Nataa. Almeno a giudicare dalla velocit con cui si  spogliata.

Bagno turco - Alma-Ata
La piazza centrale della citt. Il pulmino della rete televisiva Chabar si accosta all'ingresso della sede della TV. Dentro ci sono nove nazionalbolscevichi. Alle spalle del pulmino attracca la macchina del colonnello Bektasov, dei Servizi segreti kazaki. Bektasov porta gli occhiali scuri. Con lui ci sono altri tre ufficiali. Dalla parte opposta, oltre la piazza, le imponenti cime dell'Alatau, il palazzo del governo della Repubblica del Kazakhstan, pi avanti il palazzo del presidente. I giornalisti che ci hanno filmati alla stazione corrono a riferire ai loro dirigenti. E noi tiriamo fuori gli zaini dal pulmino e li poggiamo sui gradini. Il sole risplende. Un eccellente inizio per un romanzo d'avventura. Ho appena saputo che il direttore della rete Chabar ... la figlia del presidente Nazarbaev, Dariga Nursultanova Nazarbaeva. Alla stazione non lo sapevo.
Eravamo arrivati direttamente da Kocketaev, dove in piena notte, dopo la pioggia, sotto le stelle slabbrate, ci aveva accompagnati, cio caricati sul treno il maggiore dei Servizi kazaki Karibaev.  stato su mia richiesta che Karibaev ha telefonato a Bektasov per informarlo dell'arrivo ad Alma-Ata di Limonov e di un gruppo di attivisti del Partito nazionalbolscevico. S'intende che anche senza il mio invito Karibaev avrebbe avvertito il suo collega di Alma-Ata dell'arrivo del famoso scrittore, sovversivo e trouble-maker, che a Kocketaev era stato tenuto agli arresti domiciliari e sotto stretta sorveglianza dei Servizi.
Il romanzo d'avventura era iniziato con l'arrivo degli attivisti a Kocketaev, dove eravamo stati invitati dai locali cosacchi per partecipare al loro raduno. Era la mattina del 2 maggio 1997. Abbiamo trovato tutta la stazione piena di sbirri, forse un battaglione intero, e tutti erano l ad aspettare noi. Sotto scorta ci hanno condotti all'edificio della polizia di frontiera. L erano gi pronte quattro telecamere e, reggendo il foglio con mani tremanti, il colonnello Hart (un tedesco), capo della polizia di frontiera, ci ha letto un decreto della Procura generale del Kazakhstan. Lo svolgimento del raduno cosacco a Kocketaev era stato proibito, e io ne venivo in quel modo ufficialmente informato. Si faceva divieto a me e ai miei compagni di partecipare a riunioni politiche e manifestazioni. Il presidente e il popolo del Kazakhstan non facevano comunque venir meno la loro ospitalit, e se desideravamo trattenerci nel loro Paese per conoscerlo meglio e a fini turistici eravamo liberi di farlo. In caso contrario ci avrebbero offer-to tutto il loro aiuto per rimetterci in viaggio, anche seduta stante, alla volta della Russia. Ho detto che saremmo rimasti a fini turistici. A giudicare dalle loro facce non devono esserne rimasti molto contenti. Ho firmato la carta, davanti alle telecamere.
Abbiamo preso alloggio a casa dell'attivista per i diritti umani Morozova. Attorno si sono messi a dormire in macchina decine di agenti. Il mattino seguente si  presentato il maggiore Karibaev e ha trascorso tutta la giornata con noi. Il 4 maggio a Kocketaev  arrivato il Primo ministro Kaegel'din (adesso  il capo dell'opposizione in Kazakhstan), portando con s un decreto sulla ristrutturazione amministrativa della regione di Kocketaev: erano spaventati dalla minaccia della secessione della regione dal Kazakhstan, mentre, per quel che ne so io, i cosacchi pensavano solo a proclamare la loro autonomia all'interno del Kazakhstan. Nel Consiglio regionale avevano la maggioranza necessaria per farlo.
Ed ecco che il nostro romanzo d'avventura si trasferisce ad Alma-Ata. Le nevi eterne dell'Alatau sopra il palazzo del governo. Dal portone della rete televisiva Chabar esce in un abito bianco il vicedirettore Vladimir Rerich, giovane, calvo, con un cranio ben piantato. Sorride. Mi stringe la mano. Rerich  il braccio destro di Dariga.
Saremo contenti di aiutarla, Eduard. Abbiamo gi trovato dove sistemarla. Il nostro giornalista Gria Bedenko - Gria gli stava accanto, sorrideva; aveva perso una gamba in Tagikistan, per un incidente, il blindato si era rovesciato, il portello gli aveva tranciato la gamba -  disposto a ospitarla. Ha un appartamento di due camere in centro, lui dormir dalla madre...
Rerich mi stringe a lungo la mano, mi dice che  eccitato, lusingato, quale onore, che incontro, non si sarebbe mai potuto immaginare. In realt stavamo gi giocando allo stesso gioco. Gi alla stazione, quando le loro telecamere ci avevano ripreso mentre scendevamo dal treno (poi ci avrebbero fatti vedere a velocit ridotta, con le teste rasate e gli anfibi, perch il popolino pensasse che erano arrivati i guerriglieri), avevamo cominciato a giocare allo stesso gioco. Avevo appena fatto la conoscenza di Bektasov con i suoi occhiali scuri e i suoi tonton-macoutes quando un giornalista di Chabar mi ha chiesto un'intervista.
Aiutateci a trovare una sistemazione per la notte - avevo detto - e avrete un'intervista lunga quanto volete.
Si erano messi in contatto con Rerich. Rerich, probabilmente, aveva proposto a Dariga di approfittare della situazione. La situazione faceva comodo a tutti, a me in primo luogo: dovevo difendere i miei dagli agenti dei Servizi, incontrarmi con i dissidenti ad Alma-Ata, arrivare in Tagikistan. Loro invece volevano usarmi per mostrare quanto erano bravi e civilizzati.
Un paio di giorni dopo Rerich mi ha invitato ai bagni turchi di Alma-Ata. Ne avevo sentito dire un gran bene: i pi antichi, i migliori dell'Asia centrale. Dall'esterno, in effetti, erano come statuine di porcellana, tutti ricoperti di mosaici. I biglietti erano stati gi comprati in anticipo. Ci siamo svestiti in uno spogliatoio abbastanza spazioso. Abbiamo attraversato molte sale avvolti negli asciugamani, camminando lungo una grande piscina. Siamo arrivati alla sauna. Abbiamo seguito tutto l'abituale iter dei diletti: prima si suda, poi si versa acqua sulle pietre, ci si fa battere con i ramoscelli. Poi in piscina. Per un istante mi ha attraversato un pensiero: e metti che adesso mi affogano o mi soffocano? O mi fanno una puntura di veleno, che blocca i muscoli cardiaci, sembra proprio che ce ne sia uno cos. Gli addetti ai bagni erano molto superbi.
Dopo un po' siamo andati al bar. Abbiamo mangiato pesce e bevuto birra e vodka. Provavano con cautela a interrogarmi. Io facevo finta di essere stupido e cambiavo discorso: come avrei potuto chiedere a Dariga un aereo che ci portasse tutti in Tagikistan, dalla 201a divisione russa? Anche voi avete un battaglione l, vero? In qualche modo i soldati ce li dovrete mandare. Rerich si  convinto di avere a che fare con uno scrittore ritardato. Mi ha pregato di andare alla Chabar a mezzogiorno.
Dariga Nursultanova sar contenta di conoscerla. Domani  il suo compleanno, lo festeggia sempre con noi in redazione.
In Asia centrale, i bagni turchi di Alma-Ata erano i migliori, Chabar la rete televisiva pi tecnologica, Nursultan Nazarbaev il monarca pi moderno: cos avevo riferito davanti alla selva di gambe dei nazionalbolscevichi stravaccati sui materassi nell'appartamento di Bedenko. Erano scoppiati a ridere.
Accanto ai bagni c'era un parco buio. Crescevano fiori dall'odore inebriante, sospeso alla luna. Il romanzo d'avventura continuava.

Bagno turco - Rostov-na-Donu
Ha voluto il caso che all'inizio del processo al colonnello Budanov mi trovassi a Rostov. Cio, era da tempo che dovevo andarci, mi invitava sempre un colonnello appena divenuto colonnello, ma continuavo a rimandare. E alla fine ci sono andato. Era gi un anno che gli sbirri mi stavano alle calcagna. Ma bisogna pur vivere, e compiere il proprio dovere, anche con quel codazzo. Il colonnello Sergej  venuto a prendere alla stazione me e la mia guardia del corpo. Oltre a lui c'erano ad aspettarci anche dei compagni un po' particolari, tutti con i colbacchetti neri dell'uniforme, un'intera squadra di sottufficiali e poliziotti di pattuglia. Il colonnello Sergej mi ha preso sottobraccio e mi ha portato fuori, passando davanti agli sbirri che impedivano l'accesso ai tipi sospetti e anche a un altro gruppo di sbirri che se ne stavano un po' in disparte, vicino a una staccionata. Nessuno ci ha fermati. Io e la mia guardia del corpo Mika non avevamo niente da nascondere, ma non volevamo che ci bloccassero per l'ennesima volta. Siamo arrivati alla jeep del colonnello e siamo saltati sul sedile di dietro, sollevati.
Che vi aspettavate? La nostra  una citt di frontiera, il principale punto di passaggio delle merci, l'arteria che collega il Caucaso alla Madre Russia.
No, niente - abbiamo detto noi - solo che ci seguono dappertutto, ci hanno stufato.
Gi sulla banchina quegli stessi personaggi con i colbacchetti da recchione avevano fatto in tempo a domandare a Mika: Ehi, ragazzo, tu ti chiami Eduard?. O non avevano la mia foto con la barba, o semplicemente, sbruffoni com'erano, volevano far credere a chi li comanda che conoscono tutti.
Siamo andati nella citt militare, costruita a suo tempo dai prigionieri tedeschi. Il colonnello abitava in un appartamento di tre camere, vuoto e ordinato. C'era molto spazio, ma si avvertiva subito la noia. Avevo promesso che sarei venuto ed ero venuto. Sebbene il momento non fosse per niente quello ideale per una vacanza culturale a Rostov assieme a un colonnello. Tanto pi se quel colonnello aveva smesso di bere.
A dire la verit Sergej  uno scrittore. Autore di bozzetti di guerra sul Dagestan e la Cecenia, direttore di un giornale militare, prosatore, e io sono un suo collega pi esperto, uno scrittore famoso, autore tra l'altro di reportage e bozzetti di guerra. Gi all'inizio degli anni Novanta pubblicavo i miei reportage sulle guerre in Jugoslavia su Sovetskaja Rossija e su Den', poi li ho raccolti in volume e ho dato il via, credo proprio, a una nuova scuola di giornalismo di guerra. Almeno il mio amico e corrispondente di guerra della Zavtra Vlad urygin ha ammesso di aver imparato da me a scrivere in modo completamente diverso. Tutti loro venivano dall'Istituto politico-militare di L'vov, dove gli avevano insegnato il giornalismo sovietico. Grazie ai miei reportage avevano capito l'importanza della nota personale, di un dettaglio colto al momento giusto, avevano scoperto l'aspetto romantico della guerra: insomma, la mia influenza era indubbia. Non discutevamo in particolare di questi temi, ma sentivo di essere circondato dal loro rispetto. Quando era a Mosca, Sergej veniva sempre a farmi visita, e adesso ero io che facevo visita a lui. Assieme a Sergej c'era con noi anche un altro colonnello, che come lui aveva studiato a L'vov, ed era ora capo dell'ufficio stampa del generale Troev, comandante del distretto militare del Caucaso settentrionale, uno dei principali protagonisti della guerra in Cecenia. Lavoravano insieme a un libro sul generale Troev che sarebbe dovuto uscire per l'editore Vagrius. Io alla Vagrius conoscevo bene Andrej Il'nickij, che aveva pubblicato il mio romanzo 316 comma C e l'edizione in tre volumi di nove miei romanzi. C'erano dunque molte cose a unirci, tanto pi che il colonnello capo dell'ufficio stampa di Troev era anche mio conterraneo: i suoi genitori abitavano a Char'kov, come i miei, e di tanto in tanto andava a trovarli.
Mi piacciono i soldati. Non ne ho mai fatto mistero. Io stesso, come un centauro, sono per met rivoluzionario e per met guerriero. Se non mi avessero fatto fuori nel 1960 a causa della mia miopia, oggi, sono sicuro, sarei uno tra i pi alti ufficiali.
Gi la prima sera il colonnello ci ha portati alla sauna. Ci hanno offerto delle ragazze, ma io e Mika abbiamo rifiutato. Non abbiamo per rifiutato la vodka, la birra, lo spumante e il cibo comprati dal colonnello Sergej. Non ci ha rovinato l'appetito neppure vedere un'auto a fari spenti entrare nel vicoletto scuro della sauna.
Il primo catino d'acqua gettato sulle pietre incandescenti mi ha bruciato la testa. Di solito mi copro la faccia alla prima vampata di vapore. La seconda entra gi nella pelle, in profondit. Un cuore abbastanza in buono stato, tocco ferro, mi permette di rimanere nella sauna praticamente quanto voglio, solo che alla fine mi stufo. In generale vivrei sempre senza pause, senza intervalli vuoti, ma gi cos la mia vita  mostruosamente intensa, che ne sarebbe a comprimerla ancora?
La sera successiva siamo andati, manco a dirlo, alla sauna. Questa volta in un'altra. Assieme a noi c'era uno slanciato ufficiale di bell'aspetto su una macchina sportiva. Gestiva quella sauna una moldava di mezz'et. Il colonnello ha proposto ancora di chiamarci delle ragazze, e noi ancora abbiamo rifiutato. Mika, la mia guardia del corpo, forse non lo avrebbe fatto, ma io ero e sono innamorato del mio scricciolo Nastja e non potevo permettermelo, e Mika si atteneva al mio esempio. Cos hanno fatto anche i colonnelli, forse in imbarazzo di apparire troppo puttanieri davanti al maestro del giornalismo di guerra. Insomma, la nostra serata si svolgeva nel tipico ambiente di un bordello, con piccoli divani, tappeti, cuscini, angoletti appartati attorno alla piscina, e solo tre di noi bevevano vodka. In compenso abbiamo mangiato molti spiedini.
Gli ufficiali devono conquistare Nazioni, altrimenti che guerrieri sarebbero. Il giorno successivo il capo ufficio stampa di Troev mi ha portato dal suo generale in un edificio grigiastro sulla via principale di Rostov, lo stato maggiore del distretto militare. Si  aperta una porticina laterale, ne  uscito l'attendente del comandante, un piccolo skinhead, e attraverso un cortile vuoto siamo arrivati all'ufficio del comandante. Al muro c'era una carta impressionante, lunga almeno cinque metri, una veduta dall'alto del Polo Nord e pi sotto, di insolite proporzioni, gli Stati Uniti e la nostra Russia. Ho regalato al conquistatore del Caucaso il Libro dei morti e un album fotografico della mia vita...
Troev aveva un aspetto da furbo, portava la stella di eroe della Russia.

Bagno turco della tenuta di Pirogov
Montagne dell'Altaj
L'Altaj  cos lontano che la stragrande maggioranza della popolazione della Russia non sa dove sia.  l'ombelico dell'Asia, in linea con Novosibirsk, sempre in direzione Sud, da l saranno ancora un migliaio di chilometri.  un mondo di foreste vergini e montagne selvagge, per le quali trotterellano sui loro cavallucci cacciatori orientali con la carabina a tracolla. Gli altaici saranno al massimo sessantamila. Sono imparentati con i calmucchi e l'origine delle loro trib pu essere ricondotta allo sciamanismo. Di queste, la pi importante e numerosa  quella dei caimani. Si danno nomignoli russi come Alcha o Saa, ma sotto questa trasparente cortina nascondono il sogno di un nuovo Gengis Khan e un orgoglio domato ma non sopito.
Che ci facevo io, da quelle parti? Volevo comprare un'izba sulle montagne, lontano dalla folla, a contatto con gli animali totemici, ma l'FSB non crede a questa versione.
Nella baita del signor Pirogov c'erano due bagni turchi. Uno vecchio, nello stesso edificio del laboratorio del signor Pirogov, vecchio ma gradevole, la porta esterna cigolava e sbatteva. Con gli anni il legno si era fatto grigio e bianco. Il secondo bagno turco era sulla sinistra, vicino all'ingresso dei terreni del signor Pirogov: nuovo, su un rialzo, a fianco Pirogov ci aveva scavato un laghetto artificiale, riempiendolo con un ruscelletto che aveva deviato e calandoci sopra, cos per bellezza, anche un enorme albero. Il fatto  che il signor Pirogov raccoglie erbe, e con le erbe cura tutte, o quasi, le malattie. Ha sessant'anni, faceva il boscaiolo; si  fatto assegnare a suo tempo dal sovchoz le terre dove sorgono i suoi bagni turchi e alcune altre costruzioni. E ha cominciato a costruire l'impero delle erbe. Durante la perestrojka si  assistito a un grande fermento nel mondo delle terapie naturali. Repressi e perseguitati sino ad allora dal potere sovietico, i guaritori sono partiti alla riscossa e hanno cominciato a curare con le erbe liberamente, in concorrenza con la medicina ufficiale e l'industria farmaceutica. All'inizio la gente era molto interessata alla novit, poi ci ha fatto l'abitudine e i pazienti si sono di molto diradati. I sogni imperiali sono naufragati, e sebbene le erbe preparate da Pirogov si vendano in alcune farmacie di Barnaul, nulla si  fatto della clinica sulle montagne, dove la gente avrebbe dovuto venire a curarsi con le erbe, a fare bagni ai vapori di erbe (a questo fine era stato costruito il nuovo bagno turco). Non c'era nessuno che avrebbe potuto seguire le orme di Pirogov. I fratelli di quell'ometto campagnolo, che vivevano a venti chilometri di distanza, nel villaggio di Bannoe, erano degli ubriaconi, figli non ne aveva. Non sapeva neppure a chi affidare la sua propriet durante l'inverno, cos la gente del luogo gli rubava di tutto, per far due soldi e comprarcisi da bere, dal cric ai sacchi di radici. Pirogov si era stancato e voleva sbarazzarsi della baita. Cos faceva gi in inverno, se ne andava a Barnaul con la sua amante altaica Galja.  in questo momento particolarmente critico che si  imbattuto in noi, e noi ci siamo offerti di fare la guardia per l'inverno alla sua baita. Io avevo un obiettivo preciso: volevo provare com'era l'Altaj in inverno, verificare se io e quelli che mi accompagnavano avremmo potuto vivere l per tutto l'anno.
Ai bagni turchi di Pirogov ci sono andato solo alcune volte. Quello vecchio, come ho gi detto, mi piaceva molto di pi. Per quel legno bianco sbiadito, e se poi si gettano le erbe di Pirogov sulle pietre incandescenti si leva un odore assolutamente penetrante. Dei bagni turchi si occupava abitualmente la nostra guida, Vitk Zolotarev, detto anche Calza di Cuoio o Natty Bumpo. Con dei calzoncini da bagno, magro, asciutto, sapeva fare il vapore in modo speciale, combinava erbe secche e umide, aggiungeva acqua, faceva incantesimi, ma certo  che rimaneva nel vapore molto pi a lungo degli altri. Alla fine di settembre, quando ormai doveva partire, andava ogni giorno al bagno nuovo, come se volesse fare una scorta di vapore per tutto l'inverno. Per tutta la morte che lo aspettava. Io lo prendevo in giro. Lui ribatteva che al bagno ci andava per meditare. Un tipo semplice a tutti gli effetti, si era formato nell'ambiente della valle di Ujmon. Se dal villaggio di Ust'-Koksa si prende a est sulla statale, ci si imbatte nei villaggi di Verchnij Ujmon, Ninij Ujmon e qualche altro. L c' della gente straordinaria, vagabonda di natura, tra loro molti sono scismatici, vecchi credenti o discepoli di Rerich. Grande studioso dell'Oriente, spia dei Servizi di Stalin, pittore, filosofo, inventore di una religione, Nikolaj Rerich ha vissuto per un periodo a Ninij Ujmon e vi ha lasciato un atelier e una ventina di quadri. Dagli anni Trenta la valle di Ujmon  luogo di pellegrinaggio per i discepoli di Rerich. I vecchi credenti invece si sono rifugiati sull'Altaj da tempo immemorabile. La loro terra promessa, le Acque bianche, si trova proprio qui, sull'Altaj. Nascosta da qualche parte poco sotto la vetta del monte Belucha, non lontano dal sentiero degli escursionisti, dove nascono diversi ruscelli, affluenti del Katun', che si chiamano tutti Belyj, bianco. La valle di Ujmon invece, per gli standard odierni,  tutt'altro che fuori dal mondo, e una strada abbastanza buona la collega a Ust'-Koksa. Tra i discepoli di Rerich e i vecchi credenti c'erano ostilit, controversie, una vita di setta molto particolare ferveva nella valle di Ujmon, come nell'Europa medioevale. Si nominava il vero Dio centinaia di volte al giorno, solo che era vero per ciascuno a suo modo. Negli anni Sessanta sono comparsi anche i primi hippy sovietici, alla ricerca del papavero da oppio e dell'ebbrezza, e alcuni di loro hanno anche deciso di stabilircisi. Insomma,  comprensibile che la valle di Ujmon fosse sotto la costante sorveglianza del KGB. Zolotarev, esperto cacciatore e guida turistica, conosceva la valle di Ujmon meglio delle sue tasche, e conosceva anche le Acque bianche, perch accompagnava gli escursionisti al monte Belucha e sulla vetta del Belucha. Ecco che tipo era quello che meditava nel bagno turco.
Gli piaceva discutere dell'energia. Io, a suo dire, avevo un'energia potente. In te c' lo spirito aveva riconosciuto dopo un paio di settimane di vita comune sull'Altaj. Curava gente semplice a Barnaul e curava gli altaici, con la suggestione, credo. Con il suo elementare intelletto contadino, coglieva certi tratti superficiali ma essenziali di un individuo, e cos lo curava. Credo che ai pazienti trasmettesse proprio quell'energia di cui amava discutere sconclusionatamente. Energia per i deboli e i miseri.
Usciva dal bagno nuovo del signor Pirogov, si sedeva sulle assi davanti all'ingresso, appoggiando le spalle alla parete, nella posizione del loto. Una persona semplice, senza occupazioni ben definite: in citt, sulle montagne, nei boschi, era un'enciclopedia di conoscenze. Sentiva un odore, si fermava, sradicava una qualche pianta, la strofinava, rimaneva immobile per un istante. Che resti seduto cos, al sole davanti al bagno turco del signor Pirogov, nella posizione del loto, il nostro Vitk, ucciso per gli interessi nazionalbolscevichi. No, non ci saranno mai dal signor Pirogov turisti seduti nel caldo sole del primo pomeriggio a digerire le sue erbe, appena usciti dal bagno turco. Sotto ombrellini di pizzo sulle sdraio di ferro. No, caro signor Pirogov, l solo il nostro Vitk, morto ammazzato, se ne star seduto nella posizione del loto, e gli altaici, montati di fianco sui cavallucci, con le carabine a tracolla passeranno in lontananza.

Bagno turco della fortezza di Lefortovo
La rappresentazione avviene di gioved. S'infila nella finestrella una testa, si vede la camicia militare, i gradi.
Tra 15 minuti c' il bagno a vapore. Preparatevi.
Sveglio sempre Mika che dorme.
Michail, alzati, il bagno! quello digrigna tra i denti l'ultimo cinguettio, apre gli occhi terrorizzato, rimane l steso. Poi chiude gli occhi.
Il bagno!
Mika  un giovane bandito, vive secondo le regole dei clan, rimpiange il carcere della Matrosskaja tiina dove in cella era una persona importante, qui sta da schifo. Dorme fino a pranzo. La notte per la verit legge. Ma dormire sedici ore per lui non  un problema.  accusato degli articoli 222 e 209, associazione per delinquere, e per lui sar la seconda condanna. Lo processer un tribunale militare, perch uno dei suoi complici era dei Servizi.
Mika si alza. Tiriamo via in silenzio dai letti le lenzuola, le federe. Sistemiamo ognuno nella sua busta il sapone e una piccola spugna. Mika, che  un tipo preciso, porta un paio di scarpe apposta per la doccia, per non mettere i piedi scalzi a terra. Anche in una galera d'lite come Lefortovo naturalmente si possono beccare i funghi, ma qui da noi ci saranno un centocinquanta detenuti, a confronto dei settemila della Matrosskaja tiina. Io altre scarpe non ne porto. Perfino la busta  una novit recente per me. Per molto tempo andavo solo con il sapone.
Aprono la porta. Noi siamo gi pronti, di solito sto davanti io. Sotto il braccio sinistro ho la biancheria da letto, le mani dietro la schiena, stringo la mia busta. Nella busta ho sapone, shampoo, le mutande sporche da lavare. Muoviamo alcuni passi sotto gli occhi di una mezza dozzina di dipendenti dell'hotel Lefortovo, tutti con l'uniforme e le stellette. Alla porta pi vicina ci giriamo con la faccia al muro, mentre i nostri accompagnatori si informano se in quel momento non stanno per caso spostando qualche detenuto. Non ce ne sono.
Avanti bofonchia il nostro accompagnatore.
Andiamo avanti. Arrivati alla porta del bagno turco la nostra guardia suona. L fanno sparire tutti i detenuti, se ce n' qualcuno nell'anticamera, poi chiudono la porta. Ci conducono dritti in uno degli spogliatoi. Anche lo spogliatoio  una cella, c' una porta di ferro, lo spioncino. C' un rialzo di legno per mettere le cose o sedersi. Ganci non ce ne sono, non  consentito. Sempre pieno di cautele, Mika stende uno dei lenzuoli e ci si siede sopra. Si spoglia.
Mika rimprovera la mia fretta.
Dove corri sempre? Quando sarai nei campi di lavoro te le suoneranno. Ricordati: in prigione non bisogna mai avere fretta.
Io mi giustifico: Michail, piano, non so fare niente.
In quel momento di solito appare la guardia, e Mika deve sbrigarsi. Entriamo nella doccia. Strada facendo prendo dalla bacinella una spugna monouso, con delle striscioline che in qualche modo in due punti cuciono insieme le fibre. Ci sono tre docce, tre tappetini di gomma e una panca in un angolo. La temperatura dell'acqua per i detenuti  regolata da fuori. Uguale per tutti. La porta di ferro ha lo spioncino.
 raro che si sentano rumori di chi ci sta attorno. Quando al-l'interno del bagno turco o davanti alla porta assieme ai soldati c' una donna in camice bianco, significa che l nei pressi stanno facendo il bagno alle detenute nude. Ma l'hotel Lefortovo  stato pensato in modo che non si incontri mai nessuno al di fuori dei compagni di cella e del personale dell'hotel. Mika  il mio secondo compagno di cella in tre mesi. E io solo lui e Lcha conosco. Sulla Moskovskaja pravda di ieri c'era scritto che a Stavropol'  cominciato il processo a cinque della regione di Karacaevo-Circassia implicati negli attentati contro i palazzi di Mosca del 1999. Uno di loro  Tajkan Francuzov. Il mio ex compagno di cella Lcha, prima di essere trasferito lontano da me, aveva messo addosso a Francuzov una strizza tale che il mattino dopo quello ha firmato la confessione senza neanche leggerla.
Quando entriamo, le tre docce sono aperte. Appoggiamo le buste e cominciamo in fretta a lavare le nostre cose. Io le insapono subito e poi le getto cos come sono sulla panca. Lascio che il sapone si roda bene i calzini e le mutande. Poi mi dedico a me: insapono la spugna, mi strofino, mi lavo la testa. L'importante  fare per tempo almeno un lavaggio minimo, se per caso mi riportassero subito in cella. Non  ancora mai successo, ma per qualche motivo una tale evenienza mi sembra sempre possibile. Mika ha sul lato sinistro del petto un drago blu. Gliel'hanno tatuato in prigione, per questo  cos sfocato. Io sull'avambraccio sinistro ho la granata limonka, fitta e scura, perch il tatuatore Fellini me l'ha fatta a piede libero. Dopo, il nostro tatuatore  finito dentro un paio di volte. Mi ricordo che addirittura a una riunione di partito ho proposto una colletta per mandargli soldi in galera. Mika ha una pallina infilata nel pene.  una cosa che si fa spesso in prigione. Io la pallina non ce l'ho. Ci laviamo i membri, dandoci le spalle per delicatezza. Mika ha ventiquattro anni, io cinquantotto, quando la notte russo, mi dice: Edik! Girati dall'altra parte! In prigione non c' et mi ha insegnato l'oscuro manovratore Lcha. In prigione a settant'anni sei un ragazzino. E cos stiamo l a lavarci, io e Mika, due ragazzini.
Una volta, mentre entravamo, con Mika davanti, un pimpante soldatino di guardia al bagno l'ha apostrofato: Perch non prendi i ramoscelli per batterti sulla schiena? Il professore, vedi, li ha presi!, dal che ho capito che gli uomini di guardia mi avevano gi dato il soprannome di professore.
Quando hanno fretta, quello stesso soldato pu riaprire la porta gi dopo un quarto d'ora: Andiamo, ragazzi? Mika di solito farfuglia qualcosa di accondiscendente, e quello si tira la porta dietro e ricompare pi tardi. A volte l'acqua  troppo calda o troppo fredda, e allora, dopo aver aspettato se per caso non lo fa qualcun altro (l'acqua  uguale per tutti), cominciamo a picchiare sul muro: Ehi, capo,  bollente!. Se possono, alzano la temperatura. Di solito possono.
Usciamo. Ci asciughiamo. Nello spogliatoio sulle mattonelle bianche c' una greca verde. Ho notato che due mattonelle, combaciando, formano la lettera f. Fascismo o fascista, penso io. Mika mi invita di nuovo a non avere fretta. Compare un soldato: Biancheria? Due completi, rispondiamo o io o Mika. Federe? Una grande e una media. Dopo ci mettiamo seduti ad aspettare. C' qualcuno, da solo, che smadonna: dal timbro della voce, un detenuto di lungo corso. Si sente sciabattare come solo le donne sanno fare: sono le detenute invisibili. Una campanella. I soldati ridono. La routine del bagno turco nella fortezza di Lefortovo. Usciamo. Ognuno getta il suo asciugamano nel mucchio degli asciugamani sporchi, le federe nel mucchio delle federe sporche, le lenzuola in quello delle lenzuola sporche. Uno dei due prende con la sinistra la biancheria pulita. Con le mani dietro la schiena rifacciamo la strada al contrario. Le chiavi, la porta che si richiude. Siamo di nuovo in cella.
Ti sei fatto un'altra volata da pazzi! Ma dov' che corri? mi dice Mika.
Nel campo non andr mai per primo, - rispondo - mi metter nel mezzo.

Pioggia

Mosca
L'affascinante quanto piatta Nataka l'avevo rimorchiata alla Duma. Me ne stavo in corridoio accanto all'ingresso della sala dove si riuniva il comitato per la geopolitica. E in quel momento mi  passata accanto lei, strusciando i piedi, secca come un chiodo, tutta affettata, con i pantaloni di velluto. Camminava e origliava, camminava con un tale desiderio di unirsi a noi che era semplicemente impossibile non fermarla.
Che ci fanno i bambini alla Duma? le ho chiesto.
I bambini ci lavorano.
Ed  venuta con noi alla mensa della Duma ricolma di fiori. Ha bevuto vodka e spumante, guardandomi in cagnesco, come se mi volesse mangiare. Se non sbaglio,  del 1979. Nataka lavorava nello staff di La Mitrofanov, un posto che le aveva trovato il padre dentista. Riceveva uno stipendio miserevole, che le pagava di tasca sua lo stesso Mitrofanov, ma in compenso ogni giorno vedeva gente famosa. Nataka aveva spettacolari occhi neri, l'eterno incanto della bambina, spalle strette, seno completamente assente. Era provocantemente affettata, con il nasino largo e il fiorellino rigonfio della bocca. Cresceva a vista d'occhio, e dalla prima volta che l'ho vista all'ultima, quando  venuta a casa mia con il suo amico drogato, era passata decisamente da sotto a sopra la mia testa. I tratti del volto erano al confine tra seduzione e mostruosit. Ricordava allo stesso tempo un bambino di Neanderthal (disegno del professor Gerasimov dal manuale scolastico), una leccata sgualdrinella della belle poque, o anche una bambinetta offesa. C' una foto fatta al night club Titanic, dove ci sono io, molto bello, brizzolato, con una faccia sfinita, e la ragazzina Nataka che ce l'ha con me (aveva bevuto molto, e io l'avevo sgridata). Una bella coppia. Nataka aveva un eccellente gelido sedere di marmo, con il quale in un certo senso compensava l'assenza delle poppe. Ma sfortunatamente aveva un fratello ginecologo. Il fratello l'aveva cos spaventata con i rischi d'infezione che il suo rapporto con il sesso rasentava il panico.
Del resto ci non ci ha impedito di saltarci letteralmente addosso nel mio bagno nel settembre 1997. Ed  cos cominciata e si  febbrilmente sviluppata una storia bella, avvincente e perversa. Era una ragazza moderna, si vestiva in modo stravagante, era irrefrenabile. Diceva cose buffe e sporche, aveva spirito di osservazione, derideva e disprezzava i deputati, mi faceva sentire allegro. Per strada si giravano a guardarci. Ma alla fine di novembre  tornata Liza, certo dopo una delusione d'amore.  tornata, ha messo la nostra canzone di Edith Piaf, mi si  seduta sulle ginocchia. E di conseguenza io ho scaricato la ragazzina Nataka. Una bassezza. Ha provato a suicidarsi con il veleno,  dimagrita di dieci chili, tutto l'inverno qualcuno  dovuto rimanere in camera con lei, non si poteva lasciarla sola, aveva diciotto anni, che vi credete, a quell'et si soffre da cani. E alla fine di marzo con altrettanta bassezza Liza ha scaricato me.
Io non potevo occuparmi solo delle loro tette e passerine. Avevo sulle spalle il peso del partito. Quando andavo nell'appartamento di Liza, sospeso l in alto sull'Olimpijskij prospekt, accanto al sinistro disco volante dello stadio che incombe sulla moschea, mi portavo sempre del lavoro dietro. Lei si alzava tardi, io mi alzavo presto, mi piazzavo davanti la posta che mi portavano i ragazzi dalla nostra sede e cominciavo a scrivere finch non mi facevano male le dita, fino a dodici-quindici lettere al giorno: allargavo la base del partito. Mi ero fatto pescatore d'uomini, nello sterminato mare d'umanit delle ottantanove regioni della Russia, vicine e lontane. Verso met giornata arrivava la mia guardia del corpo, e insieme andavamo alla sede del partito, in centro per affari, o da me, se avevo fissato qualche appuntamento. Non sempre tornavo nell'appartamento sull'Olimpijskij per fare la guardia a Liza. Quando alla fine tornavo, trovavo nel frigo gli avanzi di cibi costosi e odorosi, una quantit di bottiglie vuote di vino bianco, che le piaceva, e di cognac, che non poteva soffrire.
Chi c' stato, Liza?
Sono passati dei conoscenti rispondeva. Tutti i suoi conoscenti amavano il pesce pi costoso e il cognac. Non potevo stare a difenderla giorno e notte dalle incursioni dei conoscenti. In mia presenza non si facevano vedere.
Nataka ha ricominciato a incontrarsi con me in aprile, era a pezzi. Ho creduto al racconto di tutte le sue sofferenze. Non avrebbe avuto motivo di mentire. Le donne tendono piuttosto a nasconderle, le loro pene d'amore.
E se mi molli un'altra volta, Limonov? mi domandava scrutandomi sospettosa. Mia madre dice: Ti moller un'altra volta. La mia psiche  fragile, anche se ti piace fantasticare della Nataka di ferro. Una seconda volta non resisterei.
Un giorno siamo andati a passeggiare, ed  iniziato a piovere. Sui capelli neri si era disegnata qua e l delle belle piume blu, aveva degli autentici trampoli con il tacco di ferro, un impermeabile corto alla moda, in tessuto lucido, un grande ombrello. Un essere esotico, a dire il vero non molto spirituale, ma in compenso assai appariscente. Siamo entrati in un negozio di cartoleria in via Tverskaja, dove lei ha cominciato a scegliersi quaderni, penne, cartelline per il suo lavoro alla Duma. Aveva un gusto stravagante, ma ottimo. Le sue dita con le unghie tinte di blu venivano subito a capo degli oggetti, li carezzavano, li palpeggiavano, li gettavano via dopo averli scartati. Poi l'ho accompagnata alla Duma, dove mi aspettava la mia guardia del corpo, Kostja. Lui non approvava le mie passeggiate solitarie con le ragazze.
Nataka si era presa l'impegno di trascrivere il mio libro Anatomia dell'eroe, con errori, per la verit, e non molto attentamente. Ma pi tardi qualcuno ha rubato il testo del libro dal computer della Duma. Qualcuno dei liberaldemocratici di irinovskij che ce l'aveva a morte con me, suppongo. O la stessa Nataka, in uno sfogo di rabbia. Eccessi non infrequenti.
Una volta nell'estate del 1998 mi ha telefonato, e la prima cosa che mi ha detto  stata: Rotto in culo. A cui erano seguite poco comprensibili asserzioni per le quali mi avrebbe ammazzato come un cane, che ero uno stronzo, un fottutissimo stronzo... poi era scoppiata a piangere e aveva detto che doveva assolutamente vedermi. Subito, entro un'ora. Le ho detto che dovevo andare alla sede del partito. Dopo minacce e intimidazioni ho acconsentito a incontrarla sul Komsomol'skij prospekt, davanti alla libreria sotto l'arco, vicino alla stazione del metr Park Kul'tury. Kostja Lokotkov mi aveva accompagnato, preoccupato. Lo ero anch'io, a dire il vero. Prendevo sul serio le sue minacce di morte, perch non me le aveva mai rivolte prima. Immaginavo che avrebbe potuto spararmi davanti alla libreria, e trovavo che fosse una cosa assai squallida essere ammazzati davanti a una libreria. Ma forse per la giovane Nataka era normale.
L'abbiamo vista che correva lungo il viale. Indossava pantaloni stretch metallizzati color salmone e una minuscola t-shirt con un cuore viola. Dietro di lei correvano una ragazza e un ragazzo. Nataka ci  passata davanti, correndo in direzione del parco. Io e Kostja non ci siamo mossi. Sono passati dieci minuti, venti...  cominciato a piovere. Eravamo fermi sotto l'arco, dal quale si entra in un cortile. Nataka  arrivata. Ha detto che si era inventata tutto. Che voleva vivere con me e che si sarebbe trasferita da me il giorno dopo. Gesticolava freneticamente, spiegandomi quanto mi amava, tanto da ammazzarmi. Difficile che chi passava l intorno per i fatti suoi potesse capire cosa stava succedendo. Forse pensavano che sotto la pioggia una prostituta volesse convincere di qualcosa il suo pappone. Accanto se ne stava in attesa un minaccioso bandito (Kostja), che squadrava la coppia. Per questo i passanti ci giravano intorno quanto pi alla larga possibile.
Pioveva a catinelle. Nataka  salita su una macchina metallizzata, in tinta con i suoi pantaloni, dove l'aspettavano il ragazzo e la ragazza che avevamo gi visto. Era chiaramente fuori di s.
Il giorno dopo non si  trasferita da me.
Si  ubriacata e si  persa.

Aryk

Kolchoz Capaev presso Duanb
Tagikistan
A parte i ceceni, ho conosciuto tutti i pi famosi comandanti guerriglieri degli anni Novanta. Di tutto il mondo. Da qualche parte devo gi essermi vantato della mia intimit con i bad boys della guerra. D'altra parte, nel 1992 in Abchazia pi di una volta sono passato vicino al dislocamento degli uomini di Basaev, e adesso condivido la stessa prigione con Raduev, quindi anche dei ceceni qualche traccia  rimasta nella mia vita.
Nel maggio 1997 i comandanti del reggimento di Kurgan-Tjube mi hanno portato da Chudojberdyev. Prendendo ogni possibile precauzione perch non lo sapessero i nostri, cio la 201a divisione e il governo di Mosca. Astutamente siamo andati prima al kolchoz Capaev, l abbiamo cambiato macchina, ci siamo messi a girare tra le povere viuzze, a un tratto ci siamo infilati in uno stretto pertugio tra due case. Dopo un po' abbiamo lasciato la macchina e, accompagnati da una decina di uomini armati di mitra, abbiamo continuato per stradine e cortili fino a giungere da Mahmud.
Sotto la sua veranda scorreva un ruscello largo e trasparente. Chi conosce il clima del Tagikistan capir che la veranda  un privilegio di pochi. L'annichilente calore estivo si sopporta meglio quando sotto di te scorrono veloci tonnellate di acqua fresca. Nella veranda c'erano grandi divani di legno, detti dastarchan, sui quali si pu a piacimento star seduti, semisdraiati, o appoggiati all'indietro con le gambe accavallate. Accanto alla veranda c'erano dei locali dotati di finestre, e tutto questo complesso su palafitte aveva un'unica copertura.
Ci siamo seduti. Era il primo pomeriggio.  entrato il colonnello Mahmud, comandante di brigata, in un'uniforme stinta e con la testa scoperta. In un'altra occasione l'ho visto con un alto berretto di tipo sovietico e la stessa uniforme stinta. Continuava a considerarsi un colonnello sovietico, e ne andava fiero. In effetti soldati di ventura fedeli come lui non ce n'erano molti in tutto lo spazio ex sovietico. E non tutti, certo, avevano la fortuna di Mahmud, che si trovava a un passo da una fabbrica di alluminio. I Colonnelli neri che avevano fatto parte del Soviet supremo dell'URSS, Alksnis e Petruenko, una fabbrica di alluminio a disposizione non ce l'avevano, e non comandavano che un pugno di uomini, ma la mentalit era la stessa. Il comandante ha stretto la mano a ognuno di noi. In quel momento (ma in realt sempre) la situazione in Tagikistan era molto intricata. Un politico molto furbo come il presidente Imamali Rachmonov, non essendo riuscito ad avere la meglio con le armi sull'opposizione musulmana, era riuscito a coinvolgere quei tipi barbuti con la calma in un processo negoziale. Aveva poi concesso un ministero a ciascuno dei pi importanti comandanti militari, e quelli si erano subito placati. Con uno di sinistra come Chudojberdyev, Imamali andava allora d'accordo, e aveva integrato la sua brigata nella guardia presidenziale. In effetti Rachmonov aveva studiato attentamente la tattica dei bolscevichi durante la guerra civile. Lenin aveva preso al suo servizio, facendone dei comandanti rossi, anche personaggi odiosi come Machno e Grigor'ev. Ma al momento giusto i bolscevichi se ne erano liberati. Quella sera Chudojberdyev ha criticato Rachmonov per l'alleanza con gli uomini di Abdullah Nuri, il leader dell'opposizione musulmana. Un anno dopo il ministro dell'Interno del presidente, Sanginov, avrebbe tolto di mano a Chudojberdyev la fabbrica d'alluminio, spazzando via la sua brigata. E pochissimo tempo fa (ero gi a Lefortovo) le truppe governative hanno liquidato la banda di Sanginov. Imamali intanto continua beatamente a fare il presidente a Duanb. Abdullah Nuri, nascosto probabilmente in Pakistan, si lagna di lui. Mahmud Chudojberdyev si  rifugiato in Uzbekistan e pi di una volta ha tentato incursioni in Tagikistan.
Nell'aryk scorreva trasparente e luminosa come la nostra conversazione l'acqua di montagna. Che non fosse un ruscello naturale lo si vedeva tanto dalla forma stessa dell'alveo dalle sponde, su cui erano disposte con cura piante coltivate. Mahmud ci ha spiegato che al suo servizio c'erano ufficiali scelti, lo Stato maggiore era composto da professionisti russi e la brigata gli costava un'ingente quantit di dollari. Si  chiarito, l sui dastarchan di Mahmud (tutto in Asia si decide sui dastarchan), che soltanto un terzo dei proventi della fabbrica di alluminio erano controllati da Mahmud. Un'altra parte se la prendeva il governo, della terza Chudojberdyev non ha fatto parola.
L'acqua dell'aryk sotto la veranda, torno a ripetere, scorreva trasparente e luminosa come la nostra conversazione. I suoi soldati e ufficiali Mahmud li pagava in dollari. Nella 201a divisione un soldato semplice in ferma breve riceveva allora sugli 800 rubli al mese. Ma quello era il povero Tagikistan, dove si poteva comprare un montone intero per 50 rubli. Ricevere sedici montoni al mese non era per niente male, per Allah. Ma Mahmud i suoi li pagava meglio e di pi. Perch Sanginov se la sia poi presa con Chudojberdyev non lo so. Il problema  che non era molto chiaro per cosa combattesse la brigata di Chudojberdyev. Il potere apparteneva a Rachmonov, ma almeno nel suo distretto la vita quotidiana era controllata da Chudojberdyev. Un obiettivo preciso e limpido tuttavia la brigata non ce l'aveva, come, d'altronde, non aveva un'ideologia. Semplicemente controllava il suo distretto.
D'altra parte le armi stesse possono essere un'ideologia, riflettevo io, osservando come i raggi del sole che tramontava tra due montagne luccicavano sulle canne dei mitra di due ragazzi della scorta, rimasti accanto all'aryk.

Uragano

20 giugno - Mosca - Nastja
Erano le 8,30 del mattino. Aspettavo da mezz'ora davanti al muro con le dediche in memoria di Coj, l'idolo del rock russo. Stavo per andarmene, perch anche il giorno prima l'avevo aspettata invano in quello stesso posto per quaranta minuti, assieme a Grebnv e alla sua Ksjucha. Ero nero, avevo deciso di andarmene, ma ho provato a dare un'occhiata verso l'Arbat. E l l'ho vista. Piccola, biondina, i capelli appena lavati che le cadevano sulla fronte, stretta sotto un cumulo di vestiti. Non assomigliava per niente alla fotografia della ragazzina alla quale avevo portato la tessera del partito.
 lei Nastja? - l'ho fermata - Perch  tanto in ritardo?
Non avevo calcolato bene la distanza, - ha borbottato - pensavo fosse pi vicino.
Non  mia abitudine consegnare una per una le tessere del partito alle ragazze. Avevano attirato la mia attenzione la sua lettera e la foto. Sulla foto c'era una ragazzina seria, magra, un po' strabica. La lettera era schizofrenica, delle pi strane, proponeva di cambiare i nomi delle strade perch avessero nomi buoni, in modo che alla gente facesse piacere viverci, dando alle strade i nomi di animali o di dolci. Oh s, era la prima ragazza alla quale avevo deciso di consegnare personalmente la tessera del partito, a tu per tu. Dio mio, avr undici anni avevo pensato.
Mi sono rammaricato di non averle portato la tessera direttamente sull'Arbat.
Andiamo,  qui vicino! - le ho detto -  sua sorella maggiore quella sulla foto?
Perch? Sono io...
E quanti anni avrebbe, sedici?
Li ho compiuti in aprile...
Con l'ascensore, siamo saliti nel mio appartamento.
Si sieda sulla poltrona le ho detto, accompagnandola nella camera dove ricevevo gli ospiti. Quando sono tornato con la tessera era seduta, stringeva a s la giacchetta di velluto e la borsa.
Non abbia paura, - le ho detto - le credo che  lei quella sulla fotografia. Ecco la tessera, congratulazioni, Anastasija, adesso  un membro del Partito nazionalbolscevico. Mi auguro che sar per tutti un buon compagno di lotta.
Si  alzata, le ho stretto la mano e le ho dato la tessera con la sua fotografia, e sopra il nostro timbro. Sulla fotografia c'era un'altra ragazza. Lei ha preso la tessera e ha cominciato a osservare la sua fotografia, come se la vedesse per la prima volta.
Sono molto diversa a volte ha detto, ed  rimasta in piedi.
E a un tratto ho capito che ancora qualche istante e quella ragazzina se ne sarebbe andata, e forse non l'avrei rivista mai pi. O forse sarebbe venuta luned alla riunione, si sarebbe seduta in ultima fila, lontana ed estranea. Ho guardato le sue gambette bianche senza calze, assolutamente bianche, il rossore sulle guance, gli occhietti. Oh, quant'era carina!
Sa una cosa? Tra poco verranno a prendermi gli iraniani, la TV iraniana. Se non ha niente da fare, perch non viene con me? Facciamogli uno scherzo, diciamo che lei  mia figlia, oggi  domenica,  il mio turno di portare in giro mia figlia. Nel fine settimana la mia ex moglie, con la quale abita, la scarica a me. Dir che ha undici anni, che oggi  il mio giorno da pap.
Pi tardi, quando ricostruiremo la dinamica del nostro incontro, mi dir che le fissavo le ginocchia. E che si era sentita molto strana, un effetto che non le aveva mai fatto nessuno prima. Mi sembrava di essermi comportato con molto tatto, ma se Nastja ricorda cos, cos sar stato. Architettato quel piano in comune, ci siamo sentiti molto a nostro agio. O almeno nell'attesa dell'autista il tempo  praticamente volato. Ha detto che era una punk dalla prima elementare e mi ha chiesto informazioni sul cantante Egor Letov, nostro simpatizzante.
Quando l'autista degli iraniani  arrivato, noi due, pap e figlia, ci siamo ritrovati a sfrecciare per Mosca sul sedile posteriore della Ford. Gli iraniani si sono messi nei miei panni di pap alle prese con la figlia, l'hanno fatta accomodare su un divano, le hanno regalato un portapenne, alcuni dpliant e le hanno messo davanti un vassoio di frutta. E si sono gettati su di me. Hanno piazzato la telecamera e hanno cominciato a cercare di strapparmi dichiarazioni antisraeliane. Non volevo fare dichiarazioni antisraeliane. Dichiaravo solo ci che volevo, per questo mi hanno registrato quattro o cinque volte, nella speranza di farsi dire quello che volevano. Ogni volta ho respinto i loro attacchi. La mia bambina ha mangiato due pere, osservando la scena con interesse.
L'autista ci ha riportati indietro con la Ford. Ma siamo scesi prima, gli ho detto che volevamo fare una passeggiata. Mi ricordo che abbiamo comprato da mangiare e abbiamo pranzato da me. Poi ho castamente ricondotto il mio scricciolo alla metropolitana Arbatskaja dove, dopo molti altri discorsi, ci siamo accordati per rivederci l'indomani. Tornando a casa, ero in preda al panico: e se l'indomani alle otto non fosse uscita dalle porte della stazione? Il suo fascino mi aveva completamente assoggettato. Era arrivato un essere pieno di mistero, e io ero del tutto privo di difese immunitarie. Mi sono ammalato subito e molto seriamente.
Il vento andava rafforzandosi, a casa mi attendeva una non facile continuazione della giornata. Ma sono riuscito a cavarmela quando si sono presentati Nataa e il suo amico drogato. Gli ho fatto bere vodka e spumante e poi li ho buttati fuori. Ho cominciato ad aspettare il giorno dopo. Quella notte mi hanno telefonato entrambi, separatamente. Il drogato per chiedermi della droga. Nataa ha detto che era l vicino, sul Gogolevskij boulevard, altro non ho capito. Tutta la notte c' stata tempesta, sembrava che da me, al nono piano, stessero per andare in pezzi i vetri.
Al mattino si  scoperto che non era stata una tempesta, ma un uragano. Affacciandomi alla finestra ho visto gli alberi abbattuti. Alle otto ero alla metropolitana Arbatskaja. La cosa che pi temevo era che non arrivasse. Ed  comparsa, piccola e tranquilla. Mi ha dato la mano. E siamo andati insieme allo zoo. L'abbiamo trovato chiuso. Siamo andati al ponte dove c'era il presidio dei minatori in sciopero. Avevano lottato tutta la notte contro l'uragano. Adesso qualcuno provava a dormire nelle tende, gli altri riparavano i danni. L'enorme capo del sindacato dei minatori invalidi, soprannominato Generale, ha detto, guardando Nastja in jeans grigi e giubbotto di pelle:
 la tua nuova fiamma?
 mia figlia, Volodja!
Oh, la figlia, ma sicuro ha detto quel furbacchione del Generale. Gli altri minatori per, passandoci accanto, non dubitavano che Nastja fosse mia figlia. Siamo tornati allo zoo e ci abbiamo trascorso met della giornata. All'uscita c'era un'orchestra militare che suonava. Mi hanno riconosciuto, e a un cenno della bacchetta del direttore hanno subito attaccato L'addio della slava.
Perci io e Nastja siamo figli dell'uragano. Ti amo, luce dei miei occhi. Ti amo, scricciolo mio.
...
.
...
FINE.